Luciano Pagano
Aurora
La prima scena è cruda, altrimenti il lettore crede
di avere a che fare con uno di quei soliti romanzi o racconti ambientati
ai giorni nostri, dove un giovane riesce a trovare lavoro tra mille peripezie,
sollevandosi da una situazione di stallo nella quale si è avvitato
dopo mesi insopportabili di inerzia. Quindi l’inizio della storia
presenta un certo impatto difficile da sostenere per chi non abbia mai
vissuto quel senso di scoramento impossibile che prende nei paraggi del
compimento dei trentanni esatti, ovvero l’estate del duemila5. Il
ragazzo e la ragazza sono in macchina, una sera come le altre. D’estate
lei si trasferisce nella casa dei suoi, lui fa avanti e indietro in macchina
da solo per andarla a trovare, circa ottanta chilometri al giorno, lei
fa la segretaria mentre lui, invece, è disoccupato dalla metà
di maggio, dopo circa un mese e mezzo ha dato fondo al suo libretto postale
e adesso, lui e lei, sono alle soglie del lumicino con il conto di lei.
Una situazione abbastanza tesa che nonostante le vacanze li vede sempre
sul chi va là, su come spendere oppure “non” spendere,
andare oppure “non” andare a cenare da qualche parte perché
magari con quei soldi mettono benzina per altri due o tre giorni, così
tu fai avanti e indietro con la macchina e tiriamo fino a settembre che
magari qualcosa nel frattempo si trova. Ma adesso non lo sanno. Ne hanno
un sentore, forse qualcosa può accadere di lì ad una settimana,
forse qualche genio sta apparecchiando una soluzione a questa piccola
disperazione meridiana, se così sarà non sono certo lui
e lei a saperlo, adesso.
Nel pomeriggio, mentre lei si faceva la doccia e si preparava, lui era
rimasto in giardino a leggere e prendere appunti su la “Versione
di barney”, questo episodio è prologo a quanto accadrà
la sera, quindi, per quanto possa sembrare stupido, va raccontato in ogni
particolare, il lettore dovrà essere bravo a capire che cosa può
accadere nella mente di un ragazzo che adora leggere, quando dopo essere
uscito da una doccia ritemprante trova svago momentaneo nella lettura
di Richler, una delle poche cose buone accadute quest’estate. A
casa di lei viene un’amica di sua madre per prendersi un caffè
e fare una visita di quelle che si fanno quando non c’è niente
da fare, parlano del più e del meno, parlano di lei davanti a lui
che legge Richler e beve un caffè, dicono ma com’è
che lei non porta la macchina, lui dice che lei ha la patente e può
guidare quando vuole. Quando le racconterà quest’episodio
per descrivere quell’amica della madre farà il possibile
per riassumere in un’immagine la bassezza non solo morale della
persona, utilizzerà un aggettivo, pigmea, non lo avesse mai fatto,
il protagonista non può associare le fattezze fisiche di una persona
a quelle morali, per quanto antipatica essa sia, non è corretto.
Adesso sono a cena, tutti insieme, sono quasi alla fine del pasto, berranno
un amaro, lui e lei usciranno come ogni sera. Lei racconta del pomeriggio,
del fatto che sarebbe giusto l’amica di sua madre si pigliasse i
cazzi suoi, quella pigmea. Lui diventa rosso. S’incazza e tiene
il muso. In macchina, e qui torniamo al punto di partenza, le fa una scenata,
non hai ancora capito cosa dire e che cosa non dire delle cose che ci
diciamo quando siamo da soli per i cazzi nostri, cazzo. Lei non vuole
dirgli scusa, la rabbia di lui monta, tira un pugno contro il parabrezza,
lo frantuma in una miriade di pezzi che restano incollati senza scomporsi
in frantumi, come se qualcuno avesse esploso un proiettile dall’interno
dell’abitacolo. Questo momento è il più difficile,
è la goccia che potrebbe far traboccare il vaso, si tratta di un
nanosecondo in cui si decidono le sorti del loro rapporto, litigano un
giorno si un giorno no da due mesi, per via della loro situazione economica
instabile, s’intende, e nonostante il precariato sono rimasti insieme,
è facile abbandonarsi e lasciarsi andare a pessimismi quando tutto
va male, loro sono riusciti a farcela, nel bene e nel male.
Devi concentrare in questo momento la tua bravura nel far capire a chi
leggerà questa storia che sì, lei appena veduto il parabrezza
incrinato è scoppiata in un pianto a dirotto, va bene, non è
una questione di vita o di morte, domani stesso a quest’ora il parabrezza
sarà aggiustato, ne monteremo uno nuovo, lo troverò da qualche
parte, ma dove cazzo lo trooooovi, non vedi che sei un fallito, un fallito
che distrugge ogni cosa che tocca? Hai rovinato tutto, mi hai rovinato
la vita, io ti lascio. Devi mantenere la calma, lasciare che questa sera
passi come tutte le altre sere. Non è successo nulla di grave.
Devi riuscire a restartene zitto zitto. Tornate in voi. Lei smette di
piangere, ti viene il pensiero che non puoi tornare a Lecce a dormire
perché hai paura che qualcuno, vedendo il parabrezza già
incrinato, possa pensare di finire il lavoro da te iniziato e con un pugno
sfondare in via definitiva il vetro, dopodiché sarebbe un gioco
da ragazzi entrare in macchina e andarsene, sei triste, non pensi a niente
ad eccezione della tristezza. Ti avevano commissionato un sito per una
ditta, poi non se n’è fatto nulla, dopo il briefing iniziale
non se n’è fatto nulla e nessuno ti ha detto perché,
hai finito i tuoi soldi e non sai quando e quanti ne avrai. Tornerai a
dormire in paese, da tua madre. Tuo padre è fuori per qualche giorno,
è andato al camposcuola estivo della parrocchia, ci va ogni anno.
Quando ero piccolo ci andavi anche tu. Ad uno di quei campiscuola ti sei
innamorato per la prima volta di quella che sarebbe diventata la tua prima
ragazza. Non metti piede in chiesa dal millenovecento93, il presente sta
velando i tuoi pensieri di piccole paranoie trascendentali, il tuo kantismo
della percezione invece di ridurti in ateo irredento, piano piano, sta
scavando un rivolo tra i tuoi neuroni. Va bene, quando entri in chiesa
non ti fai il segno della croce e Questo Dovrebbe Essere Prova Sufficiente
perché ti si possa classificare come sostenitore dei luoghi di
culto alla stregua di musei. Hai smesso di andare in chiesa quando hai
smesso di giocare a pallone, hai smesso di andare in chiesa quando hai
cominciato a fumare, ti è venuta voglia di entrare in una chiesa,
qualche mese fa, da quando hai cominciato a sentirti solo, forse ti è
venuto in mente di cercare segni di appartenenza, ecco perché,
ti interessa il senso di comunità, cominci a capire che cosa si
nasconde dietro alla ripetizione estenuata degli stessi gesti, delle stesse
parole, nel tempo. Un tuo amico è così aggiornato in materia…compra
i libri di Ratzinger da prima che lo facessero Pontefice, tu invece leggi
il Corano, una volta all’anno deve ogni credente. Ti vengono in
mente le pagine svolazzanti del vangelo sulla bara di legno di Woityla.
Quel mattino di aprila una buona parte di mondo era incollata al televisore,
tu stavi bevendo un caffè durante una pausa dal lavoro. Avevano
già deciso di “segarti” e tu prendevi più pause
del solito, così pensavi, la versione definitiva che fornirà
il giudice sarà invece questa: l’ammontare di lavoro di cui
disponeva l’agenzia, per via del discredito nel quale era incorso
il suo proprietario, era diminuita in modo drastico. I tuoi datori di
lavoro (consiglieri di amministrazione, soci, amministratore delegato),
ti hanno fatto firmare buste paga di stipendi che non hai ricevuto per
cercare di fare la cresta al governo da chissà quale pertugio,
ti hanno addirittura detto che ti avrebbero licenziato da un’azienda
per assumerti in un’altra, una decina di giorni dopo la morte del
Papa saresti andato con il commercialista all’ufficio di collocamento,
per farti iscrivere nelle liste di mobilità. Una presa per il culo
inaudita, non le liste, lettore, non saltare a conclusioni affrettate,
la presa per il culo era rappresentata dal fatto che l’azienda godeva
di ottima salute, questo era un periodo di semplice riposizionamento verso
il basso, per pagare gli stipendi a tutti gli assunti bisognava fare in
modo che il numero dei dipendenti diminuisse sempre di più nel
tempo, tanto è vero, così sottolinea ancora oggi il tuo
avvocato, che l’agenzia, malgrado non sia fallita, si regge su gli
sforzi tenui di due impiegati, meglio per te, li hai lasciati un attimo
prima di quanto loro avrebbero atteso per scaricarti. Sulla perfetta natura
del mio tempismo non ho mai avuto dubbi.
“Fin qui tutto bene”. Non passi una notte nella tua vecchia
casa da tre anni, anche qui devi essere bravo a mostrare come questo sia
un momento altrettanto topico della tua caduta ad imbuto infinito (tendente
a 8) verso il fallimento. Tua madre ti ha apparecchiato il letto richiudibile
nel quale dormiva tua sorella quando vi eravate appena trasferiti qui,
è un letto così vecchio che sulla testata in cartone pressato
a mo’ di legno, colorato di bianco, sono disegnati “Rocky
e Bullwinkle”, due personaggi di un cartone animato che soltanto
i nati nei primi anni settanta possono ricordare, e con un certo sforzo.
Non hai nemmeno i soldi per il giorno dopo, non sai come fare, tua madre
non può farci nulla, sei disperato di una disperazione che può
essere compresa soltanto a sud dell’emisfero boreale, in quella
particolare zona del continente europeo chiamata penisola italica, nel
dettaglio tra giovani che hanno una trentina d’anni d’età,
con un range di quattro anni giù e al massimo quattro anni su.
Lasci perdere il vecchio letto, troppo corto, sei abituato a prendere
sonno con la televisione e con il condizionatore dell’aria accesi,
dormirai nel letto matrimoniale dei tuoi, ti coricherai in mutande sul
copriletto, un odore di tessuto sintetico intriso di polvere nell’aria,
quando tuo padre non c’è tua madre non sale al piano di sopra.
Fa tutto da sola al piano di sotto, dorme, cucina, va in bagno.
Il giorno dopo ti alzi e chiedi subito un piccolo prestito a tua madre
che non può darti un soldo e che non è disposta a muovere
un dito per aiutarti, non oggi, non adesso, è un guaio in cui hai
deciso di ficcarti, forse ha capito che sei stato tu a mandare in frantumi
il parabrezza e quindi devi sbrigartela da solo. La disoccupazione ti
porta a vivere scene melodrammatiche, non hai mai chiesto i soldi per
una dose, semplice, non ti sei mai fatto, al massimo hai chiesto i soldi
per la benzina e per le sigarette, fino al millenovecento97, quando avevi
ventidue anni, bastavano diecimilalire per tirare due giorni avanti, la
cosa interessante è che tu nella tua breve vita non hai fatto “davvero”
utilizzo di droghe pesanti, hai addirittura smesso di fumare tre mesi
fa, fumavi dal primo anno di università, da più di dieci
anni, e tre mesi fa hai smesso di fumare. Ma come hai smesso? Questa digressione
può essere utile, prima di mostrare al lettore come sarai bravo
a risolvere il problema del parabrezza fai vedere come hai smesso di fumare,
è un po’ come dare dimostrazione della tua forza di volontà
residua, nonostante la disoccupazione.
Digressione “smettere di fumare”
Un giorno stavi accompagnando lei a lavoro, facevate
sempre la stessa strada, arrivati all’incrocio lei proseguiva a
destra, verso il palazzo che ospita lo studio dove fa la segretaria, e
tu a sinistra, diretto all’internet-point dove lasciavi i tuoi cinque
euro quotidiani, scaricavi la tua posta elettronica, aggiornavi il sito,
era luglio e ancora non avevi messo l’adsl. Tu sei un osservatore,
ti piace fare la stessa strada ogni volta perché così impari
a memoria i negozi, le facce dei commessi che alzano d’improvviso
lo sguardo dal banco quando passi lì davanti, non ti salutano perché
non sei mai entrato ad acquistare una bomboniera, oppure una cravatta,
un paio di scarpe da tennis color verde fluorescente. Loro ti conoscono
e tu li riconosci, senza nessuno scambio ulteriore. L’ultimo negozio
all’angolo della strada è un negozio che vende cucine, il
penultimo è un’erboristeria. Quando passi lì davanti
sei colpito dal manifesto di una marca di sigarette alle erbe, non ne
hai mai fumate, ad eccezione delle sigarette indiane, strette come una
cinquanta euro arrotolata e tenuta insieme da un filo, si fumano di norma
quando non ci sono più sigarette in giro per casa e allora ne peschi
una da chissà quale cassetto, oramai puzza più di cassetto
che di foglia indiana, la fumi perché non ti va di scendere e comperare
un pacco di sigarette, non a quest’ora. Così ti è
capitato, un giorno, di svegliarti presto per andare all’internet
point, saranno state le otto, ti sei svegliato, hai bevuto il caffè,
hai fatto la doccia, hai fatto mente locale su quel che dovevi fare, con
una certa fretta perché non avevi sigarette e quindi volevi uscire
e fumarti la prima sigaretta dopo il caffè, la prima sigaretta
di un nuovo giorno. Ti eri licenziato da poco più di un mese quindi
non sentivi ancora premere sui tuoi polmoni la cappa opprimente della
mancanza di lavoro, alla quale sarebbe succeduta la cappa ancora più
opprimente della mancanza di denaro, occorsa in un pomeriggio afoso di
luglio, quando andasti al bancomat per prendere cinquanta euro e sullo
schermo, implacabile, comparve questa scritta “disponibilità
38€”. Quel mattino uscisti di casa da solo, lei rimase in casa
a studiare. Passasti davanti all’erborista. Vedesti per l’ennesima
volta il manifesto pubblicitario delle sigarette alle erbe. Entrasti.
Facesti una breve intervista all’erborista. Costo di un pacchetto?
Cinque euro e cinquanta centesimi. Quantità delle sigarette contenute?
Venti, come nei normali pacchetti di sigarette. Contenuto di ogni sigarette?
Timo, salvia, maggiorana. Contenuto di tabacco nella sigaretta? Zero.
Contenuto di nicotina nella sigaretta? Zero. Condensato? Zero virgola
zero zero zero qualcosa. Funziona? Alcuni ci riescono, bisogna adottare
un trattamento a scalare, facciamo finta che lei fumi un pacco di sigarette
al giorno, allora lei comincia così, seguendo il programma giorno
per giorno, su quest’opuscolo c’è il calendario, il
primo giorno inizia con quindici sigarette di quelle che fuma di solito
e cinque di queste (che da qui in poi chiamerò sigarette vegetali),
e così dovrà proseguire per una settimana, mi raccomando,
alla seconda settimana in ogni pacchetto ci metterà dieci sigarette
vegetali, alla terza settimana il rapporto è invertito, quindici
sigarette vegetali per pacchetto e cinque di quelle che fuma, la quantità
di nicotina nel suo sangue comincerà a diminuire, il suo portafoglio
non accuserà scossoni perché malgrado ogni pacchetto di
queste sigarette costi più di cinque euro, lei comincerà
a fumarne meno delle altre, se fa un calcolo rapido vede che le conviene,
arriviamo infine all’ultima settimana dove lei arriverà a
fumare solo sigarette vegetali. Ma ce chi riesce a smettere? In effetti
ci sono alcuni che smettono di fumare sia le sigarette normali che quelle
vegetali, oppure ci sono altri che arrivano a fumarne una ogni tanto,
soltanto di quelle vegetali si intende. Sul banco dell’erborista
c’è un pacco di Chesterfield, lui non è riuscito a
smettere ed io non ho tempo per trattamenti a scalare, compro due pacchetti
e lascio undici euro sul banco, da oggi e per dieci giorni l’erboristeria
diverrà il mio pusher di timo e maggiorana. Il gusto di queste
sigarette è pessimo, a guardarle sembrano sigarette come tutte
le altre, magari bruciano più in fretta, l’odore che sprigionano
è simile a quello di un cassonetto dell’immondizia dove sia
stato gettato un sacchetto pieno di merda abbrustolita.
fine della digressione “smettere di fumare”
Nell’ultimo anno hai provato a smettere, senza farcela,
per due volte. La prima è stata in gennaio duemila5, dopo l’entrata
in vigore della legge che vieta di fumare sul posto di lavoro; dove lavoravi
era permesso a chiunque di fumare qualunque cosa. Ci avete provato soltanto
una volta a smettere, in modo sincronico, tutti quanti. L’ufficio
era frequentato da troppe persone, tutte occupanti quello strato sociale
indefinito e collocabile tra l’essere ricchissimo ed essere semplice
arricchito, in città ce ne sono tanti, costituiscono la clientela
ideale della nostra agenzia, sono quelli che, rispetto ai miei datori,
ce l’hanno fatta. Lui ce l’ha fatta nell’ordine dei
quattro/cinque zeri, loro nell’ordine dei sei zeri, questa piccola
differenza di zeri, anche nei rapporti personali, si nota col fatto che
quando questi entrano nell’agenzia tutti si calano le braghe, i
datori per primi, accendono le sigarette una dopo l’altra, scambiando
energiche strette di mano a chi entra e a chi esce, improvvisando pranzi
di lavoro a base di tramezzini e negroni. Il secondo giorno dopo l’entrata
in vigore della legge c’era questo comando, al massimo una sigaretta
alla volta in ogni stanza. Dopo due giorni si era tornati al ritmo incessante
di una sigaretta dopo l’altra moltiplicata per dieci persone alla
volta. Nell’ultimo periodo le tre stanzette dell’ufficio erano
occupate in media da sette nove persone, compresi gli stagisti dell’università,
che credevano di essere venuti per crescere nel mondo delle agenzie di
comunicazione ed in realtà espletavano il lavoro sporco, ci riuscivano
così bene che dovevamo sempre controllare che non facessero errori,
il problema era semplice, capivano poco. Meno male che sei scappato, meno
male che hai smesso di fumare, meno male perché è la cosa
che adesso ti fa stare meglio, anche di umore.
Senti che questa è la volta buona. Scrivere una storia dove uno
dei protagonisti vuole smettere di fumare e ci riesce è galvanizzante,
ti senti in sintonia con te stesso, e poi queste sigarette vegetali fanno
davvero vomitare, sei come quelli che per smettere provano a fumare MS,
poi si accorgono che c’è gente che fuma MS da una vita e
sta benissimo. Il tuo dentista ti ha dato un ultimatum, non ti curerà
più, la sua aiutante si rifiuterà di fissarti appuntamenti,
sarai bandito “ad interim” dallo studio, sua figlia, che adesso
si occupa delle tue cure periodiche, ha detto che se tu non fumassi la
tua vita sarebbe meravigliosa, ci credi? Ma si, crediamoci. Il primo giorno
di sigarette vegetali passa in fretta, ne fumi un pacchetto e mezzo, ti
sembra di dare fuoco ad un ramo di sempreverde. Ad esempio. Entrate tu
e lei in un negozio per acquistare un paio d’occhiali da sole, ti
piacciono così tanto che getti la sigaretta a terra, date un’occhiata
rapida in giro, la commessa si volta ad una sua amica lì dentro,
mentre batte sulla tastiera “numero un paio d’occhiali con
le lenti gialle” che poi frantumerai quest’estate sedendotici
sopra perché non li hai visti appoggiati sul telo mare mentre esci
dall’acqua e ti vai a sdraiare e “numero un paio d’infradito”
destinati a diventare la tua calzatura estiva outdoor e la tua calzatura
indoor per l’inverno, ecco che mentre ciò accade…la
commessa si volta…c’è una puzza che viene da lì
fuori…qualcuno deve “aver gettato qualcosa di bruciato nel
cassonetto”. A Lecce quella dei cassonetti incendiati è una
sindrome. Abbiamo paura che la nostra periferia venga scossa da una forma
qualsiasi di anomalia, metti ad esempio un attentato; fa parte della nostra
presunzione, la presunzione di una periferia che si crede così
centrale da arrivare a presumere che qualcuno voglia destabilizzarne il
sistema virtuoso. “O forse è soltanto che in televisione
se ne vedono di tutti i colori.” Guardi la tua ragazza negli occhi,
non ti va di dire alla commessa che l’odore è quello del
fumo, crederebbero che prima di entrare stavi semplicemente fumando una
canna.
Quando fumi una sigaretta vegetale e dopo, quando l’hai finita e
la spegni o la lasci cadere, ti viene voglia di accenderne un’altra,
all’istante. Dopo una settimana smetti di fumare anche quelle. Le
occasioni della tua ghettizzazione si moltiplicano. Un sabato sera uscite
per mangiare una pizza con una coppia di amici. C’è una pizzeria,
una delle vostre preferite, dove in un ambiente a parte si può
addirittura fumare, vi sedete lì perché i vostri amici fumano
e a te non da fastidio, non vuoi diventare un integralista dell’antifumo,
uno di quelli che rompono i coglioni per far smettere di fumare chi lo
circonda, sarai un antifumatore moderato, uno di quelli che cerca comunque
di convincere gli altri a smettere di fumare mediante l’accrescimento
esasperato dei benefici che si traggono da una vita senza fumo, con un’ottima
dose di esondante narcisismo, se l’unico uomo del pianeta che è
riuscito a smettere di fumare, cazzo. Siete seduti, state per ordinare
da mangiare, ti senti così carico che invece di ordinare la pizza
suggerisci a tutti di provare le specialità brasiliane, e, tuo
malgrado, convinci i tuoi amici e la tua ragazza. Sono passati nove giorni
da quando hai smesso di avere nicotina in circolo nel tuo sangue. Ciò
dovrebbe fare intendere anche al lettore più sprovveduto che la
pazienza e la calma, quando uno smette di fumare, sono cose che se mancano
si può anche soprassedere. Siete arrivati al termine della cena.
Sarebbe il momento giusto per accendersi una sigaretta vegetale. La tua
ragazza non ne può più, prima di andare a cena avete assistito
ad uno spettacolo teatrale, un’opera messa in piedi da un tuo amico
dopo anni e anni di duro lavoro, ripensamenti, creazioni e disfacimenti
di gruppi dove i collanti sono l’arte, le canne, il vino cinque
litri due euro e la promiscuità sessuale di corpi semimoribondi,
semisdraiati, semidesideranti. Un’opera era degna del migliore teatro
off-off-off, come direbbe il tuo amico Giovanni. Vorresti accenderti una
sigaretta, soltanto che per fumare vuoi uscire fuori, sai che accenderti
una sigaretta vegetale dentro un ristorante alle undici del sabato sera
desterebbe preoccupazioni in tutti gli astanti, diventeresti rosso, dovresti
giustificarti con quelli più vicini al tuo tavolo dicendo che no,
non si tratta di una canna, è solo una sigaretta che aiuta a smettere
di fumare in modo graduale i fumatori incalliti come me, se vuole le consiglio
la marca. Magari seduta al tavolo di fianco c’è una coppia,
marito e moglie, si stanno passando un “cigarillo”, magari
quello intossicato sei tu. La tua ragazza sbotta, ha capito che è
il momento buono, per farti scenate di questo genere aspetta sempre un
momento in cui non siete soli, ne approfitta perché sa che a lei
non riesci a giurare nulla, mentre quando dici qualcosa davanti ad altre
persone mantieni sempre le promesse, non fosse altro che per il timore
di essere ritenuto un debole. Ti dice che no, non esci e non ti accendi
più nessuna di quelle sigarette, anzi, dammele, lo tengo io il
pacchetto. Hai smesso anche con queste.
Passato quel dopo cena, cioè dopo dieci giorni esatti di sigarette
vegetali, sei passato dalla fase nella quale “stavi smettendo di
fumare” e sei entrato nel limbo di chi “ha appena smesso di
fumare”. Non puoi crederci.
Nel frattempo i tuoi soldi sono finiti, sei povero e in apparente stato
di salute. La tua salute deve continuare a migliorare, ti aspetta un futuro
prossimo nel quale ingrasserai di una decina di chili, soltanto dopo un
anno e mezzo ritornerai a dimagrire, avrai un lavoro decente che ti soddisferà
ogni giorno, ma questo lo sa il lettore, lo sa adesso, lo apprende da
ciò che scrivi, tu non lo sai, il tuo ottimismo deve fare sforzi
incredibili, tutte le tue vitamine e tutto il dna contadino di tuo padre
devono venirti in soccorso, devi tornare all’abitudine antica di
vedere qualcosa che cresce piano piano finchè non sboccia in fiore
profumato e poi in frutto. Ti sei tolto un vizio. Questo episodio è
utile per darci ad intendere che tu sei una persona determinata, o meglio,
leggendo come hai smesso di fumare dovremmo intendere che uno dei personaggi
principali di questa narrazione è una persona determinata, confondere
uno dei personaggi con te è uno degli indizi che vuoi dare al lettore,
tramite quest’allusione fai trapelare che questa narrazione è
autobiografica, o quanto meno peschi in abbondanza nei mari della tua
quotidiana contemporaneità perché non disponi di argomenti
migliori e scorrevoli per arrivare da un inizio incerto ad una fine in
sospeso.
§
È con questo spirito che hai affrontato questi mesi
di crisi, fino a questo momento. Hai frantumato con un pugno il parabrezza
della tua auto senza procurarti ferite o escoriazioni, l’anello
che indossi al dito medio della mano destra, come uno spaccagrugno rudimentale
ti ha salvato dal dover elucubrare una versione dei fatti congruente con
il vetro del parabrezza incrinato e le nocche della tua mano destra tagliuzzate
e sanguinolente. Ti alzi. Dici a tua madre di prestarti i soldi per il
parabrezza, se vuole e se non vuole fanculo. Non ci sono soldi. Nessun
aiuto. Devi fare da solo, se vuoi. Sali in macchina, ti ricordi che c’è
uno sfasciacarrozzeeuroduemila sulla provinciale che esce dal tuo paese,
lo conosci perché i tuoi gli hanno venduto il pezzo di terra che
utilizza come deposito e parcheggio di auto e in attesa di essere accartocciate
in cubi di cinquantacentimetri per lato.
Ti sembra di essere finito nel mezzo di una rappresentazione teatrale
dove non recitano attori ma sfrigolii di scintille e lamiere segate, cataste
di automobili, morti di varia ferraglia mentre attendo il tuo turno e
rimani affascinato da due operai che stanno smontando una Fiat Uno, pezzo
dopo pezzo, hai sempre saputo che per mettere assieme un’automobile
si impiegano una miriade di componenti, ma quanti? Sono appena le otto
di mattina e fa già un caldo insopportabile. Quanti? Quanti? Quanti
ne vuole? Cadi. Quanti cosa? “‘Nnu ‘ssi ‘ttie
c’ha chiestu lu cazzu de parabbrezza denanzi te la Panda? ‘Nde
basta unu?” (Ma non è lei il cliente che richiesto la sostituzione
di un parabrezza per il vetro anteriore di una Panda? Ne è sufficiente
uno”. Va bene, eccolo qua, fanno venticinque euro, adesso viene
il ragazzo e te lo da. A mezzogiorno ero da lei, la mia lei, a casa sua,
con il parabrezza usato garantito, a mezzogiorno e un quarto ero con suo
padre da un meccanico in paese, un carrozziere, all’una in punto
la panda era parcheggiata sotto il sole cocente ed io ero a tavola insieme
a lei, pranzavamo con il sorriso sulle labbra. In momenti come questi
è più facile essere felici per la risoluzione di un problema
che ci ha fatto dannare fino al secondo precedente piuttosto che essere
felici del semplice fatto di esistere, ma chissenefrega di esistere, l’importante
è che arrivi presto domani, che passi quest’estate merdosa
e che torni l’autunno. Sono rose, fioriranno.
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