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Flavia Piccinni La prima sigaretta del mattino sa sempre di crème caramel. Me la metto in bocca che non vedo niente e aspiro, ancora prima di accendere. Poi cerco l’accendino sotto il cuscino, lo prendo e illumino la punta e il buio intorno a me. Aspiro ancora e il sapore è dolce, ma non fastidioso. Rimango dei minuti, che mi sembrano ore, a guardare come il fumo colora il nero. A volte chiudo gli occhi e mi addormento con la sigaretta che si consuma da sola nelle mani. Altre, sempre più spesso, resto immobile fino all’ora di pranzo a pensare. Non penso a niente di preciso. A volte all’università, a quegli esami che non ho dato e che mai darò. Poi a casa mia, a mia madre che ha tutti i denti storti e gialli, a mio padre che non porta la fede e tiene gli occhiali sulla punta del naso, a mia fratello che ha sette anni e ha già deciso che se non riuscirà a finire il primo anno di giurisprudenza farà l’elettricista. Poi mi viene in mente il Corso e tutti gli studenti greci e italiani che affollano Camerino d’inverno, da settembre a dicembre, e in primavera, da marzo a giugno. Pisa, dove vivo io, non è come Camerino. A Pisa le persone non ti salutano se non le conosci e non sorridono mai. A Pisa, se sei uno studente, sei un poveraccio, mica uno che porta dei soldi. Le strade sono larghe e il fiume, che taglia la città, mi squarcia i pensieri e mi annulla. Da quando abito qui, e ormai sono cinque anni, non faccio altro che restare chiuso in casa, nel buio. Mi nascondo dentro le persiane verdi, appena appena scrostate. Mi copro sotto le lenzuola e mi abbandono, sempre più. All’inizio avevo provato ad integrarmi, ma non ho conosciuto nessuno. Tutti mi prendevano in giro per il mio modo di parlare, di vestire. Tutti mi prendevano in giro dicendo che venivo per farmi bocciare dalla città dove l’università è più facile. Quando mi alzo mi fa sempre male la schiena. Prima di andare a cucinare mi metto sulla poltrona davanti alla televisione spenta. Guardo lo schermo, che è di un grigio scuro, poco più chiaro del nero. Lo fisso e mi immagino Camerino e poi Camerino diventa il Giappone. E la fornaia di Via Leopardi, quella che mi dava il pane casalingo da portare a mamma dopo la scuola, ha gli occhi a mandorla e i capelli neri lucidissimi legati in una coda lunga, che quasi le arriva al sedere. E il macellaio porta una strana cuffietta trasparente a forma di cuore sulla testa. E le ragazze hanno divise con camicie bianche e gonne a scacchi appena sotto il ginocchio, che quando camminano si alzano e lasciano intravedere le cosce. Una volta in cucina ci sono i fornelli ad aspettarmi. Sono due e sono sempre sporchi. Metto l’acqua a bollire e dal frigo prendo la salsa di soia. La tengo in frigo perché mi piace fredda, quasi gelata. Insieme alla salsa prendo anche il saké e un po’ di tè al gelsomino. Poggio tutto sul tavolo davanti al lavandino e mi siedo. Aspetto che l’acqua sia pronta, poi mi alzo ancora e riempio la pentola con cinque cucchiai di riso. Lo sgocciolo malamente, il riso, visto che non ho lo scolapasta. Metto tutto in una ciotola che poi inondo di salsa di soia. Inizio a masticare con la bocca aperta. Guardo il poster di Sunny nuda davanti a me. Sunny è la più bella ragazza che abbia visto. Ha i capelli lisci e neri, lunghi fino alle ginocchia. Gli occhi lunghi, ma non da giapponese. Il naso sottile, le labbra carnose e un sorriso bianchissimo. Ha un seno generoso, ma non volgare. È la più bella creazione di Jakuro Kanaski e in Giappone è considerata un sex symbol. Anche per me lo è, un sex symbol. Da quando ho comprato i suoi poster a Lucca Comics qualche novembre fa, è la mia ossessione. Ho tappezzato la casa delle sue immagini. C’è Sunny che gioca con il suo Wire Fox Terrier, che fa il bagno in piscina, che dà da mangiare ai bambini bisognosi in Corea, che cura un vietcong. Ed è sempre rigorosamente nuda. Ed è sempre bellissima. Non ha mai qualcosa fuori posto. Il sedere è sempre alto, i capezzoli sempre turgidi, lo sguardo sempre ammiccante. Finisco di mangiare il riso con le mani, poi mi lecco le dita e mi sbottono i pantaloni. Inizio a masturbarmi su Sunny. La immagino mentre sono al ristorante e lei, in giapponese, mi chiede cosa voglio da mangiare e da bere. Sottolinea che tutto quello che vedo scorrere sul nastro l’ha fatto con le sue mani. Io sorrido e inclino la testa a destra, per farle capire che gradisco. Poi prendo del nigirisushi da un piattino nero. Me lo metto sul tavolo e faccio finta di arrossire, quando mi dice ottima scelta. Subito dopo mi porge del wasabi in una coppetta di ceramica bianca e della salsa di soia in un contenitore di cristallo. La ringrazio e inizio a prendere i pezzi di sushi con le mani, a girarli e a immergerli nella soia dalla parte del pesce. So che mi guarda entusiasta. Quando ho finito di mangiare si allontana i capelli dal viso e si sfiora le labbra. Mi fa capire che per il conto devo seguirla nel retro, dove tengono le casse di birra e tè. Allora mi alzo e lei, una volta circondata da infusi e bottiglie di vetro verdi, si scioglie il grembiule e inizia a baciarmi. Poi vengo. Allora vado in bagno e mi faccio la doccia, poi torno sul letto a pensare. Faccio tutto nella semi oscurità. Ormai conosco l’appartamento a memoria. E alle quattro, come tutti i giorni, so che mi chiamerà mia madre. Il telefono squilla e neanche rispondo che lei, mia madre, mi dice che è appena entrata in agenzia e che oggi c’è poco lavoro. Si occupa in un’agenzia immobiliare nel centro di Camerino e fa la cresta sugli affitti per farmi vivere da solo. Una volta ogni tre mesi mi viene a trovare per portarmi il salame di Antonio, il macellaio di Piazza Cavour, e per vedere come sto. Pensa che vada tutto bene. Non mi piace parlare con lei. Quando attacco mi sento stanco. Mi riempie la testa dei problemi dei suoi studenti, che poi diventano anche i miei. Mi racconta della Ferrari che ha bocciato uno dei due fratelli siciliani per la terza volta a diritto privato. Mi spiega di come la ragazza greca, Erika, abbia affittato l’appartamento per lei sola e invece stia da due settimane con la cugina. Si dilunga sulle chiacchiere del paese e poi dedica parte della telefonata a insultare sua madre, nonna Marta, che vorrebbe trasferirsi nella mia stanza perché non sopporta più la solitudine di chi vive senza nessuno vicino. Quando mi dice così un po’ mi vergogno di essere suo figlio. Alle quattro e venti, quando attacchiamo, mi addormento. Di solito dormo fino alle otto, ma a volte mi sveglio prima per andare a fare la spesa. Vado al supermercato vicino al cavalcavia e prendo sempre le solite cose: quattro bottiglie d’acqua leggermente frizzante, due confezioni di tè al gelsomino, tre scatole di riso basmati, una boccetta di salsa di soia Kikko. Quando mi va di camminare attraverso la strada e vado da Video Vip. Oltrepasso le tendine di perline rosa ed entro nella zona porno. Resto qualche secondo a vedere le copertine dei vari film e poi prendo un hentai. Prima ci andavo più spesso, da Video-Vip, ma ultimamente mi sento più stanco. A volte sogno di laurearmi in economia e commercio e di andare a vivere in Giappone, casomai per insegnare l’italiano. Mi immagino mentre davanti ad uno schermo faccio lezione ad un giapponese appena tornato da lavoro che si allenta la cravatta nera e ripete, maniacalmente, ciao buongiorno buonasera. Mi immagino mentre gli sorrido e gli spiego che in Italia esistono diversi tipi di spaghetti e che funziona proprio come il sushi. A secondo di dove vai ce ne sono di buoni, di meno buoni. Altre volte sogno di scappare e basta e di andare a fare il commesso in un caffè manga o a vendere il pesce a Tsukiji, il mercato del pesce di Tokyo che è il più grande de mondo. Il più delle volte mi metto davanti a Sunny a piangere. Le chiedo perché non è vera e perché non viene qui a tagliarmi il tonno a tocchetti. Le spiego che lo cucinerò io il riso e che poi, mentre lei preparerà la salsa wasabi, faremo l’amore. Le sussurro tutto alle sue bianche orecchie e la vedo che si diverte, che arrossisce un poco e poi accetta. Non faccio l’amore con una ragazza da tre anni. L’ultima volta non era stato un granché e così ho rinunciato a cercare conquiste. Me la ricordo ancora lei. Era magrolina, con i capelli biondi a baschetto. Aveva gli occhi piccoli e se li truccava tutti di nero. La bocca, a cuore, la colorava di rosso. Non lo so perché, alla fine, andò male. Ho solo ricordi confusi. Quello era il periodo in cui non potevo stare neanche un giorno senza farmi una canna. Erano due anni che ero a Pisa e non avevo dato neanche un esame. Lei mi ha detto, quando l’avevo chiamata un giorno che mi sentivo particolarmente solo, che avevo iniziato a fare lo stronzo. Non aveva aggiunto altro e quando avevo chiesto spiegazioni aveva risposto sbrigativamente, come per attaccare in fretta. Ci eravamo conosciuti a un Cosplay. Era venuta da sola vestita da gothic lolita. Portava una gonna corta nera, le calze a rete piene di buchi e una parrucca rosa. Io avevo il mio solito costume da Naruto. Mi si era avvicinata. “Ciao, io sono Yamanaka Ino” aveva detto a bassa voce. Avevo allungato la mano e lei, invece di stringerla, me l’aveva baciata. Poi aveva tirato fuori dalla borsa una sigaretta e mi aveva fatto cenno di seguirla. Eravamo usciti dalla stanza mentre stava per finire la cover della sigla di Ranma. Una volta lontani dalla confusione avevamo cominciato a parlare. Mi aveva spiegato che aveva iniziato a mascherarsi per soddisfare le perversioni sessuali del suo ragazzo. Mi sentivo imbarazzato ed eccitato mentre ascoltavo la sua confessione. Quando ormai eravamo al filtro mi aveva scritto sul suo pacchetto di Marlboro rosse il suo numero di telefono. Sotto aveva fatto un cuoricino. Dopo due giorni eravamo andati a mangiare insieme al ristorante cinese dietro Piazza Caterina. Entrambi avevamo preso ravioli al vapore, gamberi in agrodolce, riso bianco. Mentre si riempiva la bocca di riso mi raccontava della sua vita. Studiava a lettere qualcosa come cinema, musica e teatro e parlava in continuazione. Io stavo sempre in silenzio un po’ perché non avevo niente da dire, un po’ perché non volevo indispettirla con il mio strano accento. Ci eravamo continuati a vedere quasi tutti i giorni per una settimana e poi, una domenica sera, dopo un’insalata al pub dell’Orso, mi aveva chiesto se avevo qualche film carino a casa. Era venuta da me e ci eravamo messi a guardare Coccodrillo, un film coreano sottotitolato. Mentre eravamo sul divano mi era saltata addosso. Io, spaventato e impegnato a fumare, mi ero mosso e la sigaretta aveva bruciato il divano e il mio dito. “Cazzo” avevo urlato mentre lei, che aveva iniziato a scusarsi gesticolando, aggiungeva che mi stava per fare un pompino. Mi aveva domandato allora se potevamo andare in camera da letto perché voleva farsi perdonare. Io avevo annuito, senza troppa convinzione. Non mi andava di stare nello stesso letto con una che mi aveva appena bruciato il divano e ucciso il dito, ma non avevo opposto resistenza. In camera avevamo iniziato a baciarci, a spogliarci. Una volta nuda le avevo visto il seno, quello che fino a poco prima avevo solo immaginato o toccato sotto il maglione, e mi ero dimenticato della bruciatura al dito e del divano. Le sue tette erano decisamente nella norma, l’unica differenza era l’aureola del capezzolo che mi sembrava gigantesca. Più grande perfino di quella di Sunny. Lei aveva poi iniziato a spogliarmi partendo dalla camicia. Slacciava un bottone e mi leccava, slacciava un bottone e mi leccava. Forse pensava che mi facesse piacere quel trattamento, ma io mi sentivo solo un cane portato a fare la toiletta. “Ce l’hai?” mi aveva chiesto, mentre mi stava togliendo i boxer. - Cosa? “Certo” avevo detto, ridendo nervosamente. Poi mi ero allungato per prenderlo da dentro il comodino. Al buio lo avevo aperto e me lo ero infilato. Ero salito sopra di lei senza dire una parola. Avevo iniziato a muovermi aspettando il gridolino che tutte le donne fanno quando entro, ma non c’era stato niente. Tutto mi appariva come un disastro. Non riuscivo a fare altro che pensare al dito. Non mi faceva male, no, ma era più forte di me. Lei continuava a baciarmi, mi metteva la lingua dentro l’orecchio, mi leccava il collo, ma non riuscivo a distrarmi dal buco che avevo sul medio destro. “Che hai?” mi aveva chiesto scocciata mentre mi stringeva il sedere. Io, fingendo indifferenza, avevo risposto che non avevo nulla. Che mi faceva solo male la testa ed ero stanco. - Fammi almeno venire, dai. Quando aveva detto dormiamo, mi ero sentito gelare. Non avrei voluto condividere con lei neanche un secondo di più, figuriamoci una notte. Anche il suo egoismo, quel fammi venire, era passato in secondo piano. Mi ero mosso ancora, ma poi il pensiero del dito era diventato il letto, il comodino, il profilattico e io che mi muovevo sopra di lei. Il dito era diventato la stanza stessa e tutto il mio appartamento, perfino il balcone e la tazza del water. Allora ero uscito dicendo che non potevo. Mi aveva chiesto spiegazioni e avevo solo saputo dire “Quanto è potente un dito”. Poi, non so perché, avevo iniziato a raccontarle di quando, a Camerino, frequentavo Elena. Le confessai che un giorno Elena mi aveva portato del latte troppo bollente e mi ero scottato la lingua. Aggiunsi che per una settimana non ero riuscito a toccarla. Lei non aveva detto niente. Si era semplicemente alzata e aveva iniziato a rivestirsi lentamente. Forse aspettava che io la fermassi, che le dicessi resta, si sistema tutto, ma io ero rimasto in silenzio pensando al dito e al latte, al dolore fisico e alle donne che per me equivalgono, allora come adesso, ad uno stato di malessere. Quando era uscita, me lo ricordo bene, mi ero messo davanti alla televisione a farmi una sega guardando le ragazze dell’199. Il giorno dopo avevo pensato alla potenza delle dita e di quel dito in particolare, quello che mi aveva bruciato. Avevo pensato tutto il giorno dentro al letto. E lo stesso avevo fatto il giorno dopo, quello dopo ancora. Sembrava quasi che la mia vita ruotasse intorno a quella scopata persa, intorno a quella ragazza che non ero stato capace di far venire. Il telefono squilla. Quello di Video Vip mi informa che ho un film da due settimane e che devo riportarlo. Quando chiedo di quale film si tratta, abbassando la voce, mi risponde che è uno vietato ai minori. Aggiunge che dovrò pagare una multa alla riconsegna. Attacco senza dire niente. So che non riporterò mai quella cassetta, che non so neanche dove sia, indietro. So che, così facendo, non potrò più mettere piede in quel cesso di posto, ma non mi dispiace più di tanto. Marco, quello che vive al piano di sopra, ogni tanto mi porta qualche film. Viene per chiedermi le sigarette e poi mi presta le cassette. Ultimamente si è appassionato dei Minimax: nani che si scopano a vicenda. Non li trovo eccitanti, ma riescono a farmi stare meglio, a volte. Riescono a farmi sentire fortunato. Normale. Vado in bagno trascinandomi gli infradito che fanno un rumore strano. Un po’ fastidioso e un po’ piacevole. Mi siedo sul bordo della vasca. Inizio a piangere, come tutte le volte che mi sento solo. La voce mi si strozza e le lacrime scendono. Mi nascondo la faccia, come se qualcuno potesse vedermi, anche se non c’è nessuno. Quando mi sento stanco, ormai spossato dalle lacrime e dai pensieri, mi distendo sul letto. Aspetto le otto contando i minuti ad alta voce. La mia voce si stacca dal cuscino, dal materasso stesso, e si mangia la stanza, con le pareti bianche macchiate dall’umido. Alle otto meno cinque torno in cucina per finire il riso. Lo innaffio di soia e inizio a mangiare. La bocca la tengo aperta. A volte sputo qualche chicco sul tavolo. Lo raccolgo con il dito e continuo a masticare a volte veloce e a volte piano, un po’ come viene. Poi mi distendo accanto al piatto. Oggi mi sento più triste del solito. Vorrei consumare la casa e il televisore e le posate. Vorrei consumare tutto con le mie urla e con le mia solitudine. Ma l’impotenza, le forze che non ho, mi impediscono perfino di muovermi e mi costringono a restare fermo, dilaniandomi da dentro. Sembra che oggi sia un giorno qualunque, in effetti lo è. Dopo cena mi butto sul letto. Mi concentro su Sunny, ma non ho le forze neanche di masturbarmi. Mi vengono in mente solo delle brutte cose. Mi addormento dopo non so quanto. Quando mi sveglio, alle tre di mattina, ho in testa solo un cielo di festa pieno di aquiloni. È il cielo di Camerino, striato di nuvole che sembrano immobili. Inizio a piangere e chiamo mia madre. Dico solo non sto bene e attacco. Aspetto che il telefono squilli, che lei mi dia conforto, che si interessi a me fino alle cinque. Poi mi vesto ed esco. Fa freddo. Cammino per le strade e non c’è nessuno. Sono solo. Sento il vento che mi sale dai polpastrelli e la bocca mi pare ancora ingrumata. Vado in Via Buonanno e passo davanti alle profumerie, ai negozi di vestiti e libri. Sembrano tutti uguali, loculi pieni di roba. Cambiano solo le saracinesche. Alcuni hanno anche la luce accesa, ma sono pochi. Arrivo fino a Piazza Dante, davanti alla sede di giurisprudenza. Il portone di legno è chiuso. Al bar, il Macchi, ci sta solo il proprietario che sta sistemando i tavolini e le sedie. Mi vado a sedere su una delle otto panchine di pietra che stanno al centro della Piazza. Ne prendo una a caso, come se non potesse cambiare niente dove sono seduto. Fisso la terra, i sassi che sono bianchi e grigi e neri che la compongono. Ne raccolgo un paio e li lancio lontano. Sento qualche stillo, che dura poco. Subito dopo torna il silenzio. Dormono tutti aspettando che il giorno inizi e consegni loro qualcosa. Cerco nella tasca del giubbotto le sigarette ma non le trovo. Mi alzo e vado verso Piazza Dei Miracoli, lì i bar sono sempre aperti. Sempre a disposizione di giapponesi e americani che accorrono a vedere la Torre che pende. Pagherei per vederla schiantare, la torre, al suolo. Per vederla seppellire quelle decine di turisti, quelle migliaia di visitatori, che ogni giorno sorridono alle sue spalle e improvvisano ridicole pose. Quando ormai sono davanti al distributore automatico, l’unico che c’è in questa zona, squilla il telefono. Rispondo e mia madre mi chiede se ero io quello stronzo, così dice, che aveva osato telefonare di notte. Dico di no, dico che stavo dormendo a quell’ora, che dormo ancora. Lei resta in silenzio e poi mi chiede se va tutto bene. Lo chiede con una voce stanca, che però non vuole mancare a consolidati rituali telefonici. Rispondo meccanicamente, come tutte le volte. Dico certo, fa freddo, ma non mi posso lamentare. Lei, però, questa volta, insiste più del solito. “Sei sicuro?” domanda ossessivamente. Scuoto la testa, ma non può vedermi. Rispondo ancora di sì e mi sforzo di sembrare convincente, mi sforzo di fare sembrare quelle parole mie per davvero e non solo il pensiero di un momento. Tranquillizzata allora si scusa, mi chiede se sto studiando e poi attacca. Quando ormai il telefono parla da solo continuo a piangere. Poi prendo i soldi dal portafogli, li metto nel distributore e premo il bottone per le Marlboro rosse, anche se non le fumo mai. Quando non scendono tiro un pugno alla macchinetta e vengono fuori due pacchetti. Mi affretto a metterli in tasca e mi allontano camminando in fretta, quasi correndo. A casa c’è la solita tristezza ad aspettarmi. Mi distendo sul letto e per tutto il tempo che mi separa dal pranzo e poi dalla telefonata di mamma e poi dalla spesa e poi dalla cena penso. Penso a me e al Giappone e a Camerino. Penso che dovrei dirglielo, a mia madre, che sono un fuori sede che, come la maggior parte dei fuori sede, non fa un cazzo. Penso che dovrei dirglielo a mia madre che anche io, come due suoi affittuari, facevo crescere la Maria dentro il mobile dei vestiti e che ho smesso solo perché non ero abbastanza capace. Penso che dovrei dirglielo che sono un’inetto, sempre che non se ne sia accorta da sola. Penso tante cose che alla fine si confondono e io divento loro e loro diventano me. Poi mi schiaccio la testa dentro al cuscino e mi sforzo di dormire.
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