Maria Zimotti
IL GIARDINO

26 giugno 2006.
Fa caldo.
Foglie e verde dappertutto.
Tutto piatto e afoso.
60 è il numero.
60 per cento di no alla riforma costituzionale.
Non basta questo piccolo guizzo di salvaguardia democratica per dare aria nuova al senso di oppressione che provo in questo giardino pubblico sfatto di zanzare che porta il nome di rivoluzionari latinoamericani.
Euforie di giunte comuniste degli anni 70.
Una signora che conosco di vista sta appoggiando adesso la sua bici alla panchina.
Siamo state colleghe in una mezza giornata di volontariato per i Giochi Studenteschi, una di quelle cose che i convinti genitori cittadini attivi devono fare.
Lei è molto più convinta di me.
Girotondista, l’ho incontrata alle Primarie di qualche tempo fa.
Le Primarie: era tutto un guardarsi intorno e pensare: anche tu?
Lei, la signora della bici, si chiama Ida. Primipara attempata, quindi con la testa sgombra da rimpianti e frustrazioni, con il suo manuale di psicopedagogia da applicare sul suo unico figlio, mise sportiva da ecologista, scruta il giardino incolto, alla ricerca del più piccolo scontrino cascato da qualche portafoglio di mamma distratta perché di fretta che deturpa il bene pubblico.
Il suo mento bislungo finale di una faccia a forma di melanzana, si aguzza per gli inutili sforzi delle campagne di sensibilizzazione affisse in ogni dove con notevole spreco di risme di fotocopie.
Io, dicevo, sono meno convinta.
Sono nata nella terra dell’anarchia palazzinara, nei tempi della sua massima espansione, dove il valore delle persone si misura dalla dote, dove è impensabile che a una casa venga negata la possibilità di espandersi all’infinito, per i figli per i nipoti e per i pronipoti, dove ci sono eterni cantieri di palazzi enormi con piccole finestre e lunghe balconate strette.
Case con giardino neanche a parlarne: inutile spreco di metri quadri.
Il mio io si espande a tentoni, come quelle case rifinite un po’ alla volta, stratificate e ho sempre guardato come delle icone queste ladies stakanoviste della convivenza civile la cui apoteosi è la battaglia per la raccolta differenziata.
Mi sono fatta una ragione del mio caos interiore ed esteriore e me lo porto appresso nelle riunioni scolastiche dove il mio stato d’animo attento e pacifico si riscalda solo quando si comincia a parlare con qualsiasi cosa abbia a che fare con l’arte.
Ida si sta allontanando impettita.
Il suo dna calvinista non è scalfito dal suono di una trombetta da stadio che si infila diritto nei miei ricordi.
Oggi gioca la Nazionale.
Attesa crescente per i quarti di finale e moltiplicarsi di tricolori.
Non vedevo tanta Patria appesa ai balconi dall’estate dell’82.
Il caldo addosso mi dà un senso di spossatezza che mi piace e mi fa rivivere quell’estate.
La sensazione di deja vu riesuma il mio vecchio ottimismo ma è solo un simulacro.
Me ne accorgo mentre sfoglio distrattamente la copia della Costituzione che mi sono ritrovata in mano frugando nella borsa.
La mia borsa è una delle tante espressioni della caoticità del mio stare al mondo.
Ci sono cose che non ci dovrebbero essere e non ci sono cose che dovrebbero esserci.
E’ proprio davvero un debole segnale che arriva da un’altra vita, quando si credeva alle favole.
Eppure quelle parole così come scritte su pietra non smettono di affascinarmi.
Suggestioni di quest’aria frizzante di attesa e della lapide in memoria di Falcone e Borsellino del giardino della scuola qui accanto.
Intanto, da un giornale buttato nel cestino dell’immondizia stracolmo apprendo che una delle nuove eminenze grigie del governo di centrosinistra si sta facendo ristrutturare un dammuso a Pantelleria.
E’ finita la magia.

 

LIEVITO MADRE

In una piccola cucina, alla luce al neon di un lampadario anni 70 sto impastando il pane.
Questa luce mi rimanda a quando rientrando dal lavoro o dalla scuola aprivo la porta e mi impattavo con il desco imbandito.
Se non fosse per la luce elettrica la scena era quella dei “Mangiatori di patate” di Van Gogh e io sentivo una forza strana agitarsi in quella scena immobile.
Come fantasmi di contraddizioni che parlano tra loro.
La dialettica è il filo o il serpente della famiglia.
Anime che cercano di essere individui nel gioco di relazioni indissolubili.
La mia famiglia è quasi tutta qua, adesso: io e mia madre.
Quando si diventa in pochi non è che scompaiano quei fantasmi.
Anzi pesano di più perché non se ne condivide il peso con altri.
Se poi quelli che restano sono quelli che di più cercavano di essere individui e che non se ne sono andati altrove, anche con la testa, le loro frustrazioni silenziose caricano di tensione tutto come me e mia madre adesso, ché l’aria pesante si può tagliare col coltello, sarà perché la cucina è piccola e la luce al neon è implacabile.
Il pane è un rito.
L’ho sempre fatto e diversamente da altre cose non è rimasto una voce da economia domestica come il punto a croce o il taglio e cucito.
Fare il pane è marcare il territorio perché noi donne che siamo sempre fuori casa siamo eternamente in colpa e allora bisogna fare cose che ci facciano ritornare al nostro vecchio ruolo, così per metterci a posto un po’ la coscienza.
Mentre tiro fuori dall’impasto, come se ne strappassi il cuore, il lievito madre da conservare per la prossima volta scopro la Grande Verità, così faccio contento pure Freud ché lui lo sapeva che c’era un significato simbolico.
Il pane è il legame con mia madre.
Chiudo gli occhi e mi ricordo di quando da bambina mi piaceva toccare la pasta lievitata morbida e calda come il suo seno.
Ora che sono mamma invece toccare la pasta di pane è come accarezzare la mia bambina.
Lei sta entrando proprio in questo momento ed è davvero come quando un raggio di sole spacca le nuvole.
Mutevole, emozionante ed emozionata: questo è mia figlia.
Nuova, come questo lievito che tengo con cura perché non irrancidisca, come è irrancidito quello che è passato tra me e mia mamma.
Vedi un po’ te le corrispondenze a che ti portano.
Insegnerò anche a lei a fare il pane.
La tradizione, la continuità: cose di cui non ci si riesce proprio a liberare.
Non è che io sia contenta di questo ma è un chip che mi hanno inserito, come le lezioni di taglio e cucito, come Natale che arriva inesorabilmente e sempre troppo presto.
Impastare il pane come coltivare un giardino zen.
Ecco che abbiamo trovato lo sbocco alternativo alla tradizione.
Intanto che io faccio voli pindarici tra gastronomia filosofia e psicanalisi mia figlia sta parlando fitto fitto con mia madre.
Voglio dire, si capiscono molto più di quanto io e mia madre ci capiamo o quanto io capisca mia figlia.
La gelosia mi dà una piccola fitta, come una puntura che farà effetto tra un po’ ma vederle così mi fa ricordare di una bella giornata che abbiamo passato insieme tutte e tre.
L’idea fu mia, lo ricordo.
Portarle con me ad una conferenza per lavoro.
Volevo creare in realtà una situazione da fiction, un viaggio tra donne, uno scambio intergenerazionale, suggestioni di cui si nutre il mio cervello onnivoro e fantasioso.
Ricordo che mia madre mi bacchettava per tutto il viaggio per quel tono che mi davo per la situazione.
Mi sentivo importante, finalmente slegata da lei, per quel lavoro tutto mio, importante di cui però lei non aveva comunque nessuna riverenza.
Quel giorno la vidi giocare con mia figlia come una bambina e non avevo più paura di lei.
Smise di essere sulla difensiva con me quando anche io, sulla spiaggia, mi tolsi le scarpe e con il mio tailleur color crema cominciai a rotolare sulla spiaggia con mia figlia.
Ridevo, ridevo forte, scaricando la tensione e mentre mia figlia mi spettinava, vidi con la coda dell’occhio mia madre tranquilla, in piedi e non era più mia madre.
Io non mi aspettavo niente da lei e lei non si aspettava niente da me.

Il pane è cresciuto una meraviglia oggi.

Incredibile, non ha trovato nessun difetto.
L’ho messo nel forno.
Adesso però devo andare.
Mia figlia vuole restare con lei.
Hanno l’aria complice mentre io me ne vado con le mie vuote raccomandazioni.
-“ Si vai, non ti preoccupare”- dicono all’unisono e io dovrei essere tranquilla e libera ma un sentimento intricato fermenta dentro di me.
Mia figlia, io ho bisogno di lei.
Non prende la forma delle chiare lettere - vuole portarmela via - ma uno spiffero freddo mi attraversa, come la puntura di prima.

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