Federico Fascetti
Battiti

Il mister ha detto dieci giri di campo, e noi abbiamo iniziato a correre al solito passo. Un’andatura lenta, costante, giusto per mettere in moto la muscolatura. Era una bella giornata, splendeva il sole nonostante la temperatura fosse un po’ bassa. Scambiavamo quattro chiacchiere, ridevamo, ci prendevamo in giro tra noi.
E a un certo punto ho visto quelli davanti a me inchiodare di botto e sparpagliarsi. Sono riuscito a fermarmi in tempo, e così gli altri, e a non andare addosso a nessuno, ma non capivamo che cosa fosse successo. Il mister si è messo a correre e a soffiare nel fischietto, qualche faccia era stravolta.
Poi l’ho visto. Steso a terra, si contorceva. Ruggero Marchi, un esterno di difesa. Boccheggiava, si premeva le mani sul torace. Emetteva suoni strozzati. Scalciava con i piedi, alzava polvere e fili d’erba.
Tutti si agitavano e dicevano «Fate qualcosa!», e allora si è avvicinato De Rossi. Lui è medico, di mestiere. Un anestesista. Si è chinato su Marchi, gli ha fatto il massaggio. Ruggero sibilava «Mi fa male», De Rossi strillava «Aria, fatelo respirare!», ci ha ordinato di tenergli su le gambe.
«Chiamate un’ambulanza, cazzo!», ha urlato il mister verso il bar del campo. Due di quelli che assistevano alla scena sono corsi dentro.

L’ambulanza è arrivata pochi minuti dopo. Marchi aveva perso conoscenza. In ospedale c’è arrivato quasi morto.

Aveva ventinove anni, uno meno di me. Gestiva una pizzeria, insieme alla moglie Katia e al padre di lei, che faceva il cuoco.
Dopo il fatto, Ruggero ha dovuto chiudere con la squadra, ma noi siamo andati al locale qualche volta, così, per farci sentire partecipi. Era l’unico modo che ci veniva in mente per riuscirci. Se ne stava lì tutto il giorno, alla cassa. Non si poteva stressare o affaticare, doveva stare calmo e riposato, ma aveva paura di rimanere a casa da solo. Sono state serate lugubri, la nostra tavolata consisteva in due file di persone che parlavano il meno possibile. Mangiavamo e scappavamo via, dopo aver domandato come andava ed esserci raccomandati che seguisse fedelmente le indicazioni dei dottori.
Alla fine abbiamo lasciato stare. Ci sembrava che quelle improvvisate lo facessero sentire ancora peggio.

La nostra era una squadra di dilettanti iscritta al campionato provinciale dell’acli. Il programma prevedeva due allenamenti la settimana, più la partita il sabato o la domenica.
Non si praticavano molti controlli, bastava portare un certificato medico che garantisse l’idoneità all’attività agonistica, ed era tutto a posto. In seguito all’incidente di Ruggero la società ha organizzato una serie di test e visite mediche in sede per ognuno di noi, convocando un medico sportivo con il tesserino della federazione.
Di quello che era successo se ne parlava il meno possibile, e l’umore ci ha messo poco ad abbassarsi.
Presto l’atmosfera è diventata irrespirabile.

Ho iniziato a svegliarmi di soprassalto. Scattavo a sedere sul letto, fradicio di sudore, e mi premevo il petto a sinistra. Ero certo che mi stesse per venire un infarto, avevo i battiti a mille.
La prima volta mia moglie mi ha sentito, e le è presa una paura del diavolo. Quando si è accorta che mi ero sognato tutto, ha detto soltanto «Cerca di stare tranquillo». E si è girata dalla sua parte per continuare a dormire.
Ma io ormai mi ero convinto. Ci pensavo tutti i giorni, ogni momento. Anche Ruggero, prima, era sano come un pesce. Eppure aveva rischiato di morire.
Ho smesso di andare agli allenamenti. Inventavo delle scuse, sempre meno credibili, finché una sera, dopo cena, è squillato il telefono ed era il mister.
«Allora, che ti piglia?»
«Ma no, è solo un periodo pieno di cose da fare», ho detto.
«Ci sarà mica qualcosa sotto?»
«Assolutamente. È che sono impegnato, e basta».
«Quando ti rivediamo?»
«Non lo so, magari la prossima stagione potrei organizzarmi meglio. Ci risentiamo a settembre».
A quelle parole è diventato furioso. Ha detto che non potevo comportarmi così, che avevo preso un impegno, che dovevo del rispetto agli altri compagni e alla società. Tutto inutile. Gli ho sbattuto il telefono in faccia, e ho cominciato a tremare come una foglia. Mi sono dovuto sedere, sentivo gocce fredde che mi scendevano lungo la schiena. Mia moglie mi ha guardato senza aprire bocca, con in mano il caffè che aveva preparato per me. «Portalo via. Non mi va più», ho gridato.
Prima di andare a letto ha detto «Ma ti rendi conto?»
«Di che?»
«Di niente. Buonanotte».
E questo è stato tutto.

Al lavoro ero distratto, non ci stavo più con la testa. Ero concentrato sul mio cuore, stavo per interi minuti con una mano sul collo o sul polso per percepirne il ticchettio. Se avvertivo dolori di qualsiasi tipo, mi sedevo e rimanevo con gli occhi sbarrati a fissare nel vuoto, respirando a fondo e cercando pian piano di riacquistare la padronanza di me stesso.
Una volta è venuto un ragazzo che doveva fare benzina
«Il pieno», ha detto. Mi ha porto le chiavi del serbatoio.
Ho tirato fuori la pistola dal distributore, ma ero agitato, avevo le gambe molli, e così ho premuto la leva troppo presto, e la benzina ha iniziato a scolare sulla fiancata dell’auto e a terra, fino a formare una pozza. Assurdo, non riuscivo a controllarla, le dita andavano da sole. Mi ci è voluto uno sforzo di nervi sovrumano per riuscire a servire quel tipo. Alla fine, le scarpe e la parte bassa dei pantaloni della tuta erano completamente impregnati di benzina, e una puzza insopportabile si spargeva intorno.
Quando mio padre - era il titolare della stazione di servizio - se n’è accorto, ha urlato «Ma si può sapere che c’hai?»
Non sapevo cosa replicare, avvertivo sopra di me lo sguardo degli altri lavoranti. Stavo facendo la figura del folle.
«Forse un po’ di influenza…»
«Allora vattene a casa per un paio di giorni, e fattela passare!»
«Come…»
«Vattene, è meglio».
Mi sono ritrovato a girare in macchina a mezzogiorno, senza sapere dove andare. Indossavo ancora la tuta dell’Agip, avvolto da un odore forte di carburante. Non avevo nemmeno pensato a cambiarmi.
Non potevo tornare a casa, sarei impazzito lì dentro da solo, e poi mia moglie sarebbe tornata presto e mi avrebbe trovato, e avrei dovuto spiegarle tutto. Senza sapere come, mi sono ritrovato davanti alla pizzeria di Ruggero. Era ancora chiusa. Ho sfilato a passo d’uomo, guardandola attraverso il finestrino. In quel momento mi è parso di avvertire un attacco di tachicardia, ho pigiato a fondo il pedale del freno, l’auto ha inchiodato. Da dietro, un tizio ha cominciato a strombazzare, a strillare «Imbecille! Togliti dalle palle!» Ho chiesto scusa sporgendo il braccio, lui mi ha sorpassato senza degnarmi di uno sguardo.
Due respiri profondi, e mi sono allontanato. Speravo che nessuno avesse fatto caso alla scena.
Verso l’una sono andato da mia figlia, all’uscita di scuola. Non mi aspettava, di solito andava da una compagna, e poi mia moglie passava a riprenderla dopo il lavoro. In auto non le ho rivolto una parola, e una volta davanti casa le ho detto di andare avanti, che intanto io avrei cercato il parcheggio.
Ho aspettato che scendesse e che aprisse il portone, e sono scoppiato a piangere.

A mia moglie ho detto di aver avuto un po’ di male alla gola e alle ossa, ma che ora non ne sentivo più. La mattina successiva non ho fatto menzione dell’altro giorno di “vacanza”, e mi sono preparato come per andare al lavoro. Una volta in strada ho cambiato direzione, e sono corso in una clinica dall’altra parte della città.
«Ha già un appuntamento?», ha domandato la ragazza dell’accettazione.
«No».
«L’impegnativa?»
«Neanche».
Le ho detto che volevo semplicemente una visita cardiologia completa, che non mi interessava quanto potesse costare, o che ci volesse tutta la giornata.
«Ci sarà da attendere, senza appuntamento», ha aggiunto, come a voler ribadire un particolare che le sembrava avessi passato sotto gamba.
In sala d’aspetto c’erano sette persone. Mi osservavano, goffo nella mia tuta da lavoro. Un ficus e un divanetto viola erano le uniche varianti cromatiche al bianco di muri, soffitto e pavimento. Il condizionatore d’aria ronzava in sottofondo.
«Non ho fretta».
Ha battuto sulla tastiera di un computer, atteso che la stampante emettesse un modulo in doppia copia.
«Due firme. Qui», ha indicato con un dito, «e qui».
Un foglio lo ha tenuto lei, l’altro lo ha consegnato a me.
«La chiameranno dall’altoparlante. Intanto si accomodi».
Mi sono seduto su un divano e ho preso una rivista, l’ho aperta soprattutto per nascondere il viso. Provavo vergogna. Ed ero teso per ciò che avrebbe potuto dire il dottore. Mi mancava il respiro, ero affannato come un pesce tirato fuori dall’acqua. L’aria era fredda e artificiale, e odorava di disinfettante.

Il dottore mi ha auscultato con lo stetoscopio, toccato nei punti necessari. Fissavo le sue labbra, i suoi occhi, cercavo di carpire da un singolo movimento la realtà del mio stato.
«È agitato?»
«Insomma».
«Stia calmo, si rilassi».
Ho tratto un respiro profondo.
«Perché è qui?»
«Così, un controllo».
«Ha avuto dei problemi?»
«Nulla di specifico».
Si è staccato lo stetoscopio dalle orecchie, ha detto «Si sdrai sul lettino, adesso».
Mi ha spalmato il petto con un gel, ci ha attaccato sopra certi tamponi. Poi ha cominciato ad armeggiare con un marchingegno su un mobile a rotelle, a pochi centimetri dalla mia testa. Fischiettava un motivetto, come per tenere il tempo del sibilo del macchinario.

Mi sono ritrovato in strada, sul marciapiedi, colpito da un sole accecante. In mano, una busta con i risultati della analisi. Il mio cuore era solido e sano. Non c’era di che preoccuparsi, il dottore non riusciva a capire di che cosa avessi paura.
In auto mi sentivo ancora peggio di prima. Forse anche Ruggero si era fatto dei controlli, magari qualche medico gli aveva detto le stesse cose.
Nei pressi di un cassonetto ho frenato, abbassato il finestrino, gettato via la busta e tutto il suo contenuto.

Le saracinesche della pizzeria erano su a mezz’asta. Ho bussato un paio di volte con il pugno.
Da dentro, una voce ha urlato «È chiuso. Apriamo alle diciotto».
Due zoccoli bianchi sono comparsi nello spazio aperto, la saracinesca si è alzata. Il padre di Katia.
«Siamo chiusi», ha ripetuto.
Non ho risposto nulla, mi sono limitato ad annuire. L’ansia mi divorava. Katia è sopraggiunta alle spalle dell’uomo.
«Chi è papà?»
Appena mi ha guardato, mi ha riconosciuto. «Ah, è lei».
«Lo conosci?»
«Sì, è un amico di Ruggero», ha detto.
È sfilato via, lasciandoci soli.
Ho mosso un passo oltre la soglia, mentre lei mi fissava imbarazzata.
«Volevo salutarla», ho detto.
«Grazie. Un pensiero gentile, da parte sua».
«Mi dispiace tanto per Ruggero». Non aveva senso dirglielo ora, dopo più di un mese, quando le varie volte che ero venuto qui avevo cercato in tutti i modi di evitare lui e lei. «Mi dispiace tanto».
Mi bruciavano gli occhi, li strizzavo.
«Si sente bene? Vuole sedersi, bere qualcosa?»
«No, no, non si preoccupi».
Le mie mani non riuscivano a stare ferme.
«Sa, sono stato dal dottore, poco fa».
Non capiva.
«Ha detto che non ho nulla. Dopo il fatto di Ruggero, io…»
È sbottata a piangere, tirava su col naso, si copriva il viso. Volevo carezzarle i capelli, ma mi ha spinto via. Avevo paura che si mettesse a urlare, che potesse ricomparire il padre e cacciarmi via a calci. Forse era proprio quello che volevo, essere scacciato.
Ma non è arrivato nessuno.
«Scusi, non avrei dovuto venire a disturbarla».
«No, scusi lei. Sa, siamo tutti un po’ scossi». Si è asciugata con il grembiule, la farina le ha sbaffato una guancia, impastandosi con le lacrime.
Nella penombra delle finestre chiuse il resto del locale si intravedeva a malapena.
«Adesso…», ha detto, accompagnando le parole con un movimento della testa.
Mi sono voltato, e appena sono stato fuori, ha abbassato la saracinesca fino a terra. Si è richiusa in un clangore di metallo.
Ci ho appoggiato la fronte.
«Mi dispiace tanto!», ho urlato.
Ho sentito da dentro il ticchettio dei suoi passi. Forse stava tornando in cucina.

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