Elisabetta Liguori
La responsabilità del vetro a NYC

12 giugno 2007 - Il temporale

Le penne ad inchiostro liquido hanno paura di volare. L’hai capito da poco. Nel rosa ovoidale dell’aereo, fai giusto in tempo a meditare sull’incipit, poi la borsa è un lago nero e sei costretta a cambiare sistema, pur di scrivere qualcosa su questo viaggio che ritrosamente inizia.

L’albergo è bello, sia su deplian che dal vivo. Paolo ha scelto bene questa volta, nonostante, in prossimità della partenza, tu avessi preso a fare le solite storie: il prezzo troppo alto, il volo troppo lungo, il clima troppo caldo, la distanza troppo distante. Sai come complicare le cose se lo ritieni utile alla desistenza prudente. E’ una meccanica di coppia ben consolidata dal tempo, la vostra; tu sai bene come essere inevitabile e lieve e far da freno, o far sì che, in due, s’acceleri solo in discesa o solo in ritardo. Non sai più come evitarlo alla tua età. Figurarsi un viaggio a New York, a trentanove anni, con un curriculum minimo da agriturismo toscano, figli minori e genitori invalidi a carico? Figurarsi l’America per una come te, indotta dal clima e dallo spazio a tenersi il suo pezzo di vita così come è, purché non sia peggio. Una come te non parte mai volentieri, ché ogni meta è comunque un gradino. Si va più in alto, o più in basso, si va comunque più in là. Con alibi da costituire, consolidamenti e lunghi strascichi. Non va bene. L’oceano è lontano e basta. Non è un fatto di conoscenza, ma di resistenza. Tant’è che tuo figlio, prima della partenza, aveva recitato a memoria: Il pesce dice al caimano: vorrei andare lontano. Il caimano dice al pesce: secondo me non ti riesce. Ma Paolo questa volta voleva andare. E gli altri come lui: Carla e Teo. Come dirgli di no? Quei due sono sposati da poco, se pure convolati a nozze per sfinimento, dopo aver viaggiato insieme chissà quante altre volte, più inquieti di due pesci rossi in una boccia azzurrata. La loro euforia matrimoniale potrebbe rappresentare un elemento stabilizzante per te. Ti fanno quasi ribrezzo gli sposi novelli, quando tutto è ancora di là da venire. In che termini pensare a NY? avevi continuato a ripetere per giorni, e ogni volta NY diventava più grande.

Ma oggi ci sei: sei dentro la mela.

Arrivati, vi accoglie un temporale. Acqua a cascate su vetro e acciaio, mentre New York cammina disinvolta. Quando scompare la manina rossa sul semaforo ed è il via, una ragazzina attraversa lenta davanti al vostro taxi grondo: ha un mini vestito nero petrolio, incollato alle gambe e alla pelvi. Sembra felpata più che umida, coi capelli liquidi incollati sulla faccia e sul collo, e dietro le spalle un zaino con un Picaciù giallo, ormai sfatto. Sotto la pioggia resta a guardarla anche la polizia. Senza ombrello. Sono in tre: uomini enormi che sembrano impermeabili, nelle loro divise monocromatiche over size. Sono di colore. Ti guardi intorno: neri come quelli ci sono solo i lavavetri, quelli della sicurezza nei palazzoni, e pure quelli delle pulizie con i loro bidoni a rotelle. Viene da chiedersi quanti asiatici, africani, portoricani siano necessari per lavare tutto il vetro che copre la città. Quanti stracci, quanti secchi, quante spugne, quanta acqua, perché NY rispenda di luce propria e varia? Carla avrebbe già voglia di dormire, per via del fuso orario così impegnativo, ma resiste, strascinandosi piagnucolosa da un incrocio all’altro, al ritmo tecnico dei semafori, in attesa che la notte spenga tutti quei vetri, e lo faccia elegantemente, ma senza dormire. The city that never sleeps. In realtà si tratta di aspettare che la città si faccia solo un po’ più scura.

In albergo la tua finestra copre l’intera parete, in un parallelepipedo d’aria compressa. Non c’è una vera notte dentro, ma piani su piani e mille buchi dentro, con luce bianca su sagome umane e scrivanie. Linee, ovunque linee, che gli occhi sono costretti a seguire per coerenza.

Paolo vuole fare l’amore. Lì, subito. Anche se è tardi, Paolo vuole farlo guardando le linee rette oltre la finestra. Anche tu vuoi farlo guardando il panorama. Avete pagato per quel panorama. Lui è certo che si possa fare lo stesso, basta mettersi nella giusta posizione e sfruttare con una certa fantasia tutte le potenzialità del letto king size, gentilmente offerto dall’amministrazione alberghiera. Poi NY fa il resto: è bello fuori e il successo è praticamente garantito. Il buio fuori mescola luci, vetro e acciaio e diventa una specie di gioiello da esibire.

Curioso: tutto è già visto. Anche nel buio, tutto è familiare, già tuo. Le voci in strada, pur attutite dal vetro, hanno toni domestici, rozzi e spampanati. E’ tutto un gorgheggiare ieah, ieah, gridolini, alloh, alloh telefonici, vocali che s’abbassano in gola e poi scappano fuori.

13 giugno 2007 - Per musei

Al risveglio la gente è già in strada, fuori dai palazzoni art nouveau che oscillano sulla tua testa. Yes, la gente è sempre in strada, l’America apre le gambe a compasso sulle strisce pedonali tra un marciapiede e l’altro. Qui tutti si muovono a piedi: tra avenue e street, quello che conta è camminare, andare verso qualcosa, e che il passo successivo sia diverso da quello precedente, e più brillante, posto che i parcheggi costano un botto e, potendo, farebbe di certo più effetto noleggiare una limosine, ché ne passano a bizzeffe. È la scacchiera tra i semafori il senso della città. Per questa ragione hai messo al collo un transoceanico foulard, affinché svolazzi nel vento d’ogni incrocio. Una città carica di crocicchi, infatti, e poiché, come si sa, le donne che la abitano sono avvezze a passare da un continente all’altro, da un aereo all’altro, dall’aria fresca a quella bollente, il foulard è una necessità oltre che un vezzo.

Fate una colazione amara ma abbondante, con un caffè in brodo e muffins ai frutto di bosco, e vi sentite elegantemente snob per aver rifiutato con una smorfia di disgusto bacon e uova strapazzate. L’Italia è snob a Manhattan e, con le sue cazzate, tira moltissimo.

Di solito i turisti italiani cominciano il viaggio giusto dai musei: per snobismo e per una stramba forma di rivendicazione nazionale. Un John qualunque, altro tre metri o giù di lì, distribuisce audio guide all’ingresso del MoMa. Ti vede zampettare con il tuo foulard tricolore e nella sua bocca enorme c’infila vino, pasta e biscotti, per sciogliere il ghiaccio e farti sentire a casa. Ok, l’omone può pure mangiare i suoi biscotti italiani se gli va, ma resta il fatto che nel suo caffè, gli dici, il latte galleggia come fosse olio. In più la guida che ti ha dato sembra non funzionare per niente. In una risata grassa d’hamburger tagliata a metà da una linea doppia di denti bianchissimi, l’omone pietoso ti insegna come usarla: le sue enormi dita di bronzo sapiente si muovono sui tasti e finalmente la voce registrata comincia a parlare della filosofia esistenziale celata nei visi di donna di Renoir e della mollezza eterna appena intuita nelle ninfee di Monet. L’America e l’arte. In una grande sala shopping, posta alla fine del tour, con rastrelliere multiple e gonfie, porte girevoli, poker di scale mobili, ascensori di cristallo vista paradiso, compri un’agendina bianca da 8 dollari e 50, senza righi, senza indicazioni o consigli, senza tracce, per cominciare da zero scrivendoci di te, chi eri e chi sei qui. Per non dimenticare. Fuori un albanese calvo si dà un gran da fare con un una specie di Mocio Vileda sulla soglia di marmo del museo lunga un miglio. Parla da solo. Poi ti riconosce dal foulard e ti comunica in un italiano incrostato di aver lavorato per tre anni a Milano con suo fratello, qualche tempo prima. Si fa nostalgico e patriottico, quindi smette di lavorare. Suo fratello è rimasto in Italia. Ti chiede se sei di Milano e, quando gli dici che sei di Lecce, fa una smorfia di delusione e riprende a faticare.

Dopo il MoMa, gli altri musei, altri ghigni da emigrante, altre storie, fino a farti scivolare ormai inerte lungo le rampe di lancio a chiocciola del Guggenhainm Museum: la gioia degli invalidi su sedia a rotelle. Ti accorgi solo allora di aver camminato troppo e di aver le caviglie come bagel ripieni. Ti fa un certo effetto pensare che mentre tu cerchi un posto in cui sedere comoda a mangiare qualcosa, le persone che ami se la dormono della grossa. Il tempo s’attorciglia intorno ad una quantità abnorme di chilometri. Non è più lineare. La notte che stenta ad arrivare moltiplica le distanze. Così, per smaltire l’ansia da circuito, conti i ragazzi con l’Mp3 in giro per viali; conti i cinesi tinti di biondo, o gli individui sopra i quaranta anni che camminano con uno strumento al collo, distinguendo gli strumenti a fiato da quelli a corda. Sono grossi numeri che un po’ rilassano, come le pecore nel sonno.

Ma mentre tu continui a tenere i conti, nel taxi notturno del ritorno, Teo già dorme. Non si andrà per locali neppure stasera. Quello dice, dice, dice, ma poi non regge l’impatto con le fantasie newyorkesi a ciclo continuo. La testa, sin dalle ore venti, gli ciondola su un lato. Meglio che dorma, pensi, così non parla. L’autista del taxi è messicano e, ora che Teo dorme, lo guarda di sottecchi. Voleva essere intervistato da lui, il guidatore esotico, e ora che, nel bel mezzo della conversazione, Teo s’è addormentato come un pesce all’amo, il taxista, oltre che deluso, è anche un po’ preoccupato. Teo è il serial killer dell’entusiasmo da turista. Teo ha perso la sua preda all’improvviso per un cedimento. Teo sconfitto. Così indifeso fa tristezza, mentre il taxista, uomo rude, bello e deciso, si chiede chi pagherà la sua corsa mirabolante tra dossi, buche e ponti avvolti da luci opalescenti.

Al porto, la parte più elegante, in prossimità del borough di Brooklyn, passeggiano una dozzina di golden retriever, color sabbia dorata all’alba, con i loro dog sitter obbedienti e annoiati. Paletta, bustina e bermuda scozzesi. Non ci sono randagi in giro, né cani né gatti né uomini, nessun pelo sciolto, ma solo ragazzoni biondi trainati da tre guinzagli per volta, che si occupano del turno serale. Conti le tavelle, le pietre, i cani ai tuoi piedi. Mille anche quelli.

Infine, al momento della nanna, nel corridoio che separa la tua camera da quella di Carla, mentre sei sola con lei, godendo della tipica, umida insonnia femminile, commentate che gli uomini di colore sono il meglio che NY possa offrirvi dal punto di vista estetico e sonoro: colli lucidi, poco grasso sui fianchi, spalle da lavoro, mani enormi. Se ne vedono così pochi a Lecce. E ti addormenti pensando a Terence Trend D’Arby. Chissà che fine a fatto l’uomo di cioccolato?

14 giugno 2007 - Letterature

* One biscotti for you, miss.

Tu ringrazi il cameriere obeso e mangi. Gli americani mangiano di continuo, soprattutto in strada. Tra la 56 Avenue e Park Street, alle otto del mattino, tutti hanno qualcosa in mano: cartocci gonfi e fumanti, biccherozzi di plastica cartonata colmi fino all’orlo, due banane in busta da ingollare dopo in ufficio. Ringrazi il bisonte col grembiule con uno dei tuoi sorrisi migliori, ma sai benissimo che la tua capacità d’interpretare un personaggio qualsiasi in questa città ingorda è inversamente proporzionale alla tua stanchezza fisica. E tu sei stanca. Tanto. Se ti fanno così male i piedi o le reni, ti riesce estremamente difficile sentirti Holly Golightly.

Così, a fatica, ti spingi fino a Strand, servendoti della metro in un groviglio di percorsi numerati a doppia direzione. Qui libri ovunque, come nella terra promessa. Peccato la lingua sia ostica per te. Gli americani ti infastidiscono soprattutto quando parlano l’americano - lo fanno spesso è chiaro -, anche se, devi riconoscerlo, fa atmosfera. Vaghi un po’ tra gli scaffali stretti e lignei, senza capire nulla, ma con aria indefinitamente intellettuale, fino a quando impazzisci di gioia pura davanti alla copia signed di Alta Fedeltà. Fissando lo sguardo sui segni neri e smodati dell’autore del libro, dimentichi di essere una turista terrorizzata dall’oceano e ti cimenti in svariati uaohhh di disuguale intonazione, disturbando gli altri clienti. Diventi rumorosa anche tu, come l’America tutta. Il tempo di sfogliare diciotto miglia di libri usati, alcuni dei quali venduti per un solo dollaro, confonderne titoli e copertine, ed esci dalla libreria barcollando. Parlando di libri, Paolo dice di preferire le atmosfere anglosassoni di Argosy a quelle intellettuali e ruspanti di Strand, ma lui, si sa, è un tipo raffinato. Strand, oltre ai libri, vende magliette, tazze mug con il logo in rosso e profumo di gloria nuova. Argosy invece si affaccia sui quartieri alti: i commessi portano piccoli occhiali di tartaruga, se sono uomini, o collane di perle di fiume a doppio giro, se sono donne. Vi hanno raccontato che la tipa alla cassa, bionda e allampanata, se le chiedi di acquistare la stampa antica dedicata al gioco del golf per tre dollari come è scritto in vetrina, fa sempre la stessa smorfia di dolore e grida: oh, terrific, this? Only? Oh, terrific!! Questo è l’incredibile mondo dell’intelletto.

Ti volti e sei nel Greenwich. Vicino alla NY University dove tutto comincia. Vicinissima a quello che non sarai mai, ben sapendolo. Sei nel cuore del sogno letterario, che, anche se perduto, resta assurdamente moderno nel suo cambiare spasmodico, nel suo beccheggiare nel vento, tra correnti cosmiche e intuito senza metodo. Nel regno della parola che contraddice e si contraddice, ferita dai crolli e dal complotto urlato. La down town ti accoglie: Soho, Chelsea e il resto del Village ed è benevola confusione.

Nella subway del ritorno, da una meta all’altra, una mulatta con le trecce sta ballando. Ha le cuffie e la scena è muta. I neri hanno il ritmo nel sangue e questa enorme matrona chissà cos’altro. Abissale la distanza tra la grassona, con la musica in testa e le buste di plastica appese alla braccia, e i due newyorkesi stile Wall Street in camicia e cravatta (ma senza la giacca) che, rigidi, le viaggiano accanto. Tanti contrasti, d’accordo, ma nessun sapore hiddish. Dove sono gli ebrei ortodossi? E dove si è rintanato Woody Allen? Forse gli Hasidim non usano la metropolitana? Forse viaggiano in auto, così che la città brulica dei loro buffi capelli neri solo in superficie, mai nel sottosuolo. Non sono topi, anche se in qualche modo ai topi rassomigliano. Forse quelli si possono permettere ben altri percorsi, ben altre abitudini, altri dollaroni. Forse loro possono svenarsi nei parcheggi pubblici. Del resto NY, fondata dalla Compagnia delle Indie nel 1625, nasce da un patto commerciale; è il nido dello scambio, dell’incremento ponderale, delle finanze in crescita e forse oggi sono proprio quelle strane entità dal collo lungo, il cappottino cupo e le basette a ricciolo, a fare i giochi importanti. A inseguire la tradizione del profitto. Scacciati dal mondo, accolti dall’America, oggi mangiano la polpa della grande mela. Magari commerciano in droghe, o in armi, o chissà che, la qual cosa spiegherebbe perché ce ne siano così tanti in aeroporto, che curano con infinito scrupolo i rapporti internazionali, dopo l’11 settembre. Lo diceva anche Jay McInerney – hai letto come una furia Le mille luci di New York seduta in strada in questi primi due giorni – e quindi può essere vero. Immagini uno di questi topini col cappello che si fa un cannone tra uno scalo e l’altro, e ti viene da ridere: deve essere sempre colpa di quel matto genio di Wood Allen.

Dopo Strand vai sempre più giù, down, down, fino a Ground Zero. E ti senti subito triste. Triste al punto giusto al momento giusto. La buca enorme e fumante aperta nella pancia di NYC si è trasformata oggi in cantiere rumoroso, brulicante d’elmetti gialli e fotografi improvvisati, che guarda verso la San Paul’s Chapel. Proprio quella piccola chiesa, che per destino sin dall’ottocento ha sempre avuto davanti a sé una distesa di lapidi di pietra e angioletti di coccio, ha continuato a raccogliere pezzi di morte. Compresa l’enorme massa di detriti raccoltasi l’11.09.2001. Quelle briciole devono aver ricoperto ogni cosa per giorni: i cadaveri e l’edilizia varia di ogni tempo, sbriciolati in memoria eterna, seppur frammentaria. Deve essere stata una vista incredibile. Continuando ad immaginare aberranti cartoline funebri, entri nella cappella, seguendo una fila interminabile di curiosi. Le foto delle vittime dell’attentato alle Twin Towers non sono più esposte all’aria e alle intemperie presso il cantiere vicino, ma sono oggi raccolte proprio in questa chiesetta. Al riparo.

I visi rubicondi da americano in vacanza nel Cunneticut, i peluches ormai spelati, gli origami impolverati, le vecchie coperte muffite, persino pentole opache e snack ancora confezionati, invadono i corridoi interni ed ogni angolo luminoso di quel luogo sacro, a memoria di quegli otto mesi di compassione esercitata proprio nel punto in cui si formarono spontaneamente i primi gruppi di uomini attoniti, le prime domande ovvie, il primo sostegno, le prime cellule di soccorso subito dopo il disastro. La gente fu accolta, ascoltata, ripulita, massaggiata, sfamata, schiaffeggiata, coccolata, fra i banchi di chiesa. Cantando odi al signore, tra le candele, tra quei banchi sembrò ancora possibile salvare il mondo. Ora puoi trovarci dentro qualcuno che piange ancora in attesa, proprio per colpa di quelle candele. E anche tu, ne sei consapevole, un bel pianto dirotto te lo faresti volentieri. Erano sei anni che t’immaginavi al World Trade Center a piangere un po’, per una ragione precisa e finalmente universale.

Fuori dalla chiesetta è pieno di predicatori rapper di origine ebraica, che battono il ritmo sulla loro bibbia urlando. Le loro urla tra le altre urla intorno: un mescolarsi di polveri. Chissà come deve essere stata quella mattina d’autunno, chissà la qualità delle voci, o quella della del silenzio, chissà come si sono spaccate, serrate, aperte le gole, ridotte in grani di rosario, all’improvviso disgiunte dall’ovvietà del mondo. Ad ogni modo, pare che gli eventi catastrofici offrano questo di sconcertante: la passione. Si dice che tra le macerie non sia stato trovato un solo pezzo di vetro. Solo polvere. Una metropoli di cristallo convertita in briciole e piccole bolle d’aria e ridotta ad un involontario stato di incredulità, fragilità e paura simile all’amore. Indotta crudelmente a quella strana luccicanza interna, che sempre obbliga la vittima sopravvissuta a ritornare sul luogo dell’evento catastrofico. Come per un taglio profondo che necessiti di una sutura immediata, e poi altre modificazioni dell’epidermide e poi altre e altre ancora. Le vittime sono tornate e St Paul’s le ha accolte. E ancora oggi continuano a tornare da tutte le parti del mondo per individuare un colpevole. Un colpevole solo, uno facile, sufficientemente diverso dagli altri, e con quello salvare tutti gli altri. Guardando il vetro che ancora residua in città, ti convinci che NY, solo dopo quella catastrofe settembrina, ha costruito la sua personale idea di memoria. E il pensiero facile e rassicurante di Sartre, quello secondo il quale l’inferno sono gli altri, tutti gli altri che impedisco all’uomo di essere Dio, bé, quel pensiero qui forse non tutti sono più in grado di formularlo, nonostante l’amministrazione Bush.

Dopo la visita, finalmente il sole. Curioso che il sole arrivi dopo Ground Zero, e l’America sia costretta a quel punto a rimettersi a pulire affannosamente tutti i suoi vetri. Ti sembra quasi che lo faccia per te. L’America multirazziale si mette rapida al lavoro su quei vetri: neri, asiatici, italiani, messicani, albanesi, su quei buffi tramezzi sospesi nel vuoto da cavi d’invisibile metallo, e il melting pot ti pare poco più di una bufala per turisti: l’integrazione razziale significa affidare alle diverse etnie minori la responsabilità del vetro e agli americani il piacere del resto. Tutto qui. Soltanto la voce femminile che risuona nell’audio guida sul tetto del Empire state Building, di nome Toni (chiare origini italiane), può raccontare ancora la favola candida di NY che realizza il sogno. Tony è pagata per dire quello che dice. Qui a NY sei quello che hai e stop. Mentre ascolti Tony che, come un cardellino in amore, ti racconta la sua infanzia a Little Italy, non ti resta che sperare che la stessa si sia messa in tasca abbastanza da essere felice e da potersi pagare l’assistenza ospedaliera. Perché te l’hanno raccontato già in tanti che, qui, farsi trattare un’unghia incarnita costa quanto un’utilitaria. E non c’è mica Clooney ad aspettarti al pronto soccorso. La sera prima a NY, in un pub, avevate incontrato un tizio che, da due anni circa, lavorava alla realizzazione di un progetto internazionale su incarico della Banca d’Italia e aveva affittato un monolocale a Brooklyn. Questo tizio, volendo tentare di mettere fine ad una brutta bronchite che l’aveva tormentato per tutto l’inverno, si era rivolto ad un medico - a New York gli italiani vogliono medici italiani, così come i cinesi vogliono medici cinesi – tal Ciulli, originario del sud Italia, il quale, tra il lusco e il brusco, appena dopo avergli stretto la mano, per evitare qualsiasi rischio, gli aveva fatto un’antitetanica, antidifferite, antipertosse, e poi aveva consigliato una radiografia toracica. La radiografia era costata come una parure di smeraldi. Guardando il referto in controluce, il Ciulli aveva poi parlato di ombre e strane macchie. Non si può escludere nulla a NY, non qui, non nella NY dalle grandi ipotesi, nella NY che cambia di continuo, aveva detto. Aveva infine concluso che bisognava approfondire, fare altre indagini, altre parure. Il tipo della Banca d’Italia, certo di avere un cancro in fase terminale, aveva preso il primo aereo verso casa e si era fatto ricoverare. Un volta tornato in Italia, tutto era passato, tutto era parso più lieve, ma alla fine gli era rimasta una specie di fobia per gli aghi e i radiografi che parlano inglese.

15 giugno 2007 - Contrasti

Nell’oscillazione regolare tra l’up e il down, ascolti tutto, osservi tutto, leggi tutto, oh, ieaahh. Mica come Teo, che quando viaggia non impara niente, ma si limita ad esportare se stesso nel frammento di mondo prescelto. Oh, ieaahh! Non prende nulla dalla grande mela lui, no: lui si dona e il mondo ringrazia. O per lo meno, gli par che ringrazi. Ma tu sei diversa. Tu guardi e cambi. Oh, ieaahhhh! E tutto quello che vedi è la citazione cinematografica di se stessa.

Soprattutto a Central Park.

Un tizio ai bordi del laghetto, seduto su uno sgabello pieghevole, suona un ragtime. Dopo dieci minuti s’interrompe; si rulla una sigaretta, e il suo sguardo, prima cinematografico, annega nel gesto, sfumandosi. In quel silenzio breve emerge per un attimo la città libera dalle icone: gli ebrei ortodossi sulle panchine smettono di tamburellare con le loro enormi scarpe nere; le signore coi vestiti scampanati abbassano gli ombrellini parasole e si guardano intorno, i ragazzi scendono giù dallo skate. Quel silenzio dura pochissimo e richiede concentrazione. Alla fine il musicista riprende in mano la sua chitarra, sorride ed è di nuovo un film.

Sulla Lexinthon Avenue hai comprato anche tu un vestito scampanato con le tasche larghe sul davanti e, se pure vorresti essere più magra, sei felice ugualmente. Tanto gli iscritti al sogno americano sono tutti più grassi di te, più alti e più affannati, e anche più sessualmente controversi. C’è chi dice che la colpa sia degli ormoni di cui sono costretti a cibarsi i bovini. La gente qui consuma molta carne e di conseguenza molti ormoni. E così si trasforma. A parte la gioia fugace dello shopping con un dollaro ai minimi storici, comunque, quello che senti ingigantire e mutare, oltre al giro vita, è il senso di colpa. Certo, sì, da Bloomingdale fanno lo sconto dell’11% ai turisti muniti di passaporto e carta di credito (ai turisti in Italia invece di solito fanno pagare il doppio del prezzo di listino), ma questo non rende più comprensibile la lontananza. Tutte le persone che ami in quel momento sono senza di te e dormono profondamente. La cosa ti disorienta. New York è troppo per te e tu non hai fatto nulla per meritarlo. Chissà quanto dovrai penare per smaltire questo debito col destino e quanto per l’hot dog ingurgitato di fretta poco prima, presso un chiosco ambulante nel grande parco.

All’uscita laterale del parco: il Metropolitan Museum. Davanti alla scalinata principale si esibisce un trio di acrobati afroamericani. Dicono: bianchi, avvicinatevi, veniamo dal Bronx, ma siamo solo tre negri: non possiamo menarvi tutti. Fanno grandi salti e capriole all’indietro, da scimmia ammaestrata. Quando sfrecciano le volanti della Polizia di Stato, tintinnanti come pistole laser per bambini, quei tre si buttano in terra e incrociano le mani sulla testa, mentre gli spettatori ridono. Ma i neri sono solo fuori dal museo, dentro c’è pochissima gente di colore a vagolare per i saloni. Dentro è tutto come te lo aspetti. Nulla ti stupisce, a parte Neo.

Neo Rauch da Lipsia. C’è una stanza tutta per lui e poiché fino a NY si spingono solo le eccellenze, questo deve essere per forza un pittore eccelso. Non può che essere così. Il suo “Aspettando i barbari” è una tela immensa: è evidente che Neo è ossessionato dalle divise. Anche “ The gap” è un quadro che vale la pena guardare. Le figure femminili volano in aria ballando, mentre un paio di militari d’epoca napoleonica le osservano cupidi. Continuano a ballare per te per almeno dieci minuti. Ma quella che più ti rappresenta è “ The father”: l’uomo dalle ridicole mani di Topolino che tiene in braccio suo padre mentre qualcuno all’esterno fotografa la scena. A questo dipinto dedichi il tuo miglior silenzio, mentre carica di solidarietà umana pensi: chissà quanti problemi con la famiglia d’origine, anche lui, questo povero artista nato nel 1960. On my canvas as in my mind, anything is impossible. Dice il pittore. E’ l’America che continua a scontrarsi con la verità degli altri.

Dopo lo scoperta della scuola pittorica surrealista germanica siete di nuovo in strada, tra i tombini che sfiatano vapore caldo e grandi montagne di rifiuti urbani in sacchi di plastica nera, senza averci capito un tubo

16 giugno 2007 - Libertà

In metropolitana, prima di raggiungere Liberty Island, Carla pretende un bacio, ma Teo non è d’accordo.

* Mica siamo a Parigi!
* Solo un bacio, ho detto io...
* Appunto. A NY non si usa, bella mia, questa è la terra della libertà e della carne, cara, non c’è alcun interesse per certi preliminari.
* Ma un bacio non è mica un preliminare!
* A NY sì, lo è.

Poco lontano un barbone occupa tre posti a sedere sul vagone. Ad una stazione intermedia salgono due poliziotti: la vettura non ripartirà finché l’enorme e puzzolente fagotto umano non sarà sceso. I poliziotti gli parlano a voce bassa, ma quello continua a russare. Lo toccano piano con lo sfollagente: piccoli colpi ben mirati. Ma niente. Lo toccano un po’ più forte. Il barbone si sveglia per un attimo e apre due occhi che sembrano catrame appena steso. Si solleva dal suo stesso sudore. Si mette in piedi e cullandosi si allontana. I due poliziotti con lui. Si riparte, ma i tre sedili prima occupati dal barbone restano vuoti. Sopra quei posti a sedere bagnati di piscio è ben visibile un cartello in inglese e spagnolo che chiede a chiunque noti persone sospette, che detengano armi o altro, o in atteggiamenti equivoci, di chiamare il numero indicato in grassetto. Anche anonimamente.

Così arrivate al porto vicino al West Side.

Il battello su cui cominciate un nuovo percorso, anonimi anche voi, parte e si trasforma in breve in un proiettile ventoso. Fa il giro completo intorno a Manhattan, passando sotto i ponti di ferro. Carla e Teo se ne stanno fermi e zitti nel vento di prua. Aspettano il loro momento di gloria, ciascuno perso in un diverso desiderare: aspettano la statua della libertà. Come se avessero uno straccio sulla faccia, come i Lovers di Magritte, già sanno quello che c’è da vedere. Che farsene mai di tutta questa libertà? Nell’illimitato oceano delle possibilità, l’inerzia è un rischio tangibile. L’inerzia, la menzogna euforica o la competizione. A NY, infatti, si è in gara anche per prendere un taxi: tutti ad agitare le loro belle manine lungo i marciapiedi, e chi è più bravo prende la mancia più ricca. Sul battello, un comandante di marina col capello brizzolato parla in inglese. C’è il mondo a bordo, ma lui parla solo inglese, e continua a farlo anche passando davanti ad Ellis Island, luogo in cui i primi emigranti italiani, dopo un viaggio di giorni in mare aperto, sbarcavano per essere preventivamente messi in quarantena, valutati, e infine smistati verso altre destinazioni o rimandati indietro. Anche lì il comandante parla solo in inglese e Teo avrebbe voglia di strappargli e poi gettarlo in mano, quel cazzo di microfono.

In sintesi: tra Brooklyn, dove vivono i newyorkesi più giovani, Pentham dove ci sono i più vecchi, Harlem in continua trasformazione, Soho e Chelsea patria dei creativi e delle installazioni d’arte, l’Upper Side regno della ricchezza, e il mare aperto, ecco, tra tutte queste proposte diversificate, tu scegli il dollaro. Per un giorno. Viva il culo di Manhattan, vai ripetendo ai tuoi compagni di viaggio, ora che vuoi far finta di spassartela anche tu, senza debiti e assilli intellettuali. Così, ritornati sulla terra ferma, avete salutato il Police Department, prima di tuffarvi nel dollaro. Non si sa mai. Courtesy, Professionalism, Respect: i poliziotti e i vigili del fuoco qui sono eroi indiscussi. Sulla faccia della stazione centrale c’è uno striscione di stoffa: We thank you.

Proseguendo, Time Square: teatri, musical, pubblicità, cinema, cartelloni semoventi, neon roteanti nel brusio costante. Sempre più straniti dai vostri stessi passi casuali, trovate le panchine verdi del Bryant Park con la loro Reading Room. Qui ci sono le riviste vintage gentilmente donate da coloro che lavorano negli uffici intorno, piani su piani su piani di voglia di lavorare e gente diversa. Qui puoi prendere tutto quello che vuoi, sfogliare, guardare titoli e fotografie. Nessuno ruba nulla intorno a te e di questo ti stupisci non poco.

Poi, spinti come palline di flipper da uno scatto di polso esagerato, andate più su, più su, up, up, salite a piedi, salite. Proprio davanti all’enorme scalinata della NY Public Library un tizio su sedia a rotelle gioca a scacchi con un ragazzino di non più di 10 anni. L’invalido fatica a muovere la mano sinistra, sposta i pezzi con la destra e, dopo averli tolti dalla scacchiera, li fa scivolare nella manica della blusa. Metodo geniale.

Sali, ancora sali, ancora uno sforzo e sei nel mondo del new fashion. Finalmente. Sei nella Fifth Avenue tra note jazz. Entrate da Dean e De Luca per bere succo di mirtillo italo americano. Stanno costruendo qualcosa lì in alto: tirano su pannelli di acciaio pesanti come montagne. Anche di domenica, la città si trasforma grazie a qualche privato e alacre investitore, che con i suoi dollaroni verdi ingaggia un nuovo sogno e si serve di manovali alti due metri per realizzarlo; mette loro l’elmetto e pettorina colorata e quelli cominciano subito a formicolare tra travi, ganci, grasso e hot dog. Buttano giù interi grattacieli in un solo giorno, e in quello dopo li tirano di nuovo su, così che NY cambi faccia e sogno ogni sei mesi.

17 giugno 2007 - Total Black

Ed ora solo Harlem. Passate dall’odore di sterco di cavallo della parte nord di Central Park, a quello denso e mielato dell’Abissinian Streeth, where the difference is God. E ti accoglie la chiesa metodista. Nella prima chiesa che incontrate non siete bene accolti. Vestiti troppo casual. Una mamy in abito optical ti addita come hippy. Vi allontanate offesi, benché lievemente lusingati. Per fortuna, dietro l’angolo: un’ altra chiesa. Questa fa per voi: la grande madre africa dalle grandi risorse, con minor rigore pseudo razzista ma ugual eleganza. Where is the difference? Il rito è travolgente. Il reverendo George E. Bottle, vecchia volpe, abbraccia i suoi fedeli, cantando ad una folla ondeggiante e fiorita. Ringrazia Dio, thank you, sir, thank you sir, con voce stentorea. Gli altri applaudano. Il gospel, l’hai sempre saputo, ti fa piangere. E il tuo pianto si fa poi letteralmente disperato dopo la lettura del tuo brano preferito della Genesi – che strana coincidenza risentirlo qui - quello del serpente che se la tira e di Eva che ci casca. L’offertorio è una passeggiata di neri con grandi cesti di vimini da riempire velocemente. L’ottimismo è ormai alle stelle, mentre la gente si sventola con ventagli di carta che riproducono il viso di Martin Luther King, gentilmente offerti dagli organizzatori di funerali che hanno il loro ufficio accanto alla chiesa.

Dopo la messa, esci in strada tra viali di brownstone, che in passato avevano porte e finestre murate, e campi per la palla a canestro. Non ci sono i grattacieli. Come ti aspettavi, qui solo case basse e solide. Sei un po’ scontenta di non trovare in giro né vecchi divani a dondolo impagliati, né vecchi segaligni a suonare il bengio. Due omosessuali bianchi passano sul marciapiede opposto al vostro, tenendosi per mano. Tra i ricchi va di moda osservarli nel dettaglio e poi odiarli, dacché il quartiere di Harlem oggi ne è pieno: è questo il nuovo illuminismo, dicono. E infatti due mulatte, con le treccine avvoltolate a cono gelato sulla testa oblunga, emettono gridolini di ilarità e delusione eccitata, vedendoli marciare.

Ma il bello è che, a zonzo in questa domenica afro dandy, è tutto un luccicare di catenine d’oro, bicipiti tatuati a colori, grandi cappelli, denti di platino e lacci di platino agganciati a portafogli di pelle o orologi a cipolla d‘argento satinato, tute d’acetato e paillettes. Tutto questo è per te. Incredibile: in fondo al viale rosso c’è musica, ne senti il richiamo primordiale. La piazza è transennata e dentro il recinto musicale tutti hanno i pattini ai piedi. Il volume è altissimo. Un’associazione di pattinatori amanti delle droghe pesanti ha organizzato un festa. Corri verso i sintetizzatori. La gente sfreccia davanti ai tuoi occhi come avesse il motore oltre alle rotelle. Impossibile cogliere il dettaglio dei visi dei singoli ballerini e tirarne fuori una top ten. Una matassa nera semovente. Spicca la testa a pera di un tipo altissimo che indossa una specie di pigiamone di spugna e oscilla a torso nudo. Un altro ha una gonnella a stelle e strisce. Le donne presenti hanno invidiabili culetti a pagnotta, sinuosi come giovani pitoni a bocca aperta. Anche quelle il cui viso dimostra pienamente i sessanta anni che conta in anagrafe. Hanno il ventre piatto e teso dall’esercizio e l’età non le tocca. L’America ha la sua biologia. L’onda umana colora la strada, mentre un gruppo di portoricani suona cento maracas e duecento strani tubi di metallo, raschiandoli con piccoli rastrelli di metallo. Non è jazz, non è funcky, non è hip hop, è molto di più. Gli uomini, sudati come fontane, ridono e fanno i galanti, e tu, lusingata, saresti ormai anche pronta ad esibirti nel torciglione newyorkese brevettato da Tad Allagash nel “Le mille Luci di New York”. Resisti a stento. Sei la scia della cometa. Sei nella cometa. Sei una scia luminosa e mai paga. Contribuisci alla luce. Accanto ti spuntano nuovi adepti come ciliegie mature. Nuove riverberi da seguire. A stento resisti al movimento. Tutto è d’oro in questo video che continua ad andare in loop davanti ai tuoi occhi, come in un documentario su Woodstock.

- Ehi man, che fai?

Paolo è davanti a te. È immobile.

* No, mi chiedevo una certa cosa.
* Cosa?
* Ma tu adesso ti porterai addosso per sempre il rimorso di non aver avuto una storia con uno di questi negroni da strada?
* Sei matto, Paolo? Se è per questo mi piacciono pure gli astronauti. E allora? È l’oceano delle possibilità.

Paolo ride un po’ e fa un ancheggio. Piccolo, piccolo. Quando poi un pelato, con la maglietta bagnata, ti si avvicina e ti chiede di ballare, Paolo scatta in avanti e si appoggia alla ringhiera, pur senza oltrepassarne il confine. I due si squadrano come solo due uomini sanno fare, ma uno dei due è più sudato dell’altro. La sfida è impari. Il pelato dice a Paolo una cosa del tipo: se cerchi un istruttore di danza, io sono a disposizione. Paolo continua a sorridere in silenzio. Paolo non sa ballare: in Italia non è stato mai necessario imparare. L’altro, senza la soddisfazione di una risposta adeguata, s’asciuga la bocca con il polso e gli volta le spalle.

Sarebbe tutto normale se non fosse che, fatti pochi passi più in là, il ballerino sudato inciampa in una radice affiorante dall’asfalto. Cade e si sbuccia malamente entrambe le ginocchia callose.

Tu sei certa che la responsabilità di quella caduta illogica sia da attribuirsi alla forza telepatica del sorriso di Paolo e di un suo qualche precedente accordo con il dio metodista che controlla la zona. Mentre il pelato si massaggia e ripulisce la terra dalla ferita, tu ormai sei certa che NERO E’ BELLO. Un neon si è acceso dentro il tuo lobo frontale: una cosa tipo Time Square all’ora di punta. Una luce che ha sfumature bronzo marmoree, contro le quali il dio metodista di Paolo non può più nulla. E’ colpa della musica. Di tutti i generi di musica a mescolarsi. E’ colpa del vetro che riflette la luce. È colpa dell’oceano, mica tua. Sì, è così. La colpa è delle oceano delle possibilità.

Ormai hai visto la luce anche tu come i blues brothers.

Quando Tom – è praticamente certo che si chiami così, visto che tutti urlano il suo nome – comincia a piroettare su un solo pattino tenendo in equilibrio sulla testa una bottiglia di minerale da due litri, tu sei ormai al centro della pista recintata. Anche Carla e Teo battono le mani incorniciati da un’orda di cubani con la bandana intorno al collo.

E l’oceano bagna tutti.

18 giugno 2007 - La partenza

Ma nei grattacieli ci sono le scale? E se ci sono, dove sono? Non si vedono. Dove se le tengono nascoste ‘sti americani, le scale?

Sei sotto l’effetto dolce di due martini dry con tre olivette verdi ciascuno. Il vetro che riveste la città si è fatto opaco e dolce. Le scale ci devono essere per forza, pensi, altrimenti, nel caso d’incendio, si sarebbe costretti al parapendio. Solo adesso, grazie all’alcol, hai scoperto che NY, anche in pochi giorni, può cancellare quei sensi di colpa con cui convivi da anni. NY ha moltiplicato le tue comete, le tue illusioni e ha ridotto la capacità mnemonica.

* Certo sì, ma prova a vivere nella contea del Quincy e poi vedi come ti torna tutto alla memoria.

Teo è astemio e lui proprio non riesce a star dietro alle comete. Chi insegue le comete non ha memoria. Lui invece non può liberarsene.

Del resto, quello della memoria - come eliminarla, come conservarla, come giustificarla, come selezionarla - è un tema con il quale l’America si confronta da alcuni anni a suo modo, di recente pare abbiano persino sintetizzato una pillola che risolvere il problema alla radice e intendono anche esportarla. Lo stesso discorso dovrebbe valere per il tema del senso di colpa: una scoperta recente anche quello da queste parti. Si sentono in colpa gli americani? Soffrono oppure preferiscono mettere sulla faccia uno di quei pannicelli caldi che danno nei sushi bar, prima di servire il pesce. Lavano via tutto così? Un pannicello di garza bollente sugli occhi e sul viso, e passa la paura? Tu proprio non lo sai.

A chiarimento, l’ultimo giro è per la down town, nel Village: un modo per ricapitolare, là dove quaranta anni fa tutti vestivano di nero e avevano in testa un continuo gravitare di motivazioni, immagini, alibi o idee rivoluzionarie, destinate allo sfascio per convenzione o emorragia sociale. A Soho c’è un’installazione di Sean Landers che scrive le sue parole sulle tele: Community, Guilty, Honesty. Parole già tue e rotonde che rimbalzano sulla fluidità del campo bianco, mescolandosi agli interrogativi naturalmente partoriti da una lingua straniera.

Ma il giro è rapido: dovete far presto, tornare in albergo a far le valige.

L’ultimo interno cittadino è per Carla che telefona a sua madre.

Seduta sulla sponda del letto, offre le sue spalle curve alla porta d’ingresso alla camera e la fronte alla finestra che dà su NY. Al
32° piano. Carla che dondola i piedi, incorniciata dalla luce che lievita e filtra tra l’acciaio e il vetro, e dice:

* Tanto stiamo tornando, non ti stare a preoccupare, mamma.

Dopo Carla, le porte girevoli, le ultime del tour, all’uscita posteriore del The Helmsley Park Lane Hotel, sono gli ultimi suoni cardiaci della settimana: tu tutum tu tutum tu tututm. Ne hai incontrate così tante in questi giorni per scivolare da una dimensione urbana ad un’altra: il cuore di Manhattan batte così: ha il ritmo delle porte girevoli. Ora sta per smettere.

Capitolo primo: amava New York, la idolatrava smisuratamente. Potrebbe essere questo l’incipit giusto, appena ricomincerai a scrivere. Adesso hai le idee troppo dense per farlo. Anche l’aria ti sembra più afosa e ricorda quella paglierina di casa tua Hai bisogno di ritornare e poi con calma raccontare. All’improvviso ricordi che domani sarà il tuo compleanno, che era quella la ragione esclusiva del tuo essere a NY. La causa di tutto quell’ andare trasparente eppure equivoco, tra cristallo glamour, citazioni cinematografiche e musica da strada.

fotografie di Elisabetta Liguori

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