Riccardo Lionello
L'Isola di Crapus


L’isola di Crapus, è una piccola zolla rocciosa d’origine vulcanica emersa dall’Oceano Atlantico molto prima dell’emersione di Henry Crapus dall’utero materno, homme extraordinaire che per primo vi sbarcò e per breve periodo vi s’insediò, donandogli oltre al proprio nome un deturpamento ambientale incontrovertibile. In realtà l’isola perse la verginità una decina d’anni prima grazie a Michel Delacroix, un naufrago trascinato dalle onde, morto e in stato di decomposizione: un vero e proprio caso di necrofilia.
Henry Crapus era l’unico figlio di una coppia d’immigrati francesi insediatasi sulla costa sud del Canada non troppo lontano dalla febbrile colonia portuale di Fergus. Investendo i risparmi di una vita passata a sgobbare per qualche brutale signorotto di Lione, Martino e Coralie Crapus intrapresero una piccola attività commerciale nel nuovo mondo, attratti dal miraggio del guadagno facile che avrebbe infine consentito di diversificare la dieta del primogenito con alimenti più nutrienti dell’abituale tubero bollito. Babbo Martino raccoglieva grosse conchiglie multicolore dal fondale marino che Babba Coralie intrecciava in collane. Per un po’ le collane andarono a ruba. Ma l’arrivo nel Canada di caravelle veneziane cariche di perline di economico vetro soffiato determinò un repentino cambio di moda. L’aspetto incavo delle guance dei genitori resero il giovane Henry, all’epoca 14enne, ben disposto a sgravarli dalle necessità del proprio stomaco. Scrisse due righe d’addio e partì con pochi spiccioli in tasca e senza bagaglio nell’alba plumbea dell’autunno canadese. <Guarda> disse Babba Coralie a Babbo Martino, <Il nostro Henry ha fatto un disegnino>. Purtroppo i Crapus erano analfabeti e si chiesero a lungo dove fosse finito il loro amato figliolo. Era il 1652. H. Crapus non si era mai allontanato tanto da casa; era solo a una decina di passi dallo stambugio familiare che una crisi di pianto prese a scuoterlo violentemente. Incespicando tra i pini marini, scendendo lungo la via scoscesa che portava al piccolo porto, pensava a quanto i ricordi passati potessero ingiallire, terrorizzato all’idea che potessero sbiadire del tutto. Non lo spaventavano le genti ne i luoghi potenzialmente pericolosi che avrebbe dovuto fronteggiare: lo spaventava più la possibilità di dimenticare, d’avere una perdita di memoria dovuta a un cambiamento repentino. Si promise di tenere bene in mente la fisionomia dei vecchi Crapus, nonostante la loro bruttezza avrebbe provocato incubi anche ai più mentalmente stabili.
La sua naturale esuberanza affascinò a tal punto i portuali che fu subito impiegato come mozzo e addetto alla latrina per conto d’una compagnia francese. Lo spazio che i genitori lasciavano nel cuore l’avrebbe colmato con la distanza. Effettuò in quattro anni, tre dozzine d’estenuanti viaggi su grosse navi da carico, dall’isola canadese di Bathurst, fino all’isola di Tortuga, nei Carabi. I suoi sforzi indefessi nello scrostare bagni armato solo di uno spazzolino gli procurarono un principio di gobba e una scarsa tolleranza al colore marrone. Nel 1659 il suo corpo si ribellò. Fu ricoverato all’ospedale nell’isola di Hispaniola a causa d’una leptospirosi itterica. Durante la convalescenza ricevette una lettera da parte della compagnia, dove si spiegavano, in modo non troppo elegante, i motivi del licenziamento. Amareggiato dalla dura vita del lavoratore salariato iniziò a meditare segretamente riguardo la trasmigrazione delle anime; avrebbe anche accettato di rinascere organismo unicellulare, qualsiasi cosa pur di sottrarsi dall’odore di orina di marinaio. Si trovò in strada, con pochi spiccioli in tasca e senza bagaglio, lontano leghe e leghe dalla casa paterna ma con una forte sensazione di dejavù. Avrebbe cercato lavoro presso una delle numerose compagnie presenti nelle Antille se non gli fossero mancate le credenziali; i segni della malattia poi, gli alienavano ogni simpatia. Finì col fare l’accattone part-time, ma ricevette solo sassate e bottoni e piccoli anelli di ferro battuto; nell’abbondante tempo rimastogli contemplava varie ipotesi di suicidio ma nessuno aveva voglia di spiegargli come fare. Con la speranza di mangiare qualcosa costruiva trappole per gabbiani. Ma non tutti sanno che tra la specie pennuta i gabbiani presentano il più alto quoziente intellettivo. Le esche, succulenti club sandwich al brie venivano spazzolate senza che i gabbiani ci rimettessero una penna. I pescatori tornavano alle loro dimore; un'altra volta il blu intenso del cielo hispaniolita stemperava nel rosa del crepuscolo nello spettacolo gratuito di tutti i giorni lasciando immutata l’infelicità del nostro. Nel frattempo Babba Crapus si recava presso il monastero di San Francesco Ospedaliere dove con veementi preghiere chiedeva a Iddio onnipotente di vegliare sulle notti del figlioccio, come se avesse presentito la sorte che gli era capitata. Iddio, una volta tanto preso da compassione, diede un occhiata annoiata dall’alto del suo attico di lusso; e lassù di tra le nuvole saturnie vide Henry Crapus, ridotto in cenci in un angolo dove la luce non giungeva mai, mentre blaterava a un ratto: <Non le lavo più le vostre latrine puzzolenti, mannaggia a voi! E tirate lo sciacquone quando cacate!>. Alla vista di questo surrogato di Adamo andò in sollucchero. Diede un mescolata al soffritto che coceva sul fornello elettrico e prese il megafono divino: <O SOZZO UBRIACONE!> tuonò con la sua dizione perfetta. L’intera cittadinanza Hispaniolita volse il capo verso il cielo. V’erano difatti, parecchi sozzi ubriaconi. Allora Iddio si avvicinò verso il volto lercio di H.Crapus e disse: <DICO A TE, HENRY CRAPUS. SMETTILA DI GETTARE LA TUA VITA O ACCIDIOSO, NON E’ COSI’ CHE TI E’ STATO INSEGNATO!> Crapus tese le orecchie, costernato. <RECATI PRESSO “IL BOCCALE SBECCATO”, LA’ TROVERAI IL SENSO DELLA VITA> <Non mi serve il senso della vita, ho già abbastanza noie a causa di queste fave sotto le ascelle >. Allora Iddio scese in terra e prese H.Crapus per la collottola, trascinandolo con le sue mani divine fino alla locanda. Fu una scena molto divertente e in molti si chiesero chi dei due fosse l’accattone. Crapus si fermò al banco col sedere dolorante. <HENRY CRAPUS! SE NON TI PREFIGGERAI UNO SCOPO ENTRO LA PROSSIMA ALBA, PREGA PER LA TUA FAMIGLIA, PERCHE’ DI CERTO AVRA’ GRATTACAPI>. <Ma chi sei tu, che dai ordini e minacci a cuor leggero come un mafioso?> <SONO IDDIO, NE PIU’ NE MENO> <Iddio? Ma quale? Ce ne sono talmente tanti? Sarai mica una di quelle eccentriche divinità indiane vero?>. Odorando con il suo olfatto divino, iddio sentì l’odore della cipolla che bruciava nella padella, lassù di tra le nuvole saturnie. <ORA DEBBO ANDARE. RICORDATI: HAI TEMPO FINO ALL’ALBA… FINO ALL’ALBA> E così dicendo alzò il braccio destro e volò via tra i fuochi artificiali. Henry Crapus prese a bere fino a tarda notte spaventato a morte dalle responsabilità che sarebbe giunte insieme allo spuntare del sole, quando un gruppo di bucanieri entrò dalle finestre ruttando e sghignazzando. Per il povero Henry Crapus sembravano niente di più vicino alla gente rispettabile. Rimanendo notevolmente impressionato dai racconti delle loro avventure si decise: <Diamine, quel consulente professionale aveva perfettamente ragione, ma quale prova debbo superare per diventar pirata?> chiese ai bucanieri. Un uomo gli si avvicinò e gli porse una bandana ricamata, <E’ tutto> spiegò.
Dopo essersi diplomato con lode presso l’università di Honolulu con una tesi sulla “storia della x nelle mappe del tesoro”, mosse i primi timidi passi nel mondo del teppismo efferato dedicandosi al saccheggio e al genocidio. Ad ogni gola sgozzata, ad ogni baule forzato, pensava malinconicamente al Babbo e alla Babba lontani. <Se solo sapessero quanto è diligente il loro Henry> pensava, mentre appendeva lo scalpo d’un ufficiale inglese al pennone della nave. <Dunque questo è ciò che la gente chiama “uno scopo”.> Tuttavia, fiumane d’oro scintillante e l’ammirazione incondizionata dei compagni non erano bastanti; nemmeno una notte con la figlia del governatore di Caracas, una 17enne dalla s sputacchiante dotata di un gigantesco terzo capezzolo lattiginoso, spense i tizzoni della sua insoddisfazione ardente. Poteva fermarsi a Caracas ricoprendosi di tutti gli onori ma non era nato per riposare su giacigli di piume. Partì, lasciando il caviale e i coiti selvaggi a un uomo scelto. Gli echi di civiltà lontane erano giunte fino al suo galeone, spinti da un vento d’oriente. <Fatti non fummo per viver come pirati> esclamava allora per emulazione; <Una benda oggi è meglio di una gamba di legno domani>. Henry Crapus non era quel che si dice “un uomo d’ingegno” ne era dotato di quella curiosità tipica dell’animo intellettuale, ma aveva comunque un suo stile d’apprendimento. Nelle biografie postume compare sempre una costante: “la dipartita prematura dalla famiglia gli rese una volontà ondivaga”; praticamente uno schizofrenico. <Che mi serve tutto questo se la gente non mi riconosce per la strada come questo qui> pensò pugnalando la faccia di carta di Mario Desiati, un attor guitto di Nuova York. La sensibilità che s’era guadagnato come accattone si faceva sentire più che mai, adesso che le tasche gli si bucavano per l’eccessivo peso dei dobloni. Stava per intercorrere nella tipica crisi di mezza età. Era il 1663, Henry Crapus aveva da poco compiuto il suo 25esimo compleanno. La vita di H.Crapus necessitava di ordine. Quel che ci voleva a Sir Crapus era un loco ove riposare, un loco ove poter dire <Mi casa es mi casa>; il possesso d’un pezzo di terra avrebbe glorificato la sua posizione, avrebbe scagliato negli annali il suo nome. Gliele avrebbe mandate a dire a quel lurido bastardo declamante. Oltretutto in un luogo circoscritto avrebbe fatto meno danni.
Una sera, dopo un paio d’orzate forti presso la cambusa espresse i suoi desideri all’ufficiale di bordo <Voglio un isola e la voglio subito>, <Dovremmo studiare una rotta geodetica per approssimazione> rispose l’ufficiale compiaciuto della propria competenza, <Questa è solo accademia>, <Ma Sir Crapus se non applichiamo gli strumenti che la trigonometria ci offre su d’una carta nautica non si può fare una stima di distanza e di velocità>, <Bhè me ne infischio di tricologia io, si deciderà coi dadi!>. Venne 11 in longitudine e 6 in latitudine. Durante il tragitto i marinai preparavano un ammutinamento, all’oscuro del capitano e del suo ufficiale (con cui girava voce consumasse un rapporto omosessuale). C’era l’unanime convinzione che la pazzia galoppante di Crapus avrebbe portato l’intero equipaggio tra i liquidi gastrici di qualche mostro marino tentacolare. Henry Crapus assorto fino ad allora nella lettura del De Gallico di Giulio Cesare sentiva le canzoni nell’avanscoperta. <La nave barcolla di qua e di la e con lei il cervello del suo capitanoo, il capitano ha un nome da circo, un nome che puoi dare al tuo stesso sterco,
H-E-N-R-Y C-R-A-P-U-S!!!>. Solo dopo certi biglietti minatori, H.C. iniziava a capire il malcontento della truppa e per distogliere ogni sospetto sulla sua presunta cerebro-lesione prese a sfidarli. <Signori miei, per dimostrarvi il mio coraggio, ora berrò acqua di mare>. La ciurma si riuniva intorno ad Henry Crapus mentre raccoglieva acqua dal mare con una larga tinozza. Fu una indigestione tremenda; Crapus si coricò nella sua camera dove le allucinazioni lo tormentarono a lungo. Gli apparvero Senza dubbio H.C., capitano di ventura fattosi da solo, era un uomo irremovibilmente granitico come solo un capitano di ventura graniticamente irremovibile poteva essere. In preda al sonnambulismo giustiziò sommariamente metà degli uomini tramite soffocamento, mettendo le proprie unghie dei piedi nei pasti, l’altra metà fu legata e caricata su di una zattera senza remi e spinta verso la Siberia dove avrebbero svolto lavori forzati fino allo scioglimento dei ghiacci nordpolari. E non potendo navigare completamente solo, deluso dalla volubilità umana, attraccò la nave presso una stazione di commercio galleggiante. Ivi assunse in blocco un gruppo di scimmie ammaestrate. A vederlo nel mezzo d’una burrasca d’agosto, lo sguardo bruciante fisso tra le onde indomite, l’avresti detto un uomo senza macchia. Di fronte ai capricci di Poseidone frapponeva una tracotanza tipica dei tempi moderni, di quei tempi moderni, in breve di un sacco di tempo fa. Ma si sa, la natura se ne infischia dell’uomo, a dire il vero c’è sempre stata una forma d’antipatia tra i due. <Il contegno, signori miei, è facile da tenere in salotto, ma nessuno può affermare d’esserne dotato finché non si ritrova a darne atto in situazioni avverse> declamava alle scimmie, mentre un immensa onda lo ricopriva comicamente di alghe. I globuli rossi, storpiati dall’ingerenza d’acqua marina e dalla leptospirosi, avevano serie difficoltà a percorrere le lunghe distanze che li separavano dal cervello. Gli scritti di Cesare l’avevano colpito a tal punto che iniziò a convincersi d’essere un nobile romano. L’effige di un proconsole baffuto sulla rilegatura d’una raccolta di poesie del periodo del tardo impero fece breccia nel suo cuore di modo che anche lui avrebbe portato quei baffi. <Dei baffi ben curati> pensava contemplandosi allo specchio <Sono il metro per stabilire il livello di civiltà umana>. L’insolito modo con cui si prendeva cura dei peli facciali fu notato dal garzone di una piccolo negozio di barbiere dell’arcipelago caraibico. In cambio di ragguagli su come raggiungere una siffatta flessibilità sulle punte, ottenne dal garzone una mappa nautica della zona nuova di zecca. Con il beneplacito di Henry Crapus, il taglio di baffi alla Crapus venne brevettato e poi inserito nei prezzari di tutti i barbieri delle cinque Americhe, rimanendo di moda fino al 1907, anno in cui venne soppiantato dal taglio di baffi alla Rasputin, importato dalla Russia prebolscevica. Un venditore di pomate fissanti, divenne da piccolo commerciante ambulante uno degli uomini più ricchi e potenti della terra. Nessuno sapeva come quel tipo di baffi avesse avuto origine. Se Gaio Accio Tempronius avesse scoperto d’essere il pioniere d’una futile moda oltre che condottiero di guerra e conquistatore certamente si sarebbe rivoltato nella tomba. Dopo che anche l’intera ciurma poco sapiens prese a farsi crescere e modellare i suddetti arricciati, per Henry Crapus iniziò un periodo di megalomania. Il suo arrivo sull’isola fu immortalato dal pittore della nave, certo Rover O’Connor, che oltre ad offrire il proprio corpo alle scimmie baffutamente erotomani s’occupava, previo un piccolo compenso sottobanco di dipingere le fauste gesta del capitano. Fu un caso di malasorte a renderlo cibo per pescecani: aveva sbadatamente ritratto Sir Crapus con il mustachio. Era il 1666 e la fama di Henry Crapus stava per entrare nella top ten delle migliori leggende viventi, inserito tra Isaac Newton e Luigi XIV il re sole.
Venendo a contatto con le primitive tribù di autoctoni dalla pelle bruna, dopo circa due mesi di infruttuose ricerche nell’interno selvaggio dell’isola, Crapus dimostrò subito il suo rinnovato liberalismo e tutta la sua magnanimità nei confronti del genere umano: <O con il pugno di ferro o con la frusta, porterò l’evoluzione presso questa gente abbandonata da tutti>. Istituì vari uffici, tra cui una scuola, per aumentare il tasso di alfabetismo, una mensa, per diminuire il tasso di malnutrizione, una chiesetta cattolica, per fomentare le anime verso il sacrificio, e un negozio di barbiere, per migliorare il livello di civiltà. I selvaggi si lasciavano fare, recitando la parte candidamente come se fossero partecipi d’un gioco di società. Crapus ottenne dal governo canadese laute sovvenzioni che grazie alla sua oculata amministrazione finirono per lo più investite nell’acquisto di forbici, rasoi, schiuma da barba mentolata e dopobarba alla malva. In cambio del servizio resogli dalla madre patria, una madre un po’ pretenziosa a dire il vero, avrebbe dovuto piantare 10.000 aceri ™, i caratteristici alberi canadesi. Su tutti i campi fu davvero un successo tranne che per uno, l’aspetto che Crapus riteneva più importante. Gli uomini dalla pigmentazione meticcia difatti, hanno un tipo di peluria crespa che difficilmente si presta ad essere lisciata e modellata come il taglio alla Crapus richiede. Nemmeno una squadra di barbieri di Spagna ebbero abbastanza talento per attuare il sogno del neogovernatore.
Nel 1669 Francis Ford Lameoux, fu mandato nell’isola dal governo canadese, per accertarsi che tutto andasse per il meglio. Henry Crapus mancava all’appello e l’isola verteva in uno stato di totale anarchia. Le scimmie s’erano accentrate sopra il più alto (unico) colle dell’isola in una inattaccabile casta oligarchica e avevano imposto alle tribù locali tributi in banane. A chi si rifiutava veniva tolta la banana, tramite amputazione. Le poche tracce rimaste di Herny Crapus consistevano nei segni lasciati da una zattera in direzione del mare aperto e un piccolo diario. <Il mio desiderio più grande, di rendere questo ammasso di zoticoni a mia immagine e somiglianza, è fallito, lasciandomi solo, nella mia umana impotenza. Non avendo abbastanza fegato per sopportare l’orrore che quotidianamente viene offerto ai miei occhi stanchi mi rimane una soluzione che i posteri forse riterranno pavida: fuggire> Fissate all’ultima pagina vennero trovati i suoi famosi baffi aristocratici, estirpati alla radice, in uno stato di conservazione sovrannaturale.
Si sparse la voce che Henry Crapus, vecchio e soprappeso, fosse infine tornato presso il grembo familiare, e, trovando gli scheletri abbracciati di Babbo e Babba in un grottesco unico pezzo di fossile, avesse iniziato a condurre i suoi ultimi giorni come ramingo nell’entroterra canadese. Le cause e il luogo della sua morte sono tuttora ignote.

L’isola di Crapus è oggidì importante oggetto di studi antropologici e naturalistici. Presenta una flora e una fauna fuori dal comune. E’ la prima isola tropicale ad avere alberi importati da luoghi freddi e una fauna composta per lo più da primati bipedi con folti baffi aristocratici.

 

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