Alessandro Milanese
Pausa pranzo

Le colleghe sghignazzano.
Sorridono da sotto i baffi, sì proprio i baffi.
Si fanno impercettibili segnali, occhiatacce, si richiamano tra loro, come un branco di animali affamati che aspettano la loro preda.
Guardano e scrutano l’orologio a muro attentamente, non lo lasciano solo un secondo.
Aspettano che parta la pausa pranzo.
Aspettano che parta io.
Io, che già da un’oretta buona non sto nella pelle, continuo a muovermi a scatti, mi faccio divorare dal mio nervoso.
Scalpito dentro questa stupida scrivania, che nelle ultime ore si è rimpicciolita, fatta piccola.
Mi incatena alla sedia.
Come in quei film demenziali.
Sono la protagonista, che per qualche strano effetto di qualche strana pozione magica, si ritrova enorme, fuori posto in un mondo diventato all’improvviso minuscolo, stretto.
Soffoco.
Non respiro bene.
Vorrei esser già la da lui.
Adesso, ma devo aspettare le 12 in punto, per scattare, volare, correre.
Attraversare la città in 10 minuti, suonare e salire.
Loro, le megere, tutto questo lo sanno bene, anzi benissimo.
Lo sanno, perché ho raccontato tutto in un eccesso di confidenza, di fiducia.
Mi sembrava una buona idea.
Mi sembrava la cosa più logica.
Colleghe più anziane, consigli sicuri.
Mi aspettavo una specie di attenzione quasi materna.
Mi aspettavo un po’ di calore, di spirito di squadra.
Ma la grande idea si è rivelata sbagliata.
E sbagliata è una delle poche parole che conoscono, queste 4 streghe del male.
Sbagliata per loro è questa mia pseudorelazione.
Sbagliata sono io, fin dall’inizio.
Fin dai primi giorni, quando cercavano di insegnarmi il lavoro, le prime pratiche, le prime scocciature.
Io, l’ultima.
Da loro traspariva solo uno spudorato senso di superiorità, di anzianità, di menefreghismo.
Superiori perché vecchie del lavoro.
Superiori perché sposate.
Superiori perché divorziate.
Superiori perché grandi amanti.
Superiori in tutto, e per tutto.
Franca, la nostra boss, ha cercato di calmierare la situazione.
Dopo alcuni giorni mi ha preso a parte, a fine giornata.
Due chiacchiere nel suo inarrivabile ufficio.
Tutto in giallo, una bellissima finta pianta, una gigantografia del figlio all’ultimo anno di Bocconi.
Avrà grosso modo la mia età.
Nella foto ha una faccia idiota.
Un’espressione di chi ha già capito tutto nella vita, di chi sa perfettamente che non dovrà fare nessuno sforzo particolare.
Faccia di uno che non suderà mai.
Dopo avermi offerto un bicchiere di acqua naturale è partita con una predica bella e buona.
Su come è naturale che impiegate più anziane non prendano bene l’inserimento di una giovane rampante.
Su come è naturale che per i primi tempi bisognerà tenere duro, dare modo a loro di accettare l’idea di aver una collega in più.
Su come è naturale prendere 800 euro per un periodo di apprendistato, periodo sulla cui durata non è dato sapere, naturalmente.
A fine acqua sono uscita.
Respiravo lentamente, cercando di calmare quello che sembrava un attacco di panico imminente.
Ho preso la mia uno d’epoca, mi sono allontanata veloce, nauseata.
Nei giorni a seguire la situazione non è mutata di nulla, tranne che le mie cose, i miei pensieri, sono rimasti ben delimitati a questo tavolo grigio pieno di carte davanti a me.
Un muro.
Io Palestina, loro Israele.
Rachele, 42 anni, la vamp dell’ufficio.
Divorziata di fresco da un imprenditore bene, amante a quanto sembra di locali alla moda, e di locali con tanta confusione, si vanta spesso tra una fotocopia e l’altra di rendere incandescenti alcuni privè.
Film preferito “Eyes wide shut”.
Lina, 36 anni, la intelligente dell’ufficio.
Single per scelta, così dichiara, divoratrice di libri e di cineforum, non lascia passare pomeriggio senza il suo ormai leggendario pistolozzo sull’uomo perfetto, il principe azzurro che prima o poi la porterà via da sto posto di merda.
Film preferito “Amelie”.
Anna, 51 anni, la donna per eccellenza dell’ufficio.
Sposata, fedele, grande madre di famiglia, scorrono le giornate con i suoi racconti in sottofondo che vedono il suo unico figlio come una specie di prossimo presidente della repubblica, una sorta di icona per il nuovo millennio.
Figlio, ben inteso, che ha giusto un paio di anni in più di me, e che se la memoria non mi inganna, compra regolarmente del fumo da un mio caro amico.
Ma certo questo lei non lo saprà mai.
Film preferito “Ghost”.
Sabrina, 38 anni, la “sex & the city” dell’ufficio.
Divorziata anche lei, una delle donne più brutte mai viste sulla terra, narra leggende interminabili su discutibili conquiste fatte ogni weekend.
Le altre in sua assenza dicono cose irripetibili, insulti di ogni tipo, la cosa più tranquilla è il classico puttana.
Film preferito nessuno, solo telefilm.
Nessunissima cosa in comune.
Nessunissima voglia di avere qualcosa in comune.
Nessunissima voglia di capirsi.
Difatti non han mai capito la mia pausa pranzo del giovedì.
Si, sempre e solo il giovedì.
Come da ragazzina, quando andavo a pallavolo una volta a settimana.
Partivo appena dopo pranzo.
Prendevo il 2 davanti a casa.
Io, la mia borsa, l’autobus.
Mi sentivo grande, una donna, passavo dal centro addobbato per le feste, finivo in periferia, alla parrocchia Don Bosco.
Facevamo un paio d’ore di allenamento, sfinite ci tuffavano nella doccia esauste.
Non vedevo l’ora di andare a pallavolo.
Io, il giovedì, salgo in appartamento da lui.
Passiamo un’oretta mal contata insieme, e riparto mangiandomi un panino nella fiat blu, inondata dalle briciole.
Riarrivo al lavoro che mi guardano ridendo.
Tutta stravolta, con la testa in aria, rossa in volto.
Paonazza, sarebbe il termine esatto.
Esatto, preciso, come l’orologio che incrocia le lancette nel mezzogiorno di fuoco.
E vado.
Cazzo se vado.
Faccio su al volo, volo tra le scrivanie, spigolo due volte.
Un grosso livido viola nasce e cresce sotto i miei jeans nuovi a vita bassa.
Rumori di fogli che volano misti alle bestemmie per il male alla gamba.
In sottofondo insulti sulla mia stupidità, la mia inutilità.
Ma di voi, seppiatelo bene una volta per tutte, non me ne fotte veramente un cazzo.
Voi, lui, non ce l’avete.
Lui, mio unico dio.
Un dio statuario, marmoreo.
Un santissimo modello, scolpito nella roccia.
Conosciuto in una serata strana, in discoteca 4 mesi fa.
Un martedì insignificante, fino a quel punto.
Appoggiato ad uno sgabello, non si reggeva in piedi, gonfio come un pallone aerostato, sbronzo.
Laura, la mia unica amica del cuore, mi stressava la vita.
Per una decina di minuti, sempre la solita frase, un continuo.
“Ti prego.. ti scongiuro… vallo a conoscere per me.. io non ce la faccio.. mi sembra che mi guardi.. ma è troppo bello… arriverei li… e farei scena muta.. mamma mia.. guardalo”.
Tremava come una foglia in corrente.
Aveva paura.
Diceva che era troppo bello per lei, vero.
Mi sono avvicinata, con la spensieratezza di non aver niente di personale da dirgli.
Non tremavo.
Alla terza parola mi ha messo la lingua in gola.
In un sol secondo, ho perso un amica, guadagnato un viaggio premio ogni giovedì.
Dopo quella sera ci siam visti una volta di sera.
Una birreria in profonda periferia, un postaccio.
Mi ha raccontato cose, confuse, arrotolate.
Cose su cui non ho mai voluto indagare, approfondire.
Grane, passato, problemi, cazzi suoi.
Una ex assurda.
Una specie di Crudelia che lo ha devastato, portato quasi sull’orlo del suicidio.
Che gli ha tolto parte della sua voglia di vivere.
Morale della favola non ha voglia di vedermi, o meglio, di farsi vedere in giro con me, ma se voglio il giovedì, giorno in cui riposa, nella pausa pranzo posso passare da lui.
Il primo pensiero era di mandarlo tranquillamente a far in culo, ma avendo fatto il grave errore di non aver mai cancellato il suo numero, dopo poco, ho ceduto, di schianto.
Perché non avrò mai una altro come lui.
Neanche oggi, se questo rimbambito di un vecchio di merda continua a passeggiarmi davanti in tangenziale, e si ostina a non farmi passare.
A far passare la mia voglia che supera il vecchio, o meglio lo svernicia, e si piomba alla mecca.
Arrivo.
Parcheggio scheggiando l’ennesimo copricerchio, forse l’ultimo che era rimasto immacolato.
Son su.
E’ già praticamente nudo.
Mi rattristo, per un decimo di secondo.
Speravo di riuscire a far due parole in più.
Poi lo guardo, e tutto passa, ogni cosa.
Veloce, come sempre.
Il tutto si svolge in una decina di minuti, al massimo venti.
Si rigira dalla sua parte di letto.
Guarda vero il muro.
Fissa un punto insignificante, sembra sfinito, svuotato dentro.
I suoi occhi di latte incontrano delle stampe appese alla pareti.
Disegni di donne enormi, sproporzionate.
Colori accesi, sottane maestose, una strabordanza scellerata, eccessiva, pachidermica.
Io, non so cosa lo renda così.
Sembra spento, come se incastrato in questa schiena da brividi ci sia un bottone, un interruttore, sempre girato sul off.
Nelle ultime settimane, se possibile, è sempre più silenzioso, pensieroso, da un’altra parte, distante miglia.
Mi parla, poco, il giusto indispensabile.
Parlo io per lui quando abbiam finito.
Gli racconto del lavoro, ad alta voce, perché mi infervoro ed alzo leggermente il tono.
Di casa mia, dei casini, di mia madre che dopo 20 anni si è accorta di avere una figlia e continua a martellarmi, per qualsiasi minchiata, ad ogni occasione.
Ascolta, o sembra ascoltare.
Mi sorride, a tratti.
Annuisce, e quando è ora di andare vorrei star lì per delle ore.
Passare il mio tempo a far niente.
Sdraiata sul nostro poco sudore.
Appollaiata su i suoi pettorali, che amo morsicare piano, che bacio centinaia di volte, senza sosta.
Ma il tempo corre, bastardamente.
Jolly per i ritardi non ne ho più.
Ancora un piccolissimo errore e la mia lettera di richiamo è già bella che pronta.
Le mie prontissime colleghe han fatto notare un paio di volte i miei rientri frettolosi e leggermente fuori tempo.
Merde.
Non posso sbagliare.
Non posso incappare in due rossi di fila.
Tutto calcolato al decimo.
Tutto perfetto, matematico.
Nessuna piccola sbavatura, nessuna imperfezione.
Ogni cento metri controllo il piccolo orologio sul cruscotto.
Arrivo sotto l’ufficio.
Questo palazzone tutto vetri.
Un figlio degli anni 70.
In ascensore, mi do un’occhiata veloce, sperando di non aver qualcosa di più strano del solito.
Leggo i numeri in sequenza, li spingo verso l’alto.
4-5-6-7.
Esco, entro, sorridono, sorrido, mi deridono.
Il brusio è incontrollabile.
Mi concentro su me stessa.
Devo, assolutamente, pensare solo ed esclusivamente al mio lavoro.
Alle buste paga.
Non pensare a loro 4.
Loro che non capiscono, che non sanno, che non scopano con uno così.
Loro che non passano una mano tra i suoi capelli chiari, a spazzola, sembra un russo venuto dal freddo solo per me.
Loro che non si afferrano a due spalle come le sue, perfette.
Loro che non hanno le sue foto archiviate in “immagini” sul computer.
Questo maledetto schermo che mi vomita addosso numeri.
Ore, minuti, ferie, permessi.
Franca si avvicina con una faccia scura.
Tra le risatine idiote.
“Vedi di portarmi le buste che ti ho chiesto… e vedi di portarmele prima di sera… altrimenti domani mattina… prendi le chiavi e ti fai un altro paio di orette di straordinario non pagato… così ti dai una svegliata…”
Malattia, ritardi, tfr, netto.
Devo farcela.
Devo rimanere concentrata.
Appena sistemo tutto.
Appena riesco a metter tutto in quadra, prendo l’agenda dal cassetto.
Attenta a non farmi notare.
La apro, la appoggia al divisorio, la lascio li spaparanzata davanti a me.
Continuo a mulinare numeri e controllo che manchino solo sei lunghissimi giorni.

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