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Marco Montanaro
STREtchiNG
Il foglio bianco mi disgusta. Ma solo in determinate circostanze, quando
sono obbligato a buttare giù qualcosa. Se non devo, se non è
un’imposizione, non è un problema, e il foglio bianco non
esiste.
Devo scrivere un discorso per domani, che è il mio grande giorno.
Il mio grande giorno, fa ridere.
Quella volta nella tua stanza, eri da sola. E più piangevi, e più
i tuoi occhi si gonfiavano, e più cercavi una ragione stringendo
i tuoi capelli, e più la ragione si allontanava nei miei occhi,
e più eri davvero da sola, quella volta. Piangevi davvero.
Cercavi una stupida ragione, piangevi come non avevi mai fatto in vita
tua, e scoprivi che qualcosa esiste. Quel qualcosa. Non abbiamo mai saputo
chiamarlo col giusto nome. Almeno, non nello stesso momento, entrambi.
Nelle coperte del tuo letto, nel legno della porta chiusa, nel soffitto
che non guardavamo più insieme, almeno per quel giorno. Cercavi.
Forse hai trovato quel motivo, adesso.
Domani è il mio grande giorno. Ti avrei infilato nel discorso,
in qualche modo, perché ci saresti stata bene. Ma non sono sicuro
che tutta quella gente non richiesta e che comunque ci sarà, sarebbe
capace di apprezzare.
Tutto sarà al posto giusto. Almeno, così vanno queste cose,
dicono. Io sento che mancherà ancora qualcosa, e non posso dirtelo.
La formalità che mi impone la cravatta, la camicia e i sorrisi,
mi imporrà anche di non poter pensare a quello che manca.
Poi ci sono i segni. Oltre alle stelle e alla Luna, oltre al Piccolo Principe
e alle nostre fughe, ci sono le transenne di metallo per i lavori in corso.
Dalle tue parti, qualche giorno fa, ho notato alcune di queste barriere
col tuo cognome. Non so se sono tuoi parenti, non credo tu ne abbia nel
campo delle costruzioni. Invece oggi, al mio paese, ho notato alcune transenne
con le mie iniziali. Io di sicuro non ne ho, parenti in quel settore.
Lo vedi, sono ancora stupido. Credo ancora a queste cose. Le coincidenze.
Ma quello scrittore con cui ci siamo lasciati, lo aveva detto. Non si
sta insieme per le coincidenze. Le coincidenze non fanno l’amore.
Ecco, così si doveva chiamare quel qualcosa.
Le coincidenze mi fanno solo fesso.
Non ci è mai mancata l’autoironia. Nel nostro miglior periodo,
avremmo riso anche di questi strani giorni. Forse ci sarà ancora
spazio per farlo… Lo vedi? Sono proprio un fesso.
Ma ora non c’è nemmeno la possibilità di fare autoironia.
Perché il gioco si è fatto troppo pesante. Si rischia troppo,
a scherzare ora. Ci sono in ballo anni, piccoli e insignificanti progetti,
sorrisi, occhi, persino oggetti e quel qualcosa cui non abbiamo saputo
concordare il nome. Non si può fare autoironia, ridere di noi.
Non contemporaneamente.
Penso che abbiamo smesso anche di giocare.
E’ diventato tutto troppo complicato, e detesto questo genere di
cose, anche solo pensarle. Per quanto difficili siamo stati, siamo stati
leggeri nell’inseguirci. Perché uscivamo di notte, e all’alba
avevamo già fatto l’amore. Era tutto molto semplice, per
quanto ci fosse una coperta troppo corta da tirare, a turno qualcuno si
scopriva, ma subito l’altro tornava a coprirlo. Sì, siamo
stati bravi.
Ora ho la sensazione che il gioco sia finito. C’è sempre
qualcuno che aspetta il giorno in cui non c’è la nausea al
risveglio, poi la voglia di farsi una doccia fresca, sentirsi puliti.
Il gioco è finito perché per te quel giorno è arrivato.
Per me, non so quando arriverà. Sei stata una dolce dipendenza,
e questo genere di cose ha tempi inspiegabili. Penso che uno di questi
giorni, dopo la cerimonia di domani, comincerò a urlare contro
il primo che capita, ‘quando diavolo finirà?’
Ci sarà da ridere.
Non so se anche tu hai giocato, in realtà, in questo periodo.
Credo che tu ti sia solo preparata, riscaldata, allungata verso qualcos’altro.
Hai fatto stretching. Ero io che giocavo. E sono sfortunato al gioco.
Così hai potuto fare quello che dovevi. Suona così serio…
Ma è una cosa da poco, e in fin dei conti normale, banale. Fa parte
del gioco.
Ma tu non hai giocato, davvero. Hai solo preparato le cose al meglio che
potevi, e per una volta sei stata determinata, hai scelto il momento e
forse anche il modo migliore. Forse non avevi altra scelta. Tutto questo
dimostra che in fondo ti conosco ancora bene.
Di sicuro c’è che conosco bene me stesso.
Devo preparare il discorso per domani, e detesto il foglio bianco, in
queste circostanze.
Mi sono allenato, scrivendoti.
Ho fatto stretching, anch’io.
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