| Luisa
Ruggio
"Le amanti adriatiche, capelli velluto labbra rosse, sull'isola di
Rina"
Era stata l''idea di queste donne bellissime, confinate
in un'isola di ginestre gialle tra il Tacco d'Italia e l'Albania. Volevo
che lei me la raccontasse quella storia, volevo poter distogliere lo sguardo
mentre lo faceva e incontrare sulla mia traiettoria il vecchio grammofono
che era stato di sua madre, quella donna energica e silenziosa. Volevo
che in un pomeriggio qualunque, dimenticato l'alibi del mio lavoro, lei
mi riportasse di colpo in quella luce fatale del 1930. Che mi mostrasse
il mare indifferenziato e avvolgente a chiudere quel punto sconosciuto
negli atlanti, quel punto dove lei era stata una bambina, la più
piccola di quattro sorelle, insieme alla madre a al padre guardiano dell'isola.
Era stato lì, in quell'improbabilità, che aveva trovato
i primi libri. Poi, finiti i libri da leggere, aveva scritto. Rina Durante,
fondatrice del sindacato degli scrittori, grande guerriera salentina scontrosa
e ammiraglia, si arrabbiava moltissimo della mancanza di ironia negli
altri. E mi raccontava quella storia, nella penombra di casa sua, nella
penombra delle storie possibili che aleggiavano nel fumo delle sue sigarette.
Mi disse che nella sua vita l'invenzione del rossetto
si doveva a una notte di pioggia battente sull'isola di nessuno. Perchè
fu in una notte così che in quella casa di donne-porcellana-se-non-fai-attenzione-m'infrango
arrivò il marinaio Giona.
Ma dovete prima immaginare questo silenzio, questo mare che dice tutto,
questa casa in cima a una collina che è tutta l'isola, quest'austerità
familiare, questo isolamento. Nessuno arrivava sull'isola, in definitiva
solo il vento. Poi, una sera: lui.
Lui, con due colpi alla porta, la cerata e gli occhi di un azzurro intenso,
terribile. La madre di Rina tirò fuori dalla credenza i piatti
buoni e gli chiese, come ci si sarebbe aspettato da una signora in quelle
circostanze, di restare a cena. Di restare a cena in quella casa dai deboli
lumi, i libri sparsi, tre figlie sinuose e una bambina, incantate, vicino
al fuoco del camino e un rigido marito in divisa.
Fu allora che le sorelle, già tutte innamorate di lui, ristabilirono
il significato recondito delle proprie labbra e cercarono il rossetto
chiuso, prudentemente, in un tiretto del comò. Il vecchio generale
loro padre sussurrò adirato: disdicevole!
Sì, alquanto disdicevole, donne col rossetto rosso ciliegia per
uno sconosciuto - un marinaio poi! - che mettono su un disco e vanno,
con due virgole di capelli sul viso incipriato, a sperare nelle sue parole.
Lui mangiò tutto con le mani, per un desiderio privato e indecente
bagnato di ognuna di loro.
Che rimasero in quattro e rimasero sorelle, tutte prese
dalla fatica di inarcare bene le ciglia, tranne una, tranne Rina. Rina
pensò che l'avrebbe scritta, un giorno, quella storia.
Ero stordita quel pomeriggio, a casa sua, davanti a quel suo gesticolare
maestoso che rievocava i salici sbattuti dal vento per il passaggio del
marinaio Giona. Non respiravo più davanti a quelle sue giacche
da uomo. Credo che le mancasse quell'isola dove sentì, chiaramente,
che la scrittura cominciava a dibattersi in lei. Credo che la notte sognasse
di ritornare tra quelle ginestre che rendevano il luogo una pepita d'oro
galleggiante, tra quelle stanze dove aleggiava su tutto la musica del
grammofono, dove le sue sorelle incedevano con quella bellezza struggente
per le avances dello scirocco. |