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Flavio Villani
Il medico
La ragazza, incerta, attende ancora un attimo, poi appoggia leggermente
le labbra alla guancia scavata del vecchio.
Attraverso i vetri sporchi il paesaggio è coperto di neve e il
piccolo lago davanti alla casa è scuro e piatto come una lastra
di piombo.
“...E’ tutto così grigio…” dice in un soffio,
ma non termina la frase che rimane fluttuante nell’aria pesante.
Un uomo le si avvicina e, appoggiandole una mano sulla spalla, le bacia
leggermente i capelli.
“Tutto si è svolto come voleva, non potevamo fare nulla di
più.” la voce dell’uomo ha un tono caldo, affettuoso.
La ragazza si gira e solleva il capo, gli occhi scuri sono incavati nelle
orbite. Si lascia abbracciare, poi riprende: “mi parlava spesso
di un sogno. Sai, uno di quei sogni ricorrenti che si fanno e che ci accompagnano
per tutta la vita. Non so se siano premonizioni o cos’altro…Ne
era inquietato, ma allo stesso tempo se ne sentiva attratto, e quando
non si presentava per un po’ ne provava nostalgia.”
L’uomo la stringe con dolcezza.
Lei continua:“nel sogno si guardava disteso a terra in una grande
stanza vuota, in una casa davanti a un lago. Era una scena – mi
raccontava – di grande pace e serenità. Poi qualcosa cambiava
e una sottile inquietudine iniziava a crescere dentro di lui. In lontananza,
basso sull’orizzonte, intravedeva uno strato di nuvole nere che
divideva nettamente la terra dal cielo. L’inquietudine diventava
ben presto insopportabile, e un pianto irrefrenabile lo coglieva per ciò
che aveva lasciato alle sue spalle. Improvvisamente però, quando
tutto sembrava perduto, la massa compatta delle nuvole veniva squarciata
da un raggio di sole e lui si sentiva nuovamente pervaso da una serenità
ineffabile…”
“Ora è meglio andare” dice l’uomo, “abbiamo
molta strada da fare…”
Erano le prime ore della sera, quando il medico guardò impaziente
l’orologio. Mancavano quasi due ore alla fine del turno, ma si sentiva
stanco e nonostante non avesse programmi per la serata desiderava andarsene
il prima possibile. Dalla finestra poteva vedere una lunga fila di auto
sfiorare il muro di cinta dell’ospedale. Avanzavano veloci senza
emettere alcun rumore, dirette alle autostrade che avviluppano la megalopoli
come in una inestricabile ragnatela. Le luci formavano una scia fluorescente
che le collegava in una interminabile catena. Era incantato da quello
spettacolo quando un suono insistente interruppe il silenzio. Sfilò
un palmare dalla tasca del camice: sul display l’immagine sfocata
e bluastra di una ragazza in evidente apprensione. Il medico schiacciò
un tasto e, finalmente, l’oggetto smise di suonare. Cazzo, proprio
adesso – pensò – ascoltando la voce dell’infermiera
che, concitata, lo richiamava bruscamente ai suoi doveri: “dottore!
Mi scusi se l’ho chiamata proprio ora, ma qui abbiamo un problema.”
Il medico rispose con tono distaccato: “si va bene, non si preoccupi,
mi dica…”
“E’ successo…ma non so come dirglielo…be’,
il problema è che…accidenti, abbiamo perso un paziente.”
“Vi siete persi un paziente? Scherza?!”
“No Dottore, non è uno scherzo…non capisco…un
tipo normalissimo…gentile, dottore, perfettamente presente.”
rispose la ragazza, sempre più agitata, “la cosa peggiore
è che si tratta…Dio mio, uno di quelli…di quelli del
professore…”
Il medico, agitato da pessimi presentimenti, promise di raggiungere il
reparto appena possibile. Sarà andato a farsi un giro intorno all’ospedale
– pensò, amaro. E’ già successo. Le domeniche
del resto non finiscono mai…. Poi, quando rientrano, arrivano da
te contriti giurando che non immaginavano di fare qualcosa di severamente
proibito dai regolamenti. Sarà passato vestito di tutto punto davanti
al portiere che a quest’ora della domenica è più attento
ai risultati sportivi che a chi entra e chi esce.
Chiuse a chiave la porta, entrò nel vecchio e sgangherato montacarichi.
Attraversò poi a passo spedito alcuni squallidi corridoi illuminati
fiocamente per ritrovarsi davanti a una spessa porta che si aprì
con uno scatto. La ragazza con cui aveva appena parlato e altri due suoi
colleghi lo aspettavano; se ne stavano in piedi, a capo chino, gli occhi
fissi sulla punta delle scarpe. La camera del fuggitivo era in fondo a
uno stretto corridoio, conteneva tre letti ed era stretta come un budello,
squallida e vetusta, eredità di un’altra era: nessuno aveva
pensato di ammodernarla essendo destinata a chi non aveva la possibilità
di pagarsi niente di meglio. Gli altri due pazienti non sembravano in
vena di collaborare: uno, gonfio e con pochi capelli in testa, sembrava
addormentato, il braccio tumefatto collegato per mezzo di un tubicino
ad una pompa d’infusione che di tanto in tanto emetteva un rumore
acuto, come lo squittio di un topo. L’altro era steso su un fianco
con il viso rivolto alla finestra. Il medico fece un cenno con il capo
verso quest’ultimo, ma l’infermiera scosse il capo: “non
parla dottore…gli hanno appena impiantato un microchip, ma non sembra
funzionare, qualsiasi cosa gli domandiate sorride e risponde sempre di
si…” poi gli indicò il comodino e l’armadietto
vuoti. “Si è preso tutto ciò gli appartiene e se n’è
andato senza dire niente a nessuno.” disse l’infermiera.
Il medico guardò l’orologio. “Da che ora vi siete accorti
che mancava ?” I tre infermieri si fissarono fra loro interrogativi,
poi la ragazza disse: “pochi minuti prima che la chiamassimo dottore,
circa mezz’ora fa.”
Li guardò comprensivo, quindi prese il telefono per denunciare
il fatto alla polizia. Una voce anonima, gli promise che avrebbe inviato
una pattuglia di lì a poco.
Non era passata più di mezz’ora, il tempo necessario per
consultare la documentazione clinica del fuggitivo, che il dottor Vesali
sentì bussare alla porta che, subito dopo, si socchiuse timidamente.
“Dottore, mi scusi, c’è qui l’agente di pattuglia,
vorrebbe parlarle un attimo.”
Con un cenno del capo fece accomodare l’agente.
“Buonasera dottore, cosa mi sa dire dell’uomo?”
Non rispose immediatamente, poi, come se un’immagine improvvisa
avesse attraversato il suo cervello, rispose: “non molto, a dire
il vero. Se n’è andato, ma non so proprio darle una spiegazione.
Non era confuso. Forse si è semplicemente preparato la valigia
e…tanti saluti a tutti. E’ incomprensibile, vista la fortuna
che gli era toccata. Quando non si ha speranza…entrare nel nostro
programma, be’ non è da tutti i giorni…non riesco proprio
a capire…avrebbe potuto salvarsi.”
“Inoltrerò la denuncia alle volanti.” rispose il poliziotto,
“vedrà dottore, lo troveremo in qualche stazione del métro
o in aeroporto; avrà avuto voglia di spassarsela un po’,
e di passarsi l’ultimo dell’anno in grazia di Dio…”
Andrea Vesali arrivò a casa a tarda notte. L’appartamento,
situato al trentesimo piano di un grattacielo dell’estrema periferia
orientale, era debolmente illuminato dalla luce del grande acquario incassato
in una colonna al centro del minuscolo soggiorno. Alcuni pesci tropicali
dai colori elettrici vi fluttuavano come astronauti in assenza di gravità.
Il palazzone, uno dei tanti “complessi residenziali” di quella
zona, si stagliava contro il cielo grigio: da quando il centro della città
era stato abbandonato alle ondate migratorie che da almeno venti anni
si susseguivano senza sosta, tali “complessi residenziali”
erano sorti in zone così periferiche da essere difficilmente assimilabili
alla loro città d’origine. L’intento era di contenere
tutto il necessario per la sopravvivenza di chi vi abitava. Molti dei
loro residenti se ne allontanavano solamente per raggiungere i posti di
lavoro, distanti, talora, anche molte decine di chilometri.
Erano veri e propri labirinti, suddivisi in claustrofobiche unità
abitative tutte identiche. Alla prima occhiata ricordavano formicai e,
solitamente, inducevano nei nuovi arrivati una intensa reazione d’ansia
che, tuttavia, si attenuava con il passare del tempo, l’abitudine
e generose dosi di antidepressivi. Quello dove abitava Andrea non aveva
più di dieci anni, ma i segni di una precoce decadenza avevano
già iniziato a farsi evidenti. Il cemento a vista si stava scrostando
in più punti e alcune tubature perdevano acqua a fiotti, allagando
interi corridoi che dovevano essere attraversati levandosi le scarpe e
rimboccandosi i pantaloni. Molti ascensori erano fuori uso, e quei pochi
funzionanti dovevano essere attesi per molti minuti.
Alcuni piani, dedicati alle attività commerciali, avevano assunto
un aspetto spettrale a causa dei numerosi negozi abbandonati, le cui porte,
sbarrate da spesse assi di legno grezzo, si aprivano su locali oscuri
da cui fuoriusciva un pungente odore muffa.
Quando inserì la tessera magnetica nell’apposita fessura
e la porta si aprì scivolando silenziosamente di lato, sapeva che
non avrebbe trovato sua moglie alzata ad attenderlo. Cassandra era già
a letto: da tempo aveva perso l’abitudine di aspettare il suo rientro.
Era una donna energica che lavorava come ricercatrice presso un centro
governativo; il suo ideale divertimento prevedeva la lettura serale delle
sequenze geniche di alcuni microrganismi scoperti recentemente nel ghiaccio
degli anelli di Saturno. Quando si erano conosciuti, circa dieci anni
prima, non gli aveva nascosto che il suo unico interesse era la genetica
molecolare. L’amore, per lei, era una cosa distante, quasi teorica,
che considerava un’inutile debolezza inventata per chi non aveva
di meglio da fare, anche se ammetteva che, di tanto in tanto, uno sfogo
erotico potesse favorire la concentrazione mentale. La cosa non dissuase
il dottor Vesali dal volerla sposare, credendo di condividerne l’interesse
per la Scienza. Una sera, prima del matrimonio, poco dopo aver fatto l’amore,
Cassandra si era improvvisamente seduta sul letto e, come se fosse stata
mossa da un’improvvisa illuminazione, gli aveva rivelato di non
amarlo. Andrea non fu capace di dirle nulla, e attese semplicemente che
lei dicesse ancora qualcosa. Ma Cassandra si chiuse in un mutismo impenetrabile:
quelle parole rimasero lì, sospese nell’aria, incombenti
come la promessa di un’imminente tempesta.
Nessuno dei due affrontò più l’argomento e il matrimonio
si fece, silenziosamente e con pochi invitati.
In effetti gli anni che seguirono non portarono nulla di diverso da quanto
si era prospettato all’esordio della loro unione. Non era una coppia
portata ai sentimentalismi o agli slanci emotivi. Il loro rapporto era
improntato al pragmatismo e, a tratti, facevano più pensare a due
colleghi che, casualmente o per praticità, dividevano lo stesso
tetto.
Sopravvivere ai loro massacranti ritmi lavorativi richiedeva una notevole
dose di autonomia e la totale assenza di necessità affettive, cose
che rendevano i pesci tropicali gli unici possibili compagni della coppia,
visto che la loro cura era totalmente demandata ad una serie di ritrovati
tecnologici in grado di sopperire all’assenza di mano umana. Marito
e moglie si incontravano solo a tarda sera dopo giornate di estenuante
lavoro. Si scambiavano poche parole sui loro progressi per crollare subito
dopo, esausti, nel letto, pronti a scattare alle prime luci dell’alba,
dopo una notte buia come l’inchiostro, passata in un letto freddo
come una bara da dove il sesso era stato bandito come si può allontanare
un’incomoda presenza.
Quella notte tuttavia, nonostante l’ora tarda, il medico si sentiva
agitato, incapace di infilarsi nel letto come avrebbe fatto di solito.
Non riusciva a capacitarsi di ciò che era successo in ospedale,
e non era in grado di distogliere il proprio pensiero dal fuggitivo, che
ora immaginava vagare per le strade intasate dal traffico e da milioni
di persone che correvano senza apparente meta. Dove era diretto? Perché
aveva abbandonato la speranza di salvarsi la vita? La malattia non gli
avrebbe lasciato niente di più che pochi giorni di sopravvivenza.
Allora perché? Perché affrontare la notte e confondersi
nella fluttuante massa che affollava le strade della città? Sognò,
stranamente, di parlargli; l’immagine dell’uomo era vivida
e gli sorrideva beffarda. Andrea si sentiva ingoiato all’interno
di un gorgo, e quando si svegliò ebbe la netta sensazione che l’uomo
si fosse appena allontanato dalla stanza. Tutto era ancora immerso nell’oscurità;
guardò per un istante l’orologio fluorescente che sembrava
galleggiare nella stanza, poi si alzò. Dalla finestra, laggiù,
trenta piani più in basso, le strade apparivano lucide sotto la
pioggia che cadeva incessante.
“E’ il 31 Dicembre 2049 e nessun annuncio
potrebbe costituire migliore auspicio per un felice, anzi direi, radioso
passaggio dalla prima alla seconda metà di questo primo secolo
del nuovo millennio…”
Con queste semplici parole il Professor Wei Dong Li ha annunciato al mondo
intero la scoperta, che, a detta di tutti gli osservatori più accreditati,
rivoluzionerà le nostre vite.
Parzialmente trapelata qualche giorno prima dell’atteso annuncio,
la notizia che da oggi la rigenerazione cellulare permetterà di
prolungare la vita dell’uomo a piacimento, ha fatto il giro del
mondo in pochi secondi. Come ormai usuale il web ha amplificato le parole
del Professor Dong Li, facendole giungere, appropriatamente tradotte e
senza ritardo, in ogni angolo, anche il più remoto, della terra
e delle colonie lunari. Ogni uomo è stato informato in tempo reale
di questo gigantesco passo nel futuro.
Egli ha sottolineato, davanti a un gremito uditorio di scienziati, giornalisti,
esponenti della politica e della cultura, quanto la fine dell’ultima
guerra mediorientale, che ha afflitto la terra per cinquant’anni
causando milioni di morti, sia stata premonitrice di una nuova era, aperta
alla pace e alla prosperità, dove ogni uomo avrà il dovere
di vivere per favorire l’espansione della nostra specie nel sistema
solare e oltre; soprattutto ora che l’Autorità Centrale ha
stabilito la definitiva abolizione di ogni credo che non abbia una solida
base scientifica. In questo nuovo e meraviglioso contesto, la scoperta
del professore allungherà la vita o contribuirà a ricrearla.
Il Professore ha terminato con queste radiose parole: “la vecchiaia
e le malattie, intese come deterioramento o perdita delle funzioni, da
oggi saranno concetti obsoleti, e la morte sarà riservata a chi
non potrà permettersi le cure più appropriate. Per questo
ringrazio chi, in questi anni, si è dedicato con me, con spirito
di abnegazione e incrollabile fede nella Scienza, a questo progetto.”
Il discorso è stato lungamente applaudito e la massima onorificenza
dello Stato consegnata nelle mani del professore dal Ministro plenipotenziario
dell’Autorità Centrale per l’Europa Occidentale…
La sensazione d’inquietudine e i pensieri che avevano
accompagnato Andrea Vesali fino a che, finalmente, era sprofondato in
un sonno affollato di sogni, continuarono anche dopo che la televisione
aveva annunciato la scoperta a cui aveva ampiamente contribuito. Solo
la sferzata dell’acqua gelida sul volto sembrò, per un po’,
riportarlo alla vita. Si vestì con calma, ma decise di non fare
colazione per prendere il primo treno che l’avrebbe portato in meno
di un’ora in ospedale.
Cassandra era già uscita. Non l’aveva nemmeno sentita alzarsi,
ma gli aveva lasciato un video messaggio sul terminale di casa, in cui
si congratulava con lui per l’annuncio che aveva appena ascoltato
nel primo notiziario del mattino, e gli dava appuntamento all’ora
di cena per festeggiare a casa di amici l’ultimo dell’anno.
Fece il viaggio senza rendersene conto e senza fissare alcun ricordo.
Quando arrivò era ancora buio. Attraversò l’ampia
porta a vetri che immetteva nell’androne di marmo dell’ospedale
con la sensazione che la felicità per il risultato raggiunto fosse
stata macchiata da qualcosa d’imprevisto.
Il portiere lo apostrofò con un pimpante “Buon giorno dottore…buon
Anno Nuovo…”, a cui non fece seguito alcuna risposta, ma solo
un saluto con il capo, senza slancio.
Il rumore della strada venne sostituito da un silenzio ovattato, interrotto
solamente dal suono dei suoi passi lungo i corridoi mal illuminati.
Camminò fra i ritratti polverosi di medici che avevano reso grande
l’istituzione, e di impettiti benefattori, i cui sguardi ispirati
ricordavano che tutto ciò non poteva esistere senza i lori soldi.
Quando entrò nella sua stanza lo schermo del computer lampeggiava:
un messaggio lo avvertiva che il professore lo stava attendendo nel suo
ufficio, e di recarvisi con sollecitudine. Controllò il resto della
posta, poi, con calma si avviò verso l’ufficio del capo.
Una porta di pesante legno scuro separava il professore dal resto del
mondo. L’anticamera era un’ampia stanza luminosa, arredata
con mobili ottocenteschi provenienti da una ricca donazione di uno dei
tanti magnati che finanziavano la ricerca nella speranza di vedersi allungata
la vita.
La segretaria, una bella donna dallo sguardo algido sulla quarantina,
lo squadrò per un attimo e accennando ad un sorriso di cortesia
lo fece accomodare in un angolo, su una scricchiolante poltroncina in
stile Impero che temette potesse sfondarsi da un momento all’altro.
In fondo l’attesa non gli risultò sgradita, dandogli modo
di ripensare agli eventi della sera che, nonostante i suoi sforzi di eliminarli
dalla memoria, non volevano abbandonarlo in alcun modo.
Il suono flautato di un interfono e una luce lampeggiante sulla scrivania
della segretaria lo riportarono alla realtà. La segretaria con
un gesto secco attivò una microcuffia auricolare ben nascosta fra
i lunghi capelli biondi sapientemente acconciati. Rigida come se fosse
sugli attenti, annuì senza parlare, poi bisbigliò qualcosa
che egli non riuscì a comprendere.
Una voce calda, quasi suadente lo accolse nell’ampio studio, arredato
modernamente, e con essenziale eleganza. Il professore stava in piedi,
davanti a un’ampia finestra che si apriva su un cortile interno
ornato da improbabili piante tropicali, evidentemente in grado di sopravvivere
al clima e all’inquinamento della città per la presenza di
una di quelle invisibili cupole che ricreano il microclima dei tropici
a quella latitudine.
“Entri dottore, si accomodi.” Nonostante la sua origine il
professore non aveva alcun accento. Il viso era privo di rughe e gli occhi
indecifrabili da orientale non rivelavano alcuna emozione. Quella mattina,
però, sembrava stanco, e l’elegante abito grigio aveva un
aspetto stazzonato. La cosa sembrava stonata per chi conosceva la perfezione
del personaggio. Il professore, nell’attesa di fare la dichiarazione
alle prime luci dell’alba, aveva evidentemente dormito troppo poco
sul divano che occupava un angolo dell’ampio studio.
Senza preamboli disse: “forse immaginerà perché l’ho
fatta chiamare. La storia di quel tizio che se n’è andato
mi ha profondamente turbato. La notizia non è ancora trapelata,
ma quando succederà l’impressione nella gente sarà
pessima…e mi preoccupo soprattutto dei nostri numerosi benefattori.
Non possiamo far pensare che i fortunati prescelti per il progetto se
ne scappino così. La fiducia deve essere massima e non devono esserci
ombre su tutto il progetto.”
Il medico annuì: “purtroppo l’ho pensato anch’io
questa notte…”
“Abbiamo trovato la figlia di quell’uomo, ma la polizia non
è ancora riuscita a rintracciarlo, sembra scomparso nel nulla.”
Il tono da freddo e distaccato divenne aspro, quasi minaccioso, e piccole
gocce di sudore iniziarono a formarsi sul viso, intorno al naso.
Egli continuò con un’aggressività inusuale per un
uomo freddo come lui: “dannazione, proprio oggi che l’annuncio
è stato dato…e questa sera sono atteso, ospite d’onore,
presso l’Autorità Centrale, per i festeggiamenti dell’ultimo
dell’anno...” indicando lo smoking ancora avvolto nella custodia
trasparente, appeso nel guardaroba aperto.
“Bisogna che qui tutti si diano da fare per trovarlo, e lei deve
fare la sua parte. Parli con la figlia…si ricordi che ne va anche
della sua carriera. Una volta superato il momento critico, lo scaricheremo,
quel povero pazzo. Ma, perdio, non mi…non ci rovinerà la
festa, glielo garantisco. Si lavori la figlia, so che se vuole…dobbiamo
salvarlo per il tempo necessario…”
Il suono del telefono interruppe la frase a metà. Il tono della
voce cambiò ancora e, repentinamente, ritornò suadente:
“ah, carissimo, che piacere sentirla. Ne sono certo, sarà
una notte indimenticabile…” interruppe la conversazione per
un attimo e si rivolse nuovamente al medico: “lei si rende conto
della posta in gioco, spero non voglia continuare la sua vita da subordinato
all’infinito…vero?” non attese risposta e non si curò
più di lui, preso com’era dal personaggio all’altro
capo del telefono. Il medico ne approfittò per indietreggiare e
uscire dalla stanza.
Non riusciva a condividere il modo di pensare del professore, ma nel contempo
non accettava che quell’uomo fuggendo avesse deciso di occupare
quella linea sottile, di solito impercettibile, che separa la vita dalla
morte, e che potesse essersi deliberatamente allontanato dall’unico
luogo che gli garantiva la sopravvivenza.
E’ inconcepibile! di solito ti scongiurano di prolungare la vita
oltre ogni ragionevolezza, di fare qualsiasi cosa possa allungarla anche
di pochi giorni – pensò con amarezza.
Il professore aveva predisposto tutto e, senza perdere
tempo, gli aveva inviato una dettagliata mappa elettronica per raggiungere
la figlia del fuggitivo. Un taxi lo stava già attendendo all’ingresso
principale. Le poche persone che aveva incrociato nei corridoi sembravano
distratte dalla prospettiva della nottata di festa.
Il viaggio fu piuttosto lungo. Attraversarono velocemente il centro della
megalopoli con i bei palazzi di una volta ridotti a scheletri al di là
dei quali si intravedevano alti cumuli di macerie e sporcizia. Migliaia
di baracche e bancarelle si allineavano disordinatamente lungo i grandi
viali un tempo alberati. Le piogge acide impedivano la crescita di ogni
forma di vegetazione priva di un’adeguata protezione.
Una massa di gente, apparentemente priva di una precisa occupazione, si
aggirava fra quei ruderi. Abbandonato il centro, l’auto accelerò
sensibilmente, scivolando silenziosa attraverso la sconfinata periferia;
enormi palazzoni tutti uguali ospitavano i trenta milioni di persone che
abitavano fuori dal centro. Orientarsi in quel dedalo era possibile solo
grazie ai sistemi satellitari di cui ogni auto era fornita.
Giunsero a destinazione circa due ore dopo la partenza. La ragazza viveva
in un’antica zona industriale dove i grigi grattacieli di cemento
che si estendevano a perdita d’occhio si interrompevano all’improvviso,
come se un evento catastrofico li avesse risucchiati facendoli scomparire.
Un piccolo agglomerato di bassi capannoni, un tempo sede di macchinari
divenuti ora obsoleti, era stato occupato da giovani che si rifiutavano
di vivere negli alti palazzi che l’Autorità Centrale destinava
a ogni cittadino.
La ragazza abitava in un piccolo appartamento al piano terra di un capannone
costruito lungo un corso d’acqua utilizzato, quando i macchinari
funzionavano ancora, come canale di scolo industriale.
Il medico entrò nella vetusta costruzione, meravigliandosi del
fatto che fosse del tutto priva di ogni moderno sistema di sicurezza;
nell’atrio un grande tabellone colorato indicava i nomi degli abitanti
e la posizione dei loro rispettivi appartamenti. Trovò l’appartamento
della ragazza con difficoltà.
Quando giunse davanti alla porta di legno attese qualche secondo, poi,
in mancanza di un campanello, bussò con la mano. Una donna anziana
che sembrava appartenere a una razza estinta da decenni, aprì uno
spiraglio, e lo squadrò a lungo senza dire nulla.
“Mamma, fallo entrare…è l’uomo che stavo attendendo.”
La voce di una giovane donna arrivò perentoria. La donna si scostò
di lato per farlo entrare, poi, silenziosamente, si dileguò.
In un angolo dell’ampio locale su cui si apriva l’ingresso,
c’era una ragazza alta e magra, sulla trentina, che lo fissava con
insistenza. Sembrava stanca, e diede al medico l’impressione che
fosse arrivata in quel luogo dopo un lungo viaggio. Il volto pallido e
i lunghi capelli castani raccolti le davano un’aria austera.
“Buongiorno, sono il dottor Andrea Vesali, lavoro con il professor
Dong presso l’ospedale dove suo padre era ricoverato fino a ieri.
Mi occupo del progetto della rigenerazione cellulare, di cui avrà
sentito certamente parlare.” quindi proseguì, “mi scusi
l’intrusione, ma, come saprà, suo padre…” il
medico ascoltò la propria voce, con la sgradevole sensazione che
non gli appartenesse.
La ragazza non lo lasciò terminare: “l’aspettavo. Oggi
già un sacco di gente è stata qui, mancava solo lei. Ero
stata avvertita che sarebbe arrivato.” il tono era dolce, ma lasciava
trasparire una decisione non comune. Quel poco che il medico ricordava
del padre si rifletteva nei suoi occhi e nei suoi lineamenti. “Ho
visto suo padre poche volte e non l’ho conosciuto direttamente.”
disse il medico, esitante.
“Sembra che molta gente l’abbia visto di sfuggita, ma ora
tutti sono preoccupati per lui…non lo trova strano? Tutto questo
interesse per un uomo che fino a poco fa sembrava non esistere, mi sorprende.
” rispose lei, fissandolo negli occhi con insistenza.
“Me ne rendo conto…suo padre era, o meglio, è parte
di un progetto importante. Credo che lei lo sappia…e credo anche
che lei sappia che potrebbe…potrebbe non sopravvivere, senza le
cure più appropriate. Dobbiamo trovarlo al più presto, ma
sembra che nessuno abbia la benché minima idea di dove possa essere
andato, per questo speriamo che lei possa darci una mano. Crediamo che
possa averle raccontato qualcosa sulle sue intenzioni.”
La ragazza sembrava soppesare ogni singola parola pronunciata dal medico.
“Quello che mi domando è cosa l’ha spinta a fare tutta
questa strada per parlarmi. In fondo lei stesso mi ha detto che l’ha
visto solo di sfuggita e non gli ha mai nemmeno parlato. Perché
è così preoccupato per lui? Cosa ne sa di lui e delle sue
motivazioni? Mi spieghi questo, e io le dirò quello che so.”
Il medico la fissò sorpreso, incapace di prendere l’iniziativa,
quasi stordito da quelle parole. Egli sentiva incombere su di sé
una stanchezza mortale; aveva dormito troppo poco, e si domandò
con irritazione cosa volesse da lui quella donna. Poi rispose: “ogni
essere umano è importante per noi, e il progetto a cui appartiene…”
“Appartiene!?” domandò lei, sorpresa e irritata.
“Si certo, appartiene. Lui appartiene a questo progetto come appartiene
alla società. Ha un dovere da compiere, come tutti noi. A un certo
punto smettiamo di appartenere a noi stessi…” la voce gli
si spezzò in gola, quindi riprese: “abbiamo tutti un dovere
da compiere, per la Scienza e il bene dell’umanità intera…”
La ragazza lo fissava, ma ora la sua contrarietà per quanto stava
udendo sembrava essersi fissata in una maschera priva di espressione.
Il medico iniziò a pensare di avere sbagliato tutto. Più
parlava, più si rendeva conto di quanto gli suonassero false le
sue parole. Non terminò la frase e decise di andarsene al più
presto. Ebbe la sensazione che la ragazza non l’avrebbe mai perdonato
per ciò che stava facendo. Non gli importava più nulla delle
conseguenze del suo fallimento. Sarebbe andato direttamente a casa e avrebbe
atteso da solo che la notte dell’ultimo dell’anno passasse.
Dopo alcuni istanti di silenzio, imbarazzato, disse: “capisco il
suo punto di vista, e non so proprio cosa aggiungere. Non ho una spiegazione
chiara alla sua domanda. Suo padre non lo conosco nemmeno, e per me è
solo un numero in un lungo elenco di altri numeri. Ho sempre pensato che
tutti agissimo per il meglio, ma ora mi domando se sia davvero così…Non
ho mai nemmeno considerato la possibilità che ciò che stiamo
facendo non sia giusto.”
Si girò, e senza aggiungere altre parole, si avviò verso
la porta.
“So dov’è mio padre…”
Sentendo quelle parole si fermò sulla porta, impietrito.
La ragazza continuò: “mi sembri diverso da quelli che sono
venuti qui oggi…c’era in loro solamente la volontà
di risolvere un problema al più presto, e non importa che quel
problema fosse un uomo morente!”
L’uomo si girò lentamente verso la ragazza, mentre questa
scandiva le parole con cura: “la verità è che mio
padre vuole morire, ed è convinto che nessuno potrà impedirglielo.
Esiste un posto, lontano da tutti voi, dove persone come lui vanno a morire.
E’ fuorilegge, tanto più ora, dopo l’annuncio di questa
mattina. Lo conduce un uomo anziano che tutti chiamano il Predicatore.
So dov’è, e so che non avrei dovuto parlartene, ma ho bisogno
di condividere tutto ciò con qualcuno. Anch’io vorrei parlargli,
forse per cercare di convincerlo a seguirti...ma anche di questo non sono
certa.”
L’uomo annuì, fermo sulla porta, incerto sul da farsi. Senza
che se ne rendessero conto, la luce del giorno si stava progressivamente
affievolendo, sfumando i particolari della stanza nella penombra del crepuscolo.
Ogni cosa perde i propri contorni, così come tutta questa vicenda
sembra priva di contorni, di certezze – pensò l’uomo.
“Cosa vuoi fare?” domandò, interrompendo il silenzio.
“Vorrei andare da mio padre insieme a te, vorrei parlargli e fartelo
conoscere…”
Andrea non riusciva a distinguerne l’espressione sul viso della
ragazza.
“…e dopo potresti chiedergli di seguirti, oppure…potresti
decidere che quello che sta facendo, in fondo, non è poi così
folle…”
Uscirono dall’appartamento subito dopo. Mentre camminavano veloci
verso l’auto di lei, incrociarono numerosi gruppetti di persone
dirette alle feste che si tenevano per la fine dell’anno. Mancavano
ormai poche ore e tutti sembravano allegri, nella stolida convinzione
che un pessimo anno stesse per lasciare il posto a uno nuovo ricco di
promesse. Le risate giungevano fragorose a ondate, e ogni persona che
incrociavano sembrava vogliosa di scambiare frasi bene auguranti, mentre
altri offrivano champagne in bicchieri di plastica.
Partirono addentrandosi nell’oscurità della notte verso una
meta incerta. Rimasero in silenzio fino a quando il cielo nero fu rischiarato
dalla luce dei fuochi artificiali lanciati allo scoccare della mezzanotte.
“Avevo dimenticato di avere un padre…” disse lei in
quel momento. “Pensavo che, in fondo, non mi importasse più
niente di lui…”
Dovevano essere i più maestosi e lunghi fuochi artificiale dell’ultimo
decennio, ma non ci fecero caso.
Erano le prime luci di un’alba grigia quando giunsero
davanti alla casa di legno sulla riva del lago. Tutto intorno era coperto
di neve. Il filo sottile di fumo che si alzava dal camino era l’unico
indizio di vita in quei paraggi. Al passaggio dell’auto alcune grandi
cornacchie su un albero scheletrico a lato della casa, si alzarono in
volo per planare poco più in là, in un campo di terra nera
e gelata, dove iniziarono a beccare il terreno disinteressandosi ai visitatori.
Posteggiarono l’auto, poi seguirono uno stretto viottolo libero
dalla neve che li condusse davanti alla porta della casa. La ragazza bussò
due volte. Poco dopo un vecchio aprì la porta. Nonostante fosse
l’alba il Predicatore era sveglio. Squadrò entrambi senza
alcuna fretta.
“Voglio vederlo…” disse lei.
“Entrate.” rispose il vecchio, spalancando la porta.
L’interno della casa era spoglio come il paesaggio circostante.
Il Predicatore si avviò lungo un corridoio illuminato da una grande
vetrata da cui si poteva dominare il piccolo lago sottostante. Il vecchio
si fermò davanti all’ultima di una serie di porte sull’altro
lato del corridoio, e la aprì con lentezza. Un uomo stava disteso
su una stuoia al centro della stanza. Gli occhi erano chiusi e le guance
scavate da due profondi solchi. La ragazza, incerta, attese ancora un
attimo, poi appoggiò leggermente le labbra alla guancia scavata.
“E’ morto?” La voce dell’uomo la distolse dal
viso su cui era chinata.
“Si…”
“Lo desiderava.”
“Si…lo so, ma...è tutto così grigio…”
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“E’ ora di andare,” disse l’uomo “la strada
è lunga.”
“E’ il primo gennaio 2050. Dopo l’importante
annuncio di ieri, una nuova notizia sta facendo il giro del mondo: un
uomo è fuggito dal centro del professor Dong, l’uomo in grado
di creare la vita. I medici non si spiegano il folle gesto; l’ipotesi
più accreditata è che non abbia retto lo stress dell’attesa
e sia impazzito a poche ore dalla propria salvezza…Le ricerche sono
tuttora in corso, ma si suppone che in questo momento si sia allontanato
troppo per essere ancora rintracciabile.”
L’uomo e la ragazza stanno ora viaggiando senza una meta precisa.
Nessuno dei due ha voglia di parlare. Il cielo è grigio. Grandi
mucchi d’immondizia sono stati ammassati nella notte di festa ai
lati della strada.
L’uomo è il primo a rompere il silenzio: “ora che cosa
pensi di fare?”
“Partirò.” dice lei. “Lo avevo deciso molto tempo
fa. Voglio lasciare la terra. Dicono che la vita nelle colonie Alfa sia
diversa, l’Autorità Centrale è lontana...”
“Si, ne ho sentito parlare.” e continua fra sé pensieroso,
“lasciare tutto…”
“Credo che lì abbiano bisogno di uno come te.” dice
la ragazza, accarezzando lievemente il dorso della mano di lui.
Il medico si gira verso di lei: “si, lo credo anch’io.”,
poi un bagliore improvviso lo distoglie dal suo pensiero: “Guarda!”
il sole compare in uno squarcio fra la massa compatta delle nuvole grigie.
“Ha smesso di piovere…è incredibile! non ricordavo
nemmeno più come fosse fatto il sole…” |