Flavio Villani
Il medico


La ragazza, incerta, attende ancora un attimo, poi appoggia leggermente le labbra alla guancia scavata del vecchio.
Attraverso i vetri sporchi il paesaggio è coperto di neve e il piccolo lago davanti alla casa è scuro e piatto come una lastra di piombo.
“...E’ tutto così grigio…” dice in un soffio, ma non termina la frase che rimane fluttuante nell’aria pesante.
Un uomo le si avvicina e, appoggiandole una mano sulla spalla, le bacia leggermente i capelli.
“Tutto si è svolto come voleva, non potevamo fare nulla di più.” la voce dell’uomo ha un tono caldo, affettuoso.
La ragazza si gira e solleva il capo, gli occhi scuri sono incavati nelle orbite. Si lascia abbracciare, poi riprende: “mi parlava spesso di un sogno. Sai, uno di quei sogni ricorrenti che si fanno e che ci accompagnano per tutta la vita. Non so se siano premonizioni o cos’altro…Ne era inquietato, ma allo stesso tempo se ne sentiva attratto, e quando non si presentava per un po’ ne provava nostalgia.”
L’uomo la stringe con dolcezza.
Lei continua:“nel sogno si guardava disteso a terra in una grande stanza vuota, in una casa davanti a un lago. Era una scena – mi raccontava – di grande pace e serenità. Poi qualcosa cambiava e una sottile inquietudine iniziava a crescere dentro di lui. In lontananza, basso sull’orizzonte, intravedeva uno strato di nuvole nere che divideva nettamente la terra dal cielo. L’inquietudine diventava ben presto insopportabile, e un pianto irrefrenabile lo coglieva per ciò che aveva lasciato alle sue spalle. Improvvisamente però, quando tutto sembrava perduto, la massa compatta delle nuvole veniva squarciata da un raggio di sole e lui si sentiva nuovamente pervaso da una serenità ineffabile…”
“Ora è meglio andare” dice l’uomo, “abbiamo molta strada da fare…”

Erano le prime ore della sera, quando il medico guardò impaziente l’orologio. Mancavano quasi due ore alla fine del turno, ma si sentiva stanco e nonostante non avesse programmi per la serata desiderava andarsene il prima possibile. Dalla finestra poteva vedere una lunga fila di auto sfiorare il muro di cinta dell’ospedale. Avanzavano veloci senza emettere alcun rumore, dirette alle autostrade che avviluppano la megalopoli come in una inestricabile ragnatela. Le luci formavano una scia fluorescente che le collegava in una interminabile catena. Era incantato da quello spettacolo quando un suono insistente interruppe il silenzio. Sfilò un palmare dalla tasca del camice: sul display l’immagine sfocata e bluastra di una ragazza in evidente apprensione. Il medico schiacciò un tasto e, finalmente, l’oggetto smise di suonare. Cazzo, proprio adesso – pensò – ascoltando la voce dell’infermiera che, concitata, lo richiamava bruscamente ai suoi doveri: “dottore! Mi scusi se l’ho chiamata proprio ora, ma qui abbiamo un problema.” Il medico rispose con tono distaccato: “si va bene, non si preoccupi, mi dica…”
“E’ successo…ma non so come dirglielo…be’, il problema è che…accidenti, abbiamo perso un paziente.”
“Vi siete persi un paziente? Scherza?!”
“No Dottore, non è uno scherzo…non capisco…un tipo normalissimo…gentile, dottore, perfettamente presente.” rispose la ragazza, sempre più agitata, “la cosa peggiore è che si tratta…Dio mio, uno di quelli…di quelli del professore…”
Il medico, agitato da pessimi presentimenti, promise di raggiungere il reparto appena possibile. Sarà andato a farsi un giro intorno all’ospedale – pensò, amaro. E’ già successo. Le domeniche del resto non finiscono mai…. Poi, quando rientrano, arrivano da te contriti giurando che non immaginavano di fare qualcosa di severamente proibito dai regolamenti. Sarà passato vestito di tutto punto davanti al portiere che a quest’ora della domenica è più attento ai risultati sportivi che a chi entra e chi esce.
Chiuse a chiave la porta, entrò nel vecchio e sgangherato montacarichi. Attraversò poi a passo spedito alcuni squallidi corridoi illuminati fiocamente per ritrovarsi davanti a una spessa porta che si aprì con uno scatto. La ragazza con cui aveva appena parlato e altri due suoi colleghi lo aspettavano; se ne stavano in piedi, a capo chino, gli occhi fissi sulla punta delle scarpe. La camera del fuggitivo era in fondo a uno stretto corridoio, conteneva tre letti ed era stretta come un budello, squallida e vetusta, eredità di un’altra era: nessuno aveva pensato di ammodernarla essendo destinata a chi non aveva la possibilità di pagarsi niente di meglio. Gli altri due pazienti non sembravano in vena di collaborare: uno, gonfio e con pochi capelli in testa, sembrava addormentato, il braccio tumefatto collegato per mezzo di un tubicino ad una pompa d’infusione che di tanto in tanto emetteva un rumore acuto, come lo squittio di un topo. L’altro era steso su un fianco con il viso rivolto alla finestra. Il medico fece un cenno con il capo verso quest’ultimo, ma l’infermiera scosse il capo: “non parla dottore…gli hanno appena impiantato un microchip, ma non sembra funzionare, qualsiasi cosa gli domandiate sorride e risponde sempre di si…” poi gli indicò il comodino e l’armadietto vuoti. “Si è preso tutto ciò gli appartiene e se n’è andato senza dire niente a nessuno.” disse l’infermiera.
Il medico guardò l’orologio. “Da che ora vi siete accorti che mancava ?” I tre infermieri si fissarono fra loro interrogativi, poi la ragazza disse: “pochi minuti prima che la chiamassimo dottore, circa mezz’ora fa.”
Li guardò comprensivo, quindi prese il telefono per denunciare il fatto alla polizia. Una voce anonima, gli promise che avrebbe inviato una pattuglia di lì a poco.
Non era passata più di mezz’ora, il tempo necessario per consultare la documentazione clinica del fuggitivo, che il dottor Vesali sentì bussare alla porta che, subito dopo, si socchiuse timidamente.
“Dottore, mi scusi, c’è qui l’agente di pattuglia, vorrebbe parlarle un attimo.”
Con un cenno del capo fece accomodare l’agente.
“Buonasera dottore, cosa mi sa dire dell’uomo?”
Non rispose immediatamente, poi, come se un’immagine improvvisa avesse attraversato il suo cervello, rispose: “non molto, a dire il vero. Se n’è andato, ma non so proprio darle una spiegazione. Non era confuso. Forse si è semplicemente preparato la valigia e…tanti saluti a tutti. E’ incomprensibile, vista la fortuna che gli era toccata. Quando non si ha speranza…entrare nel nostro programma, be’ non è da tutti i giorni…non riesco proprio a capire…avrebbe potuto salvarsi.”
“Inoltrerò la denuncia alle volanti.” rispose il poliziotto, “vedrà dottore, lo troveremo in qualche stazione del métro o in aeroporto; avrà avuto voglia di spassarsela un po’, e di passarsi l’ultimo dell’anno in grazia di Dio…”

Andrea Vesali arrivò a casa a tarda notte. L’appartamento, situato al trentesimo piano di un grattacielo dell’estrema periferia orientale, era debolmente illuminato dalla luce del grande acquario incassato in una colonna al centro del minuscolo soggiorno. Alcuni pesci tropicali dai colori elettrici vi fluttuavano come astronauti in assenza di gravità.
Il palazzone, uno dei tanti “complessi residenziali” di quella zona, si stagliava contro il cielo grigio: da quando il centro della città era stato abbandonato alle ondate migratorie che da almeno venti anni si susseguivano senza sosta, tali “complessi residenziali” erano sorti in zone così periferiche da essere difficilmente assimilabili alla loro città d’origine. L’intento era di contenere tutto il necessario per la sopravvivenza di chi vi abitava. Molti dei loro residenti se ne allontanavano solamente per raggiungere i posti di lavoro, distanti, talora, anche molte decine di chilometri.
Erano veri e propri labirinti, suddivisi in claustrofobiche unità abitative tutte identiche. Alla prima occhiata ricordavano formicai e, solitamente, inducevano nei nuovi arrivati una intensa reazione d’ansia che, tuttavia, si attenuava con il passare del tempo, l’abitudine e generose dosi di antidepressivi. Quello dove abitava Andrea non aveva più di dieci anni, ma i segni di una precoce decadenza avevano già iniziato a farsi evidenti. Il cemento a vista si stava scrostando in più punti e alcune tubature perdevano acqua a fiotti, allagando interi corridoi che dovevano essere attraversati levandosi le scarpe e rimboccandosi i pantaloni. Molti ascensori erano fuori uso, e quei pochi funzionanti dovevano essere attesi per molti minuti.
Alcuni piani, dedicati alle attività commerciali, avevano assunto un aspetto spettrale a causa dei numerosi negozi abbandonati, le cui porte, sbarrate da spesse assi di legno grezzo, si aprivano su locali oscuri da cui fuoriusciva un pungente odore muffa.
Quando inserì la tessera magnetica nell’apposita fessura e la porta si aprì scivolando silenziosamente di lato, sapeva che non avrebbe trovato sua moglie alzata ad attenderlo. Cassandra era già a letto: da tempo aveva perso l’abitudine di aspettare il suo rientro. Era una donna energica che lavorava come ricercatrice presso un centro governativo; il suo ideale divertimento prevedeva la lettura serale delle sequenze geniche di alcuni microrganismi scoperti recentemente nel ghiaccio degli anelli di Saturno. Quando si erano conosciuti, circa dieci anni prima, non gli aveva nascosto che il suo unico interesse era la genetica molecolare. L’amore, per lei, era una cosa distante, quasi teorica, che considerava un’inutile debolezza inventata per chi non aveva di meglio da fare, anche se ammetteva che, di tanto in tanto, uno sfogo erotico potesse favorire la concentrazione mentale. La cosa non dissuase il dottor Vesali dal volerla sposare, credendo di condividerne l’interesse per la Scienza. Una sera, prima del matrimonio, poco dopo aver fatto l’amore, Cassandra si era improvvisamente seduta sul letto e, come se fosse stata mossa da un’improvvisa illuminazione, gli aveva rivelato di non amarlo. Andrea non fu capace di dirle nulla, e attese semplicemente che lei dicesse ancora qualcosa. Ma Cassandra si chiuse in un mutismo impenetrabile: quelle parole rimasero lì, sospese nell’aria, incombenti come la promessa di un’imminente tempesta.
Nessuno dei due affrontò più l’argomento e il matrimonio si fece, silenziosamente e con pochi invitati.
In effetti gli anni che seguirono non portarono nulla di diverso da quanto si era prospettato all’esordio della loro unione. Non era una coppia portata ai sentimentalismi o agli slanci emotivi. Il loro rapporto era improntato al pragmatismo e, a tratti, facevano più pensare a due colleghi che, casualmente o per praticità, dividevano lo stesso tetto.
Sopravvivere ai loro massacranti ritmi lavorativi richiedeva una notevole dose di autonomia e la totale assenza di necessità affettive, cose che rendevano i pesci tropicali gli unici possibili compagni della coppia, visto che la loro cura era totalmente demandata ad una serie di ritrovati tecnologici in grado di sopperire all’assenza di mano umana. Marito e moglie si incontravano solo a tarda sera dopo giornate di estenuante lavoro. Si scambiavano poche parole sui loro progressi per crollare subito dopo, esausti, nel letto, pronti a scattare alle prime luci dell’alba, dopo una notte buia come l’inchiostro, passata in un letto freddo come una bara da dove il sesso era stato bandito come si può allontanare un’incomoda presenza.
Quella notte tuttavia, nonostante l’ora tarda, il medico si sentiva agitato, incapace di infilarsi nel letto come avrebbe fatto di solito. Non riusciva a capacitarsi di ciò che era successo in ospedale, e non era in grado di distogliere il proprio pensiero dal fuggitivo, che ora immaginava vagare per le strade intasate dal traffico e da milioni di persone che correvano senza apparente meta. Dove era diretto? Perché aveva abbandonato la speranza di salvarsi la vita? La malattia non gli avrebbe lasciato niente di più che pochi giorni di sopravvivenza. Allora perché? Perché affrontare la notte e confondersi nella fluttuante massa che affollava le strade della città? Sognò, stranamente, di parlargli; l’immagine dell’uomo era vivida e gli sorrideva beffarda. Andrea si sentiva ingoiato all’interno di un gorgo, e quando si svegliò ebbe la netta sensazione che l’uomo si fosse appena allontanato dalla stanza. Tutto era ancora immerso nell’oscurità; guardò per un istante l’orologio fluorescente che sembrava galleggiare nella stanza, poi si alzò. Dalla finestra, laggiù, trenta piani più in basso, le strade apparivano lucide sotto la pioggia che cadeva incessante.

“E’ il 31 Dicembre 2049 e nessun annuncio potrebbe costituire migliore auspicio per un felice, anzi direi, radioso passaggio dalla prima alla seconda metà di questo primo secolo del nuovo millennio…”
Con queste semplici parole il Professor Wei Dong Li ha annunciato al mondo intero la scoperta, che, a detta di tutti gli osservatori più accreditati, rivoluzionerà le nostre vite.
Parzialmente trapelata qualche giorno prima dell’atteso annuncio, la notizia che da oggi la rigenerazione cellulare permetterà di prolungare la vita dell’uomo a piacimento, ha fatto il giro del mondo in pochi secondi. Come ormai usuale il web ha amplificato le parole del Professor Dong Li, facendole giungere, appropriatamente tradotte e senza ritardo, in ogni angolo, anche il più remoto, della terra e delle colonie lunari. Ogni uomo è stato informato in tempo reale di questo gigantesco passo nel futuro.
Egli ha sottolineato, davanti a un gremito uditorio di scienziati, giornalisti, esponenti della politica e della cultura, quanto la fine dell’ultima guerra mediorientale, che ha afflitto la terra per cinquant’anni causando milioni di morti, sia stata premonitrice di una nuova era, aperta alla pace e alla prosperità, dove ogni uomo avrà il dovere di vivere per favorire l’espansione della nostra specie nel sistema solare e oltre; soprattutto ora che l’Autorità Centrale ha stabilito la definitiva abolizione di ogni credo che non abbia una solida base scientifica. In questo nuovo e meraviglioso contesto, la scoperta del professore allungherà la vita o contribuirà a ricrearla.
Il Professore ha terminato con queste radiose parole: “la vecchiaia e le malattie, intese come deterioramento o perdita delle funzioni, da oggi saranno concetti obsoleti, e la morte sarà riservata a chi non potrà permettersi le cure più appropriate. Per questo ringrazio chi, in questi anni, si è dedicato con me, con spirito di abnegazione e incrollabile fede nella Scienza, a questo progetto.”
Il discorso è stato lungamente applaudito e la massima onorificenza dello Stato consegnata nelle mani del professore dal Ministro plenipotenziario dell’Autorità Centrale per l’Europa Occidentale…

La sensazione d’inquietudine e i pensieri che avevano accompagnato Andrea Vesali fino a che, finalmente, era sprofondato in un sonno affollato di sogni, continuarono anche dopo che la televisione aveva annunciato la scoperta a cui aveva ampiamente contribuito. Solo la sferzata dell’acqua gelida sul volto sembrò, per un po’, riportarlo alla vita. Si vestì con calma, ma decise di non fare colazione per prendere il primo treno che l’avrebbe portato in meno di un’ora in ospedale.
Cassandra era già uscita. Non l’aveva nemmeno sentita alzarsi, ma gli aveva lasciato un video messaggio sul terminale di casa, in cui si congratulava con lui per l’annuncio che aveva appena ascoltato nel primo notiziario del mattino, e gli dava appuntamento all’ora di cena per festeggiare a casa di amici l’ultimo dell’anno.
Fece il viaggio senza rendersene conto e senza fissare alcun ricordo. Quando arrivò era ancora buio. Attraversò l’ampia porta a vetri che immetteva nell’androne di marmo dell’ospedale con la sensazione che la felicità per il risultato raggiunto fosse stata macchiata da qualcosa d’imprevisto.
Il portiere lo apostrofò con un pimpante “Buon giorno dottore…buon Anno Nuovo…”, a cui non fece seguito alcuna risposta, ma solo un saluto con il capo, senza slancio.
Il rumore della strada venne sostituito da un silenzio ovattato, interrotto solamente dal suono dei suoi passi lungo i corridoi mal illuminati.
Camminò fra i ritratti polverosi di medici che avevano reso grande l’istituzione, e di impettiti benefattori, i cui sguardi ispirati ricordavano che tutto ciò non poteva esistere senza i lori soldi.
Quando entrò nella sua stanza lo schermo del computer lampeggiava: un messaggio lo avvertiva che il professore lo stava attendendo nel suo ufficio, e di recarvisi con sollecitudine. Controllò il resto della posta, poi, con calma si avviò verso l’ufficio del capo.
Una porta di pesante legno scuro separava il professore dal resto del mondo. L’anticamera era un’ampia stanza luminosa, arredata con mobili ottocenteschi provenienti da una ricca donazione di uno dei tanti magnati che finanziavano la ricerca nella speranza di vedersi allungata la vita.
La segretaria, una bella donna dallo sguardo algido sulla quarantina, lo squadrò per un attimo e accennando ad un sorriso di cortesia lo fece accomodare in un angolo, su una scricchiolante poltroncina in stile Impero che temette potesse sfondarsi da un momento all’altro. In fondo l’attesa non gli risultò sgradita, dandogli modo di ripensare agli eventi della sera che, nonostante i suoi sforzi di eliminarli dalla memoria, non volevano abbandonarlo in alcun modo.
Il suono flautato di un interfono e una luce lampeggiante sulla scrivania della segretaria lo riportarono alla realtà. La segretaria con un gesto secco attivò una microcuffia auricolare ben nascosta fra i lunghi capelli biondi sapientemente acconciati. Rigida come se fosse sugli attenti, annuì senza parlare, poi bisbigliò qualcosa che egli non riuscì a comprendere.
Una voce calda, quasi suadente lo accolse nell’ampio studio, arredato modernamente, e con essenziale eleganza. Il professore stava in piedi, davanti a un’ampia finestra che si apriva su un cortile interno ornato da improbabili piante tropicali, evidentemente in grado di sopravvivere al clima e all’inquinamento della città per la presenza di una di quelle invisibili cupole che ricreano il microclima dei tropici a quella latitudine.
“Entri dottore, si accomodi.” Nonostante la sua origine il professore non aveva alcun accento. Il viso era privo di rughe e gli occhi indecifrabili da orientale non rivelavano alcuna emozione. Quella mattina, però, sembrava stanco, e l’elegante abito grigio aveva un aspetto stazzonato. La cosa sembrava stonata per chi conosceva la perfezione del personaggio. Il professore, nell’attesa di fare la dichiarazione alle prime luci dell’alba, aveva evidentemente dormito troppo poco sul divano che occupava un angolo dell’ampio studio.
Senza preamboli disse: “forse immaginerà perché l’ho fatta chiamare. La storia di quel tizio che se n’è andato mi ha profondamente turbato. La notizia non è ancora trapelata, ma quando succederà l’impressione nella gente sarà pessima…e mi preoccupo soprattutto dei nostri numerosi benefattori. Non possiamo far pensare che i fortunati prescelti per il progetto se ne scappino così. La fiducia deve essere massima e non devono esserci ombre su tutto il progetto.”
Il medico annuì: “purtroppo l’ho pensato anch’io questa notte…”
“Abbiamo trovato la figlia di quell’uomo, ma la polizia non è ancora riuscita a rintracciarlo, sembra scomparso nel nulla.” Il tono da freddo e distaccato divenne aspro, quasi minaccioso, e piccole gocce di sudore iniziarono a formarsi sul viso, intorno al naso.
Egli continuò con un’aggressività inusuale per un uomo freddo come lui: “dannazione, proprio oggi che l’annuncio è stato dato…e questa sera sono atteso, ospite d’onore, presso l’Autorità Centrale, per i festeggiamenti dell’ultimo dell’anno...” indicando lo smoking ancora avvolto nella custodia trasparente, appeso nel guardaroba aperto.
“Bisogna che qui tutti si diano da fare per trovarlo, e lei deve fare la sua parte. Parli con la figlia…si ricordi che ne va anche della sua carriera. Una volta superato il momento critico, lo scaricheremo, quel povero pazzo. Ma, perdio, non mi…non ci rovinerà la festa, glielo garantisco. Si lavori la figlia, so che se vuole…dobbiamo salvarlo per il tempo necessario…”
Il suono del telefono interruppe la frase a metà. Il tono della voce cambiò ancora e, repentinamente, ritornò suadente: “ah, carissimo, che piacere sentirla. Ne sono certo, sarà una notte indimenticabile…” interruppe la conversazione per un attimo e si rivolse nuovamente al medico: “lei si rende conto della posta in gioco, spero non voglia continuare la sua vita da subordinato all’infinito…vero?” non attese risposta e non si curò più di lui, preso com’era dal personaggio all’altro capo del telefono. Il medico ne approfittò per indietreggiare e uscire dalla stanza.
Non riusciva a condividere il modo di pensare del professore, ma nel contempo non accettava che quell’uomo fuggendo avesse deciso di occupare quella linea sottile, di solito impercettibile, che separa la vita dalla morte, e che potesse essersi deliberatamente allontanato dall’unico luogo che gli garantiva la sopravvivenza.
E’ inconcepibile! di solito ti scongiurano di prolungare la vita oltre ogni ragionevolezza, di fare qualsiasi cosa possa allungarla anche di pochi giorni – pensò con amarezza.

Il professore aveva predisposto tutto e, senza perdere tempo, gli aveva inviato una dettagliata mappa elettronica per raggiungere la figlia del fuggitivo. Un taxi lo stava già attendendo all’ingresso principale. Le poche persone che aveva incrociato nei corridoi sembravano distratte dalla prospettiva della nottata di festa.
Il viaggio fu piuttosto lungo. Attraversarono velocemente il centro della megalopoli con i bei palazzi di una volta ridotti a scheletri al di là dei quali si intravedevano alti cumuli di macerie e sporcizia. Migliaia di baracche e bancarelle si allineavano disordinatamente lungo i grandi viali un tempo alberati. Le piogge acide impedivano la crescita di ogni forma di vegetazione priva di un’adeguata protezione.
Una massa di gente, apparentemente priva di una precisa occupazione, si aggirava fra quei ruderi. Abbandonato il centro, l’auto accelerò sensibilmente, scivolando silenziosa attraverso la sconfinata periferia; enormi palazzoni tutti uguali ospitavano i trenta milioni di persone che abitavano fuori dal centro. Orientarsi in quel dedalo era possibile solo grazie ai sistemi satellitari di cui ogni auto era fornita.
Giunsero a destinazione circa due ore dopo la partenza. La ragazza viveva in un’antica zona industriale dove i grigi grattacieli di cemento che si estendevano a perdita d’occhio si interrompevano all’improvviso, come se un evento catastrofico li avesse risucchiati facendoli scomparire. Un piccolo agglomerato di bassi capannoni, un tempo sede di macchinari divenuti ora obsoleti, era stato occupato da giovani che si rifiutavano di vivere negli alti palazzi che l’Autorità Centrale destinava a ogni cittadino.
La ragazza abitava in un piccolo appartamento al piano terra di un capannone costruito lungo un corso d’acqua utilizzato, quando i macchinari funzionavano ancora, come canale di scolo industriale.
Il medico entrò nella vetusta costruzione, meravigliandosi del fatto che fosse del tutto priva di ogni moderno sistema di sicurezza; nell’atrio un grande tabellone colorato indicava i nomi degli abitanti e la posizione dei loro rispettivi appartamenti. Trovò l’appartamento della ragazza con difficoltà.
Quando giunse davanti alla porta di legno attese qualche secondo, poi, in mancanza di un campanello, bussò con la mano. Una donna anziana che sembrava appartenere a una razza estinta da decenni, aprì uno spiraglio, e lo squadrò a lungo senza dire nulla.
“Mamma, fallo entrare…è l’uomo che stavo attendendo.” La voce di una giovane donna arrivò perentoria. La donna si scostò di lato per farlo entrare, poi, silenziosamente, si dileguò.
In un angolo dell’ampio locale su cui si apriva l’ingresso, c’era una ragazza alta e magra, sulla trentina, che lo fissava con insistenza. Sembrava stanca, e diede al medico l’impressione che fosse arrivata in quel luogo dopo un lungo viaggio. Il volto pallido e i lunghi capelli castani raccolti le davano un’aria austera.
“Buongiorno, sono il dottor Andrea Vesali, lavoro con il professor Dong presso l’ospedale dove suo padre era ricoverato fino a ieri. Mi occupo del progetto della rigenerazione cellulare, di cui avrà sentito certamente parlare.” quindi proseguì, “mi scusi l’intrusione, ma, come saprà, suo padre…” il medico ascoltò la propria voce, con la sgradevole sensazione che non gli appartenesse.
La ragazza non lo lasciò terminare: “l’aspettavo. Oggi già un sacco di gente è stata qui, mancava solo lei. Ero stata avvertita che sarebbe arrivato.” il tono era dolce, ma lasciava trasparire una decisione non comune. Quel poco che il medico ricordava del padre si rifletteva nei suoi occhi e nei suoi lineamenti. “Ho visto suo padre poche volte e non l’ho conosciuto direttamente.” disse il medico, esitante.
“Sembra che molta gente l’abbia visto di sfuggita, ma ora tutti sono preoccupati per lui…non lo trova strano? Tutto questo interesse per un uomo che fino a poco fa sembrava non esistere, mi sorprende. ” rispose lei, fissandolo negli occhi con insistenza.
“Me ne rendo conto…suo padre era, o meglio, è parte di un progetto importante. Credo che lei lo sappia…e credo anche che lei sappia che potrebbe…potrebbe non sopravvivere, senza le cure più appropriate. Dobbiamo trovarlo al più presto, ma sembra che nessuno abbia la benché minima idea di dove possa essere andato, per questo speriamo che lei possa darci una mano. Crediamo che possa averle raccontato qualcosa sulle sue intenzioni.”
La ragazza sembrava soppesare ogni singola parola pronunciata dal medico. “Quello che mi domando è cosa l’ha spinta a fare tutta questa strada per parlarmi. In fondo lei stesso mi ha detto che l’ha visto solo di sfuggita e non gli ha mai nemmeno parlato. Perché è così preoccupato per lui? Cosa ne sa di lui e delle sue motivazioni? Mi spieghi questo, e io le dirò quello che so.”
Il medico la fissò sorpreso, incapace di prendere l’iniziativa, quasi stordito da quelle parole. Egli sentiva incombere su di sé una stanchezza mortale; aveva dormito troppo poco, e si domandò con irritazione cosa volesse da lui quella donna. Poi rispose: “ogni essere umano è importante per noi, e il progetto a cui appartiene…”
Appartiene!?” domandò lei, sorpresa e irritata.
“Si certo, appartiene. Lui appartiene a questo progetto come appartiene alla società. Ha un dovere da compiere, come tutti noi. A un certo punto smettiamo di appartenere a noi stessi…” la voce gli si spezzò in gola, quindi riprese: “abbiamo tutti un dovere da compiere, per la Scienza e il bene dell’umanità intera…”
La ragazza lo fissava, ma ora la sua contrarietà per quanto stava udendo sembrava essersi fissata in una maschera priva di espressione. Il medico iniziò a pensare di avere sbagliato tutto. Più parlava, più si rendeva conto di quanto gli suonassero false le sue parole. Non terminò la frase e decise di andarsene al più presto. Ebbe la sensazione che la ragazza non l’avrebbe mai perdonato per ciò che stava facendo. Non gli importava più nulla delle conseguenze del suo fallimento. Sarebbe andato direttamente a casa e avrebbe atteso da solo che la notte dell’ultimo dell’anno passasse.
Dopo alcuni istanti di silenzio, imbarazzato, disse: “capisco il suo punto di vista, e non so proprio cosa aggiungere. Non ho una spiegazione chiara alla sua domanda. Suo padre non lo conosco nemmeno, e per me è solo un numero in un lungo elenco di altri numeri. Ho sempre pensato che tutti agissimo per il meglio, ma ora mi domando se sia davvero così…Non ho mai nemmeno considerato la possibilità che ciò che stiamo facendo non sia giusto.”
Si girò, e senza aggiungere altre parole, si avviò verso la porta.
So dov’è mio padre…
Sentendo quelle parole si fermò sulla porta, impietrito.
La ragazza continuò: “mi sembri diverso da quelli che sono venuti qui oggi…c’era in loro solamente la volontà di risolvere un problema al più presto, e non importa che quel problema fosse un uomo morente!”
L’uomo si girò lentamente verso la ragazza, mentre questa scandiva le parole con cura: “la verità è che mio padre vuole morire, ed è convinto che nessuno potrà impedirglielo. Esiste un posto, lontano da tutti voi, dove persone come lui vanno a morire. E’ fuorilegge, tanto più ora, dopo l’annuncio di questa mattina. Lo conduce un uomo anziano che tutti chiamano il Predicatore. So dov’è, e so che non avrei dovuto parlartene, ma ho bisogno di condividere tutto ciò con qualcuno. Anch’io vorrei parlargli, forse per cercare di convincerlo a seguirti...ma anche di questo non sono certa.”
L’uomo annuì, fermo sulla porta, incerto sul da farsi. Senza che se ne rendessero conto, la luce del giorno si stava progressivamente affievolendo, sfumando i particolari della stanza nella penombra del crepuscolo.
Ogni cosa perde i propri contorni, così come tutta questa vicenda sembra priva di contorni, di certezze – pensò l’uomo.
“Cosa vuoi fare?” domandò, interrompendo il silenzio.
“Vorrei andare da mio padre insieme a te, vorrei parlargli e fartelo conoscere…”
Andrea non riusciva a distinguerne l’espressione sul viso della ragazza.
“…e dopo potresti chiedergli di seguirti, oppure…potresti decidere che quello che sta facendo, in fondo, non è poi così folle…”
Uscirono dall’appartamento subito dopo. Mentre camminavano veloci verso l’auto di lei, incrociarono numerosi gruppetti di persone dirette alle feste che si tenevano per la fine dell’anno. Mancavano ormai poche ore e tutti sembravano allegri, nella stolida convinzione che un pessimo anno stesse per lasciare il posto a uno nuovo ricco di promesse. Le risate giungevano fragorose a ondate, e ogni persona che incrociavano sembrava vogliosa di scambiare frasi bene auguranti, mentre altri offrivano champagne in bicchieri di plastica.
Partirono addentrandosi nell’oscurità della notte verso una meta incerta. Rimasero in silenzio fino a quando il cielo nero fu rischiarato dalla luce dei fuochi artificiali lanciati allo scoccare della mezzanotte.
“Avevo dimenticato di avere un padre…” disse lei in quel momento. “Pensavo che, in fondo, non mi importasse più niente di lui…”
Dovevano essere i più maestosi e lunghi fuochi artificiale dell’ultimo decennio, ma non ci fecero caso.

Erano le prime luci di un’alba grigia quando giunsero davanti alla casa di legno sulla riva del lago. Tutto intorno era coperto di neve. Il filo sottile di fumo che si alzava dal camino era l’unico indizio di vita in quei paraggi. Al passaggio dell’auto alcune grandi cornacchie su un albero scheletrico a lato della casa, si alzarono in volo per planare poco più in là, in un campo di terra nera e gelata, dove iniziarono a beccare il terreno disinteressandosi ai visitatori. Posteggiarono l’auto, poi seguirono uno stretto viottolo libero dalla neve che li condusse davanti alla porta della casa. La ragazza bussò due volte. Poco dopo un vecchio aprì la porta. Nonostante fosse l’alba il Predicatore era sveglio. Squadrò entrambi senza alcuna fretta.
“Voglio vederlo…” disse lei.
“Entrate.” rispose il vecchio, spalancando la porta.
L’interno della casa era spoglio come il paesaggio circostante. Il Predicatore si avviò lungo un corridoio illuminato da una grande vetrata da cui si poteva dominare il piccolo lago sottostante. Il vecchio si fermò davanti all’ultima di una serie di porte sull’altro lato del corridoio, e la aprì con lentezza. Un uomo stava disteso su una stuoia al centro della stanza. Gli occhi erano chiusi e le guance scavate da due profondi solchi. La ragazza, incerta, attese ancora un attimo, poi appoggiò leggermente le labbra alla guancia scavata.
“E’ morto?” La voce dell’uomo la distolse dal viso su cui era chinata.
“Si…”
“Lo desiderava.”
“Si…lo so, ma...è tutto così grigio…”
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“E’ ora di andare,” disse l’uomo “la strada è lunga.”

“E’ il primo gennaio 2050. Dopo l’importante annuncio di ieri, una nuova notizia sta facendo il giro del mondo: un uomo è fuggito dal centro del professor Dong, l’uomo in grado di creare la vita. I medici non si spiegano il folle gesto; l’ipotesi più accreditata è che non abbia retto lo stress dell’attesa e sia impazzito a poche ore dalla propria salvezza…Le ricerche sono tuttora in corso, ma si suppone che in questo momento si sia allontanato troppo per essere ancora rintracciabile.”

L’uomo e la ragazza stanno ora viaggiando senza una meta precisa. Nessuno dei due ha voglia di parlare. Il cielo è grigio. Grandi mucchi d’immondizia sono stati ammassati nella notte di festa ai lati della strada.
L’uomo è il primo a rompere il silenzio: “ora che cosa pensi di fare?”
“Partirò.” dice lei. “Lo avevo deciso molto tempo fa. Voglio lasciare la terra. Dicono che la vita nelle colonie Alfa sia diversa, l’Autorità Centrale è lontana...”
“Si, ne ho sentito parlare.” e continua fra sé pensieroso, “lasciare tutto…”
“Credo che lì abbiano bisogno di uno come te.” dice la ragazza, accarezzando lievemente il dorso della mano di lui.
Il medico si gira verso di lei: “si, lo credo anch’io.”, poi un bagliore improvviso lo distoglie dal suo pensiero: “Guarda!” il sole compare in uno squarcio fra la massa compatta delle nuvole grigie. “Ha smesso di piovere…è incredibile! non ricordavo nemmeno più come fosse fatto il sole…”

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