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Luca Valentini
La slitta
- c’hai ripreso gusto… -
disse Lei.
- già, - rispose fiacco Lui. – sn affranto.
- come mai?
- m trattano tutte male.
- si vede ke t disponi male…
Quando camminava per strada, e gli capitava di quando in quando d’incrociare
qualcuno, si faticava a sentire la sua voce. Muoveva le labbra e mimava
il saluto a voce così bassa che tutti oramai lo avevano preso istintivamente
in antipatia. Cosicchè solo un sordomuto - per altro ben poco sensibile
al linguaggio del corpo - avrebbe preso la sua smorfia per entusiasmo
e vera commozione. Non conosceva nessun sordomuto, perciò - chi
più chi meno - avevano tutti iniziato a farsi delle domande.
Era già in piena crisi il giorno in cui disse di sentirsi affranto.
Nel senso che di tempo ne era passato da quando aveva perso le speranze
e si era rivolto al Servizio Sanitario Nazionale.
In una stanza in cui tutto era disposto con scrupolosa premura per non
accentuare involontariamente i disturbi dei pazienti, una donna che sapeva
di profumo costoso e sigarette – indubbiamente costose anch’esse
– si sentì dire in modo imbarazzato qualcosa del genere -
… ho un probl … -. Tutto il resto fu cosi biascicato e sofferto
che la tipa, evidentemente professionale e professionalmente discretissima,
non chiese molto altro e gli disse quello per cui era pagata – vediamo
un pò, se per te va bene allora ci potremmo vedere Venerdì
prossimo alle dieci, ok? O prefer… - alzò la testa dall’agenda
ma non fece in tempo a finire. – Bene, per me va bene, arrivederci.
- nn è vero, – disse Lui mentre si mordicchiava l’interno
della bocca, – ho conosciuto ragazze … tutte studenti di psicologia.
- lasciale perdere, sn stupide.
- m sto deprimendo … le mando affanculo … tu ke fai qui?
- bravo.
- t amo, – le disse con la stessa silenziosa passionalità
con cui un neonato protende le mani verso sua madre.
- cerco lavoro … addirittura!
Bisogna ammetterlo, ogni tanto c’è qualche problema di sincronia
quando si parla con la tastiera di un computer. Dipende tutto da quanto
sei veloce con le dita. Da quanto è bollente la patata che hai
sul groppone.
- amo tutte voi, – disse Lui mentre una goccia di sudore gli scendeva
lungo la schiena, sentendo accentuarsi la sua propensione al pianto immotivato.
- e fai male.
- nn m frega.
- se nn frega a te,– disse Lei lucidamente.
- sn ubriaco.
- d cosa?
- d alcool, - disse Lui.
- puro?
- no che cazzo dici?! – le disse un po’ indispettito. - tu
mi vuoi bene?
- certo, – gli rispose mentre pensava di aver bisogno urgentemente
del bagno.
- almeno tu! … io amo tutte voi.
- si lo so.
- m stai compatendo?! – disse Lui mentre si massaggiava i muscoli
della scapola destra che gli facevano male per la posizione che non aveva
mai imparato a tenere fin dai banchi di scuola.
- t sembra cosi?
- io v abbraccerei forte … tutte quante … se solo potessi.
- sei qualunquista, – disse Lei seriamente in pensiero per la sua
vescica.
- ma ke cazzo dici? … sai ke vuol dire qualunquista?
- certo ke lo so, - rispose Lei.
- m ha chiamato un ragazzo, - disse con la sensazione di qualcosa di stretto
alla gola, - ora abbraccio anke Lui.
- bravo abbraccia tutti.
- si dammi corda come si da corda ai BEONI, – disse Lui con una
punta di risentimento.
- agli ubriachi nn dò corda … e poi sn ubriaca ank’io
stasera.
Provate ad immaginare una slitta. Quelle con i cani
e compagnia bella che verso la fine dell’ottocento trainavano cercatori
d’oro pieni di americanissimo impeto sù, dalle parti dell’altopiano
del Klondike, in Alaska. Ecco, Lui in alcuni momenti si sentiva il cane
che meno di tutti aveva importanza nella faticosa trazione. Magari era
anche quello che le prendeva di santa ragione con lo scudiscio, da quel
pioniere del cazzo. E non poteva farci niente, doveva correre sulla neve
a piedi nudi; a non potersi fermare neanche per prendere un attimo respiro,
perché il progresso non poteva aspettare nessuno, men che meno
un bastardo di cane con più razze nel sangue di uno zingaro emigrato
nell’Africa nera.
Ma per fortuna, almeno per qualche tempo, si era sentito con le scarpe
ai piedi. Per un pò di tempo si era sentito amato. Ma tutto ad
un tratto aveva ricominciato a sentire il freddo che saliva dalle suole
di quei miserissimi mocassini. Aveva pensato che magari delle scarpe più
resistenti gli sarebbero servite per l’inverno polare. Ma era un
ragazzo troppo timido e pieno di cattolicissime fisime per entrare in
un negozio ed affrontare una commessa, magari una di quelle che solo per
un pelo erano arrivate dopo le prime dieci ad un concorso di bellezza.
L’inibizione era la sua pesantissima compagna di sventure. E se
la trascinava dietro come un soldato pacifista in Vietnam si trascinava
dietro il suo fucile.
Era quanto di più lontano si possa immaginare dall’essere
filantropo,dall’essere un benefattore. Se trovava nella buca delle
lettere qualcosa che avesse a che fare con la beneficenza, strappava e
godeva. Godeva della sua immobilità, del suo senso di rassegnazione
di fronte ai mali del mondo. Ogni tanto trovava conforto in chi gli stava
vicino – o lontano, nell’etere - nel sentirsi dire quale figlio
di puttana insensibile fosse. Ma come tutte le droghe, aveva un breve
effetto e tendava ad abusarne sempre di più col tempo.
Qualche giorno prima, aveva visto in TV un quadro di Picasso con un faccione
squadrato di donna, tutto verde. Quell’immagine - insieme alla venlafaxina
- lo mise di buon umore per la restante parte della serata.
Sempre un po’ da brillo, ci aveva provato con una sua amica. Una
moretta che in quanto ad inibizione lo batteva come Rin tin tin contro
un cane storpio. Le si sedette affianco, su un muretto, tutto proteso
verso di lei come chi non sta nella pelle di rendersi utile con le sue
capacità di attento ed empatico uditore. Lei si lamentava di qualcosa.
E’ sempre un piacere ascoltare una donna che si lamenta, soprattutto
se puoi sfruttare le tue doti oratorie per portartela a letto. In realtà,
questa sua teoria non funzionava granchè bene. Anzi a dire il vero
non ci era mai riuscito. Ma Lui quella sera ci sperava ancora.
Questa morettina – una donna con un gran numero di tic e riflessi
condizionati - dopo lo sfogo e l’incondizionato appoggio del nostro
Casanova, che aveva portato argomenti più che convincenti a suo
favore, si allontanò per prendere qualcosa. Forse aveva lasciato
le sigarette nel vano porta oggetti della macchina e una volta tornata,
gli offrì una sigaretta, e decise di sedersi di fronte a Lui. Ad
una distanza di tre passi maggiore rispetto a quella di prima. Un segnale
inequivocabile, sarete d’accordo con me. Fu allora che capì
di aver fallito di nuovo. O che gli puzzava l’alito. O entrambe
le cose. E di questo non fu certo contento.
- ke hai bevuto? … ke hai fatto stasera? –
le disse ricordandosi di quel giorno in cui l’aveva chiamata per
parlare un pò di quel cantante che piaceva a tutti e due, e Lei
sembrava cosi dolce e apprensiva nei suoi confronti.
- stasera sn uscita cn 1tizio ke ho conosciuto ieri … ho bevuto
vino e poi rum.
- ah! … e com’è andata? … io vino e poi un vecchia
romagna.
- è andata bene, tutto liscio.
- t piace? – domandò mentre appoggiava il polpaccio della
gamba sinistra sul tavolo, all’angolo destro, proprio vicino al
mouse, provando goffamente una posizione di stretching.
- no, - rispose Lei mentre succhiava dalla cannuccia succo e polpa di
mela.
- c’è un coglione di ragazzo ke vuole delle dritte da me
… dice ke nn riesce ad akkiappare, - disse Lui.
- dice “le insulto?”.
- digli “coglione!”, - esclamò Lei.
- l’ho mandato affanculo.
- fatto bene.
- xke nn t piace?
- perché nn mi dice niente, - disse Lei, - è molto carino,
ma nn riesce a trasmettermi nulla.
- io sn da troppo tempo in sesso-astinenza, - disse Lui con una mano che
si sfregava l’ombelico, provando uno strano piacere, - nn mi va
giù.
- da quanto tempo nn lo fai?
- nn so, troppo comunque.
- e allora trova qualcuna ke t aiuti! – esclamò Lei.
- nn è facile qui in terron-landia.
- allora trasloca! – riesclamò Lei.
- ma sn giù anke xke nn so xke l’ho lasciata, - disse immerso
in una fitta nebbia, - sn confuso … meno male che c sn le medicine.
- eh già…
- cerca di capire … sn anke un sentimentale … cioè,
nn deve essere proprio un’inetta, - le disse con riferimento all’amante
ideale, non al paio di scarpe buone che una volta indossava.
- nn m tira sennò, - aggiunse.
- capisci?
- vuoi troppo tu…
Spesso si chiedeva come si potesse essere così insensibili e vulnerabili
al tempo stesso. Gli era capitato di piangere per una porta sbattuta troppo
forte, per una conversazione finita quando la lei di turno iniziava ad
avere il sospetto di qualsiasi sorta di devianza. Ma lui si sentiva sano
di mente. Insomma non da internare o da sterillizzare con quel metodo
che usano per i pedofili recidivi. Era solo bisognoso di calore, di quello
giusto. Certe ragazze scambiavano tutto questo per bramosia e perversione
ma – come Anthony Perkins in Psycho – vi sembra il tipo che
avrebbe fatto del male anche ad una sola mosca? Non lo era di certo. Credeteci.
- voglio premettere che i contenuti sn fortemente espliciti, - aveva detto
ad una simpatica ragazza che, dopo aver letto parte del suo racconto,
voleva farsi un’idea della fonte che lo avesse ispirato. La conversazione
vera e propria per intenderci.
Si perché il nostro eroe scriveva anche. Credeva di essere uno
di quei fottutissimi imbratta-alberi-abbattuti che grazie al loro non
lavoro contemplativo costringono bambini pakistani ad intrecciare i tappeti
dei loro salotti. Era poco motivato, come per tutto il resto in realtà.
Soprattutto perché credeva che solo uno guasto come lui avrebbe
avuto un qualche interesse nella sua prosa; gli altri si sarebbero accontentati
di baricco.
Tant’è. Odiava il posto in cui viveva e di riflesso la sua
regione e lo stato che gli forniva sanità e istruzione, perciò
odiava anche tutti i cervelli partoriti in quei posti: ottusi per fede
e provinciali per vocazione.
- fai leggere su! – rispose la simpatica liceale che credeva di
parlare con un artista. – nn dire ke nn t ho avvisato però,
voglio solo premettere ke nn stai parlando cn 1 porco, cn 1 di quei pervertiti
ke bazzicano da ‘ste parti, - quindi inviò il file dove aveva
salvato la conversazione, Lei accettò.
- ascolto schubert ora, il trio op.100, - disse Lui con ben chiara nella
mente la scena de “la pianista” a cui il brano faceva da sfondo
- tu saresti capace di amarmi?
- certo … io amo tutti quelli ke amo.
- nn m piace ‘sta risposta … evasiva direi, - le disse mentre
una fragranza familiare saliva dal basso, - anke se ora mi puzzano le
ascelle m ameresti?
- no davvero … c’ho questa propensione, - rispose Lei.
- sei arrivata al capitolo “pompe”?
- no.
- okkio ke potrei includere questa conversazione nel racconto …
e poi lo dedicherei a te e a tutte le donne del capitano, e a santa madre
chiesa ovviamente.
- amo tutte voi a ki è riferito? – chiese Lei.
- tutte voi ke nn vedo e di cui leggo pensieri, parole, opere ed omissioni.
- leggiti i nove racconti di salinger, amore, sono un graffio al cuore
… soprattutto l’ultimo, - le disse in piena estasi mistico-creativa,
- hai letto le porcate? Ce le devo mettere?
- puoi evitare … sono poco intelligenti.
In qualità di moderatore del sito in questione, per deontologia
professionale, ometterò il prosieguo della conversazione. Non perché
– come alcuni di voi potranno pensare – si fece più
piccante, anzi lei dopo alcune altre righe si defilò senza dir
niente e rifiutò la conversazione col nostro mal capitato. Era
arrivata al capitolo “pompe”. E anche oltre.
A quel punto, mentre il poveretto cercava di convincere la liceale che
si trattava di un gioco, volgare ma pur sempre un gioco, e che era la
prima volta che gli succedeva una cosa del genere, iniziarono a scendere
le lacrime. Singhiozzava, vinto ormai dalla disperazione. Si accasciò
sulla tastiera e sulla lettera “s” cadde una grossa goccia
salata. E poi alcune altre. Lui sapeva di non essere un porco. E lei non
gli aveva lasciato il tempo di ribadirlo.
Proprio in quel momento gli si aprì una finestra sullo schermo.
Bigbamboo.bsx gli chiese, - attivo o passivo?
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