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SCRITTURA VELOCE
La partenza da una preoccupazione è il porto più difficile al quale approdare, o almeno così pareva ad Alberto. Si lasciava spesso prendere da un vortice di passioni e convincimenti che spesso lo riduceva all’incapacità di intraprendere o decidere qualsiasi cosa. Poteva aprire le braccia in linea con le spalle ed avvertire il vuoto sul quale poggiava la sua esistenza. Ricordava di avere avuto dei momenti buoni in cui ogni cosa pareva possibile, ricordava di averci creduto, ma aveva sempre avuto il timore di aver rinunciato in partenza ad ogni opportunità. Ora poteva sentire tutto il suo peso che si schiacciava sul pavimento e, leggermente sudato, guardava dall’alto le macchine che passavano, ne riconosceva alcune. Nel bicchiere del caffè era rimasto solo del ghiaccio che si scioglieva lentamente e che nel suo lento mutare suscitava in Alberto una sorta di strana rabbia e di disagio. La sua preoccupazione fondamentale era quella di non poter mai riuscire in nulla, di essere un inetto, incapace di potersi portare fuori da quel piccolo mondo che odiava tanto. Per quanto cercasse di fluttuare e schivare gli scogli dei suoi timori non riusciva a proseguire dritto che per poco tempo, ad ogni prudente virata ricompariva un nuovo ostacolo e nulla pareva essere vero. La malinconia lo assaliva e cercava di rifuggirla guardando oltre la strada sull’altro balcone pensando al volo dei piccioni e alle finestre scure della casa di fronte, abbandonata ormai da tempo. Pareva un relitto. Sentiva di non essere mai stato differente, di non essere mai cambiato, di aver sempre voluto evitare qualsiasi bene e qualsiasi male. Adesso ondeggiava in maniera quasi del tutto impercettibile cercando di trovare un equilibrio che gli permettesse di oscillare senza cadere, come fosse dondolato da una mano invisibile. La sua vita non era fatta di eventi, di situazioni, spostamenti. Avvertiva che mai nulla era accaduto per mezzo suo o che in nulla aveva mai preso parte. Si sbagliava, probabilmente, ma ciò non cambiava lo stato delle cose. Rimaneva lì ad osservare con distacco il balcone della casa di fronte, spiando a tratti le macchine e la gente che passava di sotto. Erano tutti intenti in qualcosa, al contrario di lui immobile. Macchine e persone vivevano di vita propria, erano spinte da un moto naturale e spensierato, costituivano un piccolo fiume che non aveva paura di estinguersi, col suo moto pacato durante la siccità e un moto turbato durante la piena, quasi privo di preoccupazioni. Alberto cercava di ristabilire un equilibrio, una contrapposizione di forze, di quelle forze che sentiva d’aver gettato, spesso per il troppo zelo con cui tentava di strapparsi al lento ed uniforme scorrere del fiume sottostante. Lentamente le punte dei piedi cominciarono a dondolarsi, a spingere il terreno. Alberto si dissolveva lentamente, mentre la luce lo inghiottiva. Cominciava un lento brivido estatico. Alberto s’alzò in volo. Il fiume sottostante si arrestò per un attimo, poi cominciò a scorrere all’inverso. L’uniformità si perdeva. Fu lì che Alberto capì di non essere mai stato alla vita, di non averla mai sentita. Colse il suo sdegno e si commosse della stupenda inutilità del suo sentimento. Sorrise.
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