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Il testo seguente rappresenta un lieto evento, è infatti una riscrittura scenica del testo di Antonio Leonardo Verri intitolato "I Trofei della Città di Guisnes", scritto da Rossano Astremo. E' un po' di tempo (La Betissa, Astragali) che non si dà una trasposizione di un'opera di Antonio Verri. Lo stesso Astremo, curatore di Vertigine, ha dedicato l'ultimo numero della sua rivista proprio alla figura di Verri, e non mancano, di recente, le operazioni editoriali, in Salento a supporto del recupero di questo autore importantissimo, unico possibile tramite dalla cultura post-ottocentesca alla moderinità del contemporaneo, con tutte le sue involuzioni nella/della lingua. Cosa significa scrivere una partitura scenica da Verri? Significa anzitutto riconoscerne l'estrema "necessità", la letteratura corre in fretta, le lettere ed il consumo ancora più in fretta delle idee. Parlare in termini di "recupero" della figura di Antonio Verri significa, in un certo senso, ammettere che è stato fatto passare già un appuntamento, quello con l'affermazione, con la diffusione, con la critica. Il che vuol dire, oggigiorno, che sono veramente poche le persone che sono riuscite a mettere mani nel magma verriano con intenzioni critiche e di diffusione. Questo testo costituisce di sicuro un tassello importante all'interno di questo discorso, questo testo spalanca di subito un quesito "dove posso trovare una copia dei 'Trofei' ?", come posso leggere questo testo? Il nostro sito è aperto ai quesiti e alle risposte da sempre, speriamo di non lasciare insoluti nè gli uni nè le altre. LP Rossano Astremo tratto dal romanzo di Antonio Verri, "I trofei della città di Guisnes", Il Laboratorio, Parabita, 1988 (esaurito) --- Lo spettacolo ha inizio con l’immagine di Stefan che pronuncia parole (l’inizio del romanzo semplificato) su uno sfondo urbano (la metropoli verriana fatta di metallo stridente, catrame eiaculante, microchip che vibrano – sulla scena l’inquieta immagine di un computer che emette vocalizzi, suoni disarmonici, tenendo a mente la passione di Verri, negli ultimi anni della sua vita, per il silenzio di John Cage). Stefan tiene al guinzaglio il suo monarca (l’immagine è la stessa di quella della soldatessa americana che ha al guinzaglio il nudo ostaggio irakeno?!). Il monarca è il simbolo del potere e l’intellettuale Stefan, alter ego di Verri, cerca di combattere con la sua parola il potere (concetto da sviluppare). STEFAN: C’è un castello di cotone, una cattedrale di riso,
un vascello di marinai che amano il mutamento e non altro, delle case
di mercanti che hanno il soffitto giallo canarino, delle rane fulminate
in una palude, altoparlanti qua e là che trasmettono le voci senza
fine degli annegati, piupi e frottole per ogni dove, delle scritterosse
che inneggiano a dei padri che tutti aspettano, dei tao sospesi a mezz’aria,
intontiti…come è facile, o mio monarca, mio sbellicato genietto,
perdersi, svuotarsi cedere alla lusinga… Stefan si muove su un lato della scena (dopo aver legato il guinzaglio del monarca attorno un palo che puzza di ruggine), dove sarà allestito il recinto contenente le rane (il coro di voci stridule, incapaci ad emettere significati, rinchiuse nell’acerbo guscio dei suoni primordiali). Stefan apre il recinto, i suoni elettronici si interrompono, il coro compare al centro della scena, emette il suo canto, accompagnato dal rumore dei pezzi metallici suonati da un attore. Il coro rientra nel suo recinto. Stefan impaurito chiude il recinto. Cala il silenzio. Stefan ritorna ad impossessarsi del guinzaglio. Il monarca, nudo, è lì, per terra, senza espressione (interessante lavorare sull’azione corporea che coinvolge Stefan e il monarca). STEFAN: Si muovono così, o mio monarca, ondulati e piatti come
razze, soavi come studentelli, a corpo molle, senza conoscere il limite
della loro voce: mio re, non c’è ancora tra loro il disperato
cappone né l’oca collorosso né cavalli sgò
né spiritati grifoni, solo rogna e audacia lavannina: ogni sette
giorni, mio re, e per tempo immenso, forme colosse, ecco, bombi a bocca
e marzeline e sussurri e sbellicata foga. I suoni elettronici ricominciano a rimbombare nello spazio, Stefan ha gli occhi che fissano per terra. L’immobilità del suo corpo è presto interrotta. Sferra un calcio al volto del monarca. Il monarca è steso per terra, Stefan corre nuovamente ad aprire il recinto del coro di rane. Nuova intrusione sulla scena del coro, nuova follia fatta parola, nuovo brusio aritmico che spacca i timpani. Stefan si muove attorno a loro, li scruta, li fissa (se sarà Semeraro ad interpretare la parte di Stefan –io nella mia scrittura penso a Semeraro, perché Stefan deve essere un Adone – si può anche pensare a Stefan che gira attorno al coro con il suo monociclo [dare azione al tutto]), poi li respinge, li rinchiude, si lascia tutto alle spalle, il clangore vocale/sonoro ritorna silenzio. Stefan si sposta dalla parte opposta della scena comincia a bere con voracità una bottiglia di whisky e a battere sulla sua olivettina rossa (macchina da scrivere), mentre la scena comincia a cambiare. La pesantezza scenica della città viene sostituita dalla leggerezza fiabesca di una natura che esplode di colore (il tutto verrà reso da panelli di cartone dipinti da Bardamù e altri artisti - anche pittori in scena, il tutto deve dare l’idea di un mondo possibile in fieri - , la scena deve cambiarsi in una breve manciata di secondi), Stefan scompare dietro la nuova scena, lasciando spazio alle sue ossessioni alcoliche/oniriche. Campeggia ora sulla scena una tavola imbandita con pane e vino. Attorno questa tavola presenti ed immobili personaggi, che, con lentezza, si mostreranno al pubblico. Il primo a staccarsi dal gruppo lo gnomo blu. GNOMO BLU (il monologo dello gnomo blu è recitato nel singhiozzante fraseggio instabile dettata da una risata incontenibile): Io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra. Io stento ad afferrare questo mondo e percorro strade innervate dal disordine, mentre sibilando il vociare delle bestie, faccio ordine al fango che dentro si agita. Io mi disperdo in questo mondo e mi soffermo cinico sulle venature di tutti i colori, benedicendo con le mie mani lucide di peccato ogni minima scheggia dell’amore. Io mi rendo immobile. Ossessionato dal paradiso in terra, mi ribello con tutto il fiato che risplende nei due polmoni a questo cielo che non sopporta il mio canto e mi ritrovo schiacciato come foglia morta nel soffio di un libro dato alle fiamme. Io…io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino alle lacrime, sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra.
JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre. È la volta ora di Nim, dolce prostituta, disperato trofeo della città di Guisnes. Pensando alla sua presenza sulla scena mi vengono in mente alcune donne perfettamente tratteggiate da novelle e commedie pirandelliane. Imbellettata con addosso abiti sgargianti e trucco sbavato e accentuato, Nim, nel suo essere grottesco, ti rende cupo, proietta su di te un’angoscia che aliena. NIM: L’abitudine è uno squalo. È necessaria una torre
da far finire in cielo. Almeno lì sui monti dove vive il vaniglione,
almeno lì dove le cavità luccicano come muschio luminoso.
Non nelle felci. Non nelle canne di palude. Forse nelle ore che sanno
dare forma. Forse nella luce. Nim abbassa la testa, l’attenzione della scena si sposta sulla
tavola imbandita, sono presenti quattro personaggi, in preda al delirio
del vino. I quattro personaggi sono Riccardo l’eremita, proiezione
onirica di Stefan, Fuso, Tanfo e Spina (breve precisazione: nel romanzo
Riccardo è colui il quale parla a Stefan di Pico, figura misteriosa
che mai appare nel testo, un Godot postmoderno che divine per Verri ossessione
testuale sulla quale lavorare linguisticamente). Inserisco Riccardo nel
dialogo dell’osteria del bosco, perché ritengo che possa
essere interpretato come uno degli alter ego di Stefan. I quattro battono
ritmicamente i loro bicchieri sulla tavola. Ricompare in scena Nim NIM: Tutto dall’alto, tutto dall’alto, tutto, proprio tutto.
Chissà, chissà. Tento il cielo o son caduta dal cielo? Però
sento che l’aria può reggermi tutta, senza essere divorata
dall’aria…tutto è finalmente libero davanti a me, tutto
consentito, tutto dall’alto, tutto dall’alto, finalmente in
volo…
GOTT: Cosa c’è: c’è un trascorrere oggi, lisca
non perla, non perline pum pum, da parte nostra non è concesso,
ed è lui che concede follar gap, pum pum pum, premio d’urgenza. GNOMO BLU: Tutto si apre, sprofonda nel lutto della vita, le ferite della
terra non fioriscono rigogliose, Crollano le strutture sceniche create dai pittori, crolla il mondo fiabesco di Stefan. Ci si avvicina al fase finale del dramma. Stefan, il monarca e l’esercito inviperito delle rane. Il monarca è sanguinante in un angolo. Stefan è piegato sulla sua olivettina. I suoni elettronici ossessiona lo spazio scenico. Deve respirarsi l’ansia della fine del tutto, l’angoscia di una crollo imminente. Non sono più torri a crollare, non sono più binari ad esplodere ma è l’uomo a cedere. Non è pessimismo che si vuole comunicare. È dare dimostrazione creativamente dell’autenticità del reale. Il monarca viene sconfitto, ma ciò non basta, non può bastare. La vita si presenta in tutta la sua snervante stortura. STEFAN: Non molto tempo fa Guisnes era come un vasto teatro, una grossa voliera, era come una donna dagli occhi neri, lucenti. In quel tempo Guisnes viveva solo delle sue minutissime storie, del respiro delle sue narrazioni, dell’oggetto dei suoi racconti; una grazie sbrindellata, un rossore, una promessa, anche un disamore, la riempivano completamente. Piena, matura, al culmine, sempre al culmine delle sue cose. Adesso è come vuota questa città, adesso sono le ore, lente, che sovrastano le forme, adesso è come se forma non ci fosse mai stata. Adesso tutto preme, tutto dilata, perde piega, adesso il vuoto…La olivettina ha completamente riempito questa mia stanza. Stefan cessa il suo dire, il coro delle rane esce dal recinto, inizia
lo scollamento, la rottura del recinto (il recinto che non contiene le
sue rane, il testo che si avvicina alla logica verriana del “declaro”,
il tutto che si apre). Le rane riempiono lo spazio scenico, nella loro
follia fanno da eco all’ultimo sospiro di Stefan, “la olivettina
ha completamente riempito questa mia stanza”, ma il suono proveniente
dal coro è assordante, sfibrante, e il momento del collasso scenico
si avvicina. Le rane ritornano nel recinto che non sembra più poterle
contenere. Le rande distruggono il loro recinto, urlanti invadono lo spazio scenico, cantando la loro monodia del silenzio. “Sono arrivato ad imporre il mio silenzio”. Ciò che rimane in un’esistenza, dove il potere /il monarca vacilla claudicante in un angolo sporco di sangue, è la forza della parola, il dare senso allo scorrere dei giorni, alla vanità del tutto, tramite la relazione con la scrittura . Lo spettacolo si chiude con la monodia del silenzio delle rane, mentre Stefan volteggia e tenta il cielo.
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