Una lieta sorpresa accorgersi che Musicaos
può essere luogo di dibattito e discorsi già intrapresi
in altre sedi, nella rete e fuori. Abbiamo assistito l'anno scorso, alle
accese discussioni, sparse in rete tra siti e blog sui testi e sulla figura
di Fabrizio Corselli. Siamo felici, a distanza di un anno, della possibilità
offertaci dallo stesso autore per presentarvi una documentazione quanto
mai esaustiva, e dei testi e delle critiche, sperando che da qui si possa
partire/continuare una (ri)lettura della vicenda. Ci è parso di
capire, comunque, che chi ha criticato o elogiato questi testi, abbia
avuto da interpretare la stessa costante, in sostanza, la stessa 'presenza',
o come elemento negativo, oppure come geniale intepretazione. La nostra
intenzione, come sempre accade, è quella di stimolare il dibattito.
Una tale mole di materiale, come quell che viene presentato in questa
pagina, tra testi, critiche testuali, teoria della poesia e teoria stessa,
impone necessariamente un dialogo, un dibattito. Nel blog de 'la societò
delle menti' sono stati scritti i giudizi più diversi, noi di Musicaos
siamo convinti che prima di discutere si senta il bisogno di analizzare,
vediamo cosa può accadere.
LP
Fabrizio Corselli
Studi Trascendentali
Poetica e Trascendenza
“ Avendo in questi ultimi tempi
visitato molti paesi nuovi, luoghi diversi, molti dei quali consacrati
dalla storia e dalla poesia; avendo avvertito che i vari aspetti della
natura e le scene che vi si riferiscono non passavano davanti ai miei
occhi come delle immagini vane, ma agitavano nella mia anima profonde
emozioni; che si stabiliva tra loro e me una relazione vaga ma immediata,
un rapporto indefinito ma reale, ho cercato di rendere in musica qualcuna
delle mie sensazioni più forti delle mie più vive percezioni”.
Franz Liszt
Le recensioni
(dalla recensione del 9 Maggio 2003 su Società delle Menti a cura
di Emanuele Giordano):
Non ho dubbio! Il caso del poeta Fabrizio Corselli che sto per presentarvi
è un raro esempio nella poesia contemporanea di come sia possibile
ancora e nuovamente e diversamente creare un cosmo afroditico, il che
significa, a sua volta, decifrare l'antica nozione di aishtesis (percezione,
discernimento attraverso i sensi) da cui l'estetica deriva. I suoi schizzi
poetici, così li nominerei, sembrano fatti con in mano una tavolozza
e un pennello, come se il poeta tornando alle origini delle cose e al
loro principio intenda fissarle in atti d'immaginazione e la loro individuazione
ha quella vivacità mercuriale di chi riesce a dare anima alle cose
attraverso un verbo musicale che è corda vibrante o tuba sonora,
dove il rapporto tra immagine e suono è il risultato di una disciplina
gnostica rigorosa che fa di lui il nuovo cantore di Orfeo. Fabrizio Corselli,
poeta innocente e colpevole o infedele allo stesso tempo perché
consono a una celebre frase di Yukio Mishima in Neve di primavera: "vivere
dentro una certa epoca significa essere inconsapevoli del suo stile",
farà scandalo perché la sua poesia non è il risultato
dell'astuzia cattivante e capziosa di un artista dall'arte ricercata e
concentrata su quella barca della morte che secondo Lawrence ognuno di
noi dovrebbe costruirsi come un'arca privata in grado di reggere la tempesta;
perché la barca della morte è oggi l'anima del mondo che
affonda come un barcone per le immondizie e il sovraccarico, e di molta
scrittura e poesia contemporanea si può tranquillamente fare a
meno. Della sua poesia no! Con ciò voglio sostenere il suo atto
poetico come necessità paradigmatica di un modo possibile di riportare
le forme sensibili alle forme immaginative e poi salire a significati
più alti.
E' chiaro ed ovvio che esistono altri modi di fare poesia che si muovono
diversamente ma spesso con eccessiva disinvoltura perché si dà
per scontato il significato della sensibilità e dell'intelligibile,
cioè del pensiero e dei termini del discorso che impegnano ancora
a fondo la nostra cultura. Ma se ancora questi due argini stanno nella
nebbia e ancora non mostrano il loro volto autentico, che ne è
del senso del fiume che dovrebbe scorrere tra essi e che Corselli riesce
a mettere in moto come pochi? Questo poeta e amico (il buon lettore non
è forse colui che si fa amico, all'occorrenza severo, dello scrivente?)
è come il nocchiero del Fedro che addomestica il cavallo ribelle
al fine di renderlo docile, così Orfeo aggioga i leoni all'aratro
per far loro arare il terreno incolto e per drenare i torrenti sfrenati
delle fantasie archetipiche con una progressio armonica di quella Immaginazione
vera che autorevolmente si offe come organo di conoscenza mediatore tra
intelletto e i sensi, altrettanto legittimo di questi e di quello (et
hoc immaginare per veram imaginationem et non phantasticam).
C'è una corporeità sottile nello sguardo che Corselli proietta
sulle cose recuperando all'immaginazione attiva Mnemosine, c'è
un processo attivo di conoscenza dell'anima delle cose che si fa profondamente
immanente alla realtà stessa delle immagini che ci presenta, restituendoci
la virtus essenziale delle immagini, facendosi poesia archetipale. C'è
un'ontologia della percezione e dell'immagine precisa nella sua poesia
dove il Melos non smentisce il Logos e dove la sola vocazione è
provocare una risposta estetica all'immagine (eidolon), risposta essenzialmente
etica di recupero della virtù nel nostro sguardo sulle cose ormai
massificato. Sembra quasi che oggi si è obbligati a vedere tutti
nello stesso modo. A questa tendenza Corselli si ribella senza violenza
ma con una mitezza poetica che fa miti come Franz Liszt, nella prefazione
al suo poema sinfonico Orpheus, ci mostra il "padre dei canti"
mentre rende le pietre molli, ammalia le bestie feroci; e non è
quindi un caso che alla cattiva coscienza corrosa dall'invidia del potere
mercantile che teorizza con eccessiva enfasi una letteratura centrata
sul corpo (quello nostro e quello delle cose) senza conoscerlo del tutto
(nessuno sa cosa può un corpo, diceva Spinoza), oppone come trampolino
di lancio uno scandaglio della materia sottile delle cose. Così,
riscopre l'origine sonora del mondo e ricrea in verso le strutture armoniche
e le linee melodiche di Chopin in contrapposizione agli studi trascendentali
di Liszt che danno nome (Trascendenza, Sogni e Notturni) a una sua raccolta
poetica pregna di soluzioni artistiche originali il cui difetto può
essere solo quello d'incontrare un lettore poco consapevole di quanto
la sua poiesis sia ricca d'impressioni derivate dalla musica descrittiva,
dall'uso del traslato, dall'imitazione di diversi suoni che vanno dallo
sbattito d'ali alle corde spezzate fino alla rappresentazione di stati
d'animo. Siamo in presenza di un'esplosione immaginativa ma disciplinata
a una messa in codice delle immagini dopo averle lasciate fluire liberamente,
dove l'uso della contrapposizione crea una dialettica nuova nel metodo
immaginativo, permettendo di ascoltare nella sua poesia la voce di uno
stato di coscienza alterata che si esprime più con soluzioni espressive
allusive che denotative, fino a condurci per mano in una dimensione onirica,
in una reverie poetica che è essenzialmente kosmos, la materia
grossolana delle cose viene fatta distillare, e ciò che sembrava
prima stinto mostra la sua aura, come in questa bellissima ed emblematica
poesia.
FIORE NOTTURNO
In dinamico slancio
della tua esistenza
la forma il vuoto sopporta,
e ad imbibir novamente
il tuo pesante respiro
la luce adunque
della pallida ombra si cinge.
Dall'oblio di un volto marmoreo
un cinereo profumo di nettare
lento, si dimette,
e lì, zampilla e s'incrina
come schegge consunte di apollineo fervore,
mentre s'innalzan in volo le api regine,
gravide e percosse, per aver
del proprio travaglio, ostentato le grondanti ferite.
Ed ancor...
Colei che del proprio volto
alla duplice natura il silenzio volge,
ritorce le nude sembianze d'inclito estro
a tal luogo, ove cilestro il nulla sentenzia.
Ed allor...
Ella le tenebre dal sonno scuote
e ciò fatto, l'ultimo bagliore
come vivide fauci inghiotte,
per ammansir di quell'eterno buio
gl'ultimi resti che in diurna carcassa
percuoton le scultoree vene della notte;
Di un fiore, cui non crebbe dalle notturne sponde
un sol petalo d'apollineo incanto,
si erge diuturno l'ibrido effluvio
donde sciolse tra fraterne essenze,
una voce di altero vanto.
All'interno del variegato parco stilistico di Corselli, si ravvisano
questi "Studi Trascendentali"; senza alcun dubbio, l'opera più
significativa del suo stile poetico - musicale -, in cui l'autore, "definisce"
la dimensione poetica del sogno attraverso icastiche figurazioni in diretto
rapporto armonico con i citati brani di classica. I notturni poetici dipartono,
sin dall'inizio, con serafica armonia per essere accolti da imperversanti
e caldi contrasti degli studi trascendentali che ne deformano e ne alterano
la natura onirica: il sogno può essere idillico ed apollineo come
può esser nefasto e trasformarsi in un dolce incubo.
I Trascendentali (poetici) nascono dalla combinazione della struttura
poetica con quella appartenente alla grammatica musicale, strutture queste,
che vengono rielaborate e riorganizzate in un manuale completo dal titolo
"Etudes Poetiques". Il manuale, in questione, fissa una volta
per tutte le regole dei due campi in strutture uniche denominate "Strutture
Armoniche"; la profonda trattazione delle singole parti come il Legato,
il Ponte Armonico, la Modulazione, ed altro ancora, permette di dare vita
alle corrispettive forme in "chiave" poetica. E non è
un caso che venga adottata proprio la parola "chiave", su cui
sono interamente scritte le poesie. A rafforzare la tesi della stesura
in chiave tonale, si afferma la tecnica compositiva secondo il principio
musicale Esposizione - Contrasto - Ripresa, sviluppata lungo tutto l'asse
strofico di ogni poesia, scorgendo in alcune anche la presenza di Interludi
e di Code (in stile musicale e non secondo il canone dei sonetti). In
altri poemi ed appunti in forma spartitica che ho potuto visionare, ad
esempio in Titanici Accordi - scritto sul Piano Concerto N° 3 di Rachmaninov
- si assiste addirittura allo sviluppo strofico, dall'inizio alla fine
del testo, di tre chiavi tonali in contemporanea, simulando il sistema
polifonico a più voci. Il tutto è dettagliato nei minimi
particolari all'interno del Manuale dei Trascendentali (il Libro II ha
carattere di manuale sulla tecnica compositiva del Libro I, cioè
il libro vero e proprio con le poesie trascendentali).
L'operazione che Corselli compie è ardita ma ricca di teoresi e
può applicarsi anche ad altri campi, tanto che l'autore ha già
avviato da tempo un lavoro di ricerca e di didattica dell'immaginario.
La logica poetica di Corselli è come quella del subconscio che
non scinde le cose dal genere che le ingenera. E' la stessa dell'innamoramento,
per cui l'amato non si distingue dall'archetipo dell'amabilità.
La totale fusione degli oggetti con il loro archetipo è, stando
a Melanine Klein, tipico dell'appercezione infantile. Ma il poeta, e Corselli
in particolare, non subisce i sogni, ma li ordisce con spostamenti sistematici,
metonimie e sineddoche, fino a spezzare la profondità nell'oggetto
riflettente, come nella poesia qui di seguito, dove il brio cessa di essere
orizzontale: in effetti, il riflesso non sta più a indicare l'adesione
di una trasparenza a una sensualità, ma la replica della cosa illuminata,
quindi il rinvio del messaggio luminoso. In tal modo esso manifesta nell'oggetto
poetico, se non una vera e propria iniziativa (in quanto non brilla che
in seguito a una provocazione), ma almeno una capacità inedita
di risposta: segno di un ingresso più attivo della materia nel
gioco della luce.
RUGIADA NOTTURNA
Come condannato a morte
un sanguigno fiore, di nera tinta obliato,
i suoi pistilli su di un crine adagia,
ove le sponde di uno specchio infranto,
elevano al cielo i nudi riflessi.
un petalo cade...
E delle tue vesti febee
si flettono e si riversano
le onde di artemisio impeto,
mentr'ella di una nera rosa, osserva
il cuore e l'incanto,
l'anima ed un sorriso di rorido lamento.
Scivolare giù, la si osserva
in caliginoso compunto, la frigida rugiada
come floreale abisso
che tra i suoi notturni vezzi, cheto,
un responso dimanda.
Sorde ma flebili, in diuturna notte,
smunte ma disinvolte,
cadon giù con levigato peso
le cascate d'indigesto silenzio,
per versare due sole lacrime
che del nulla il fragore concorda.
un altro ancora sulle sponde si adagia...
E di ogni singola ninfea del lago
la cui testa insonne alle sponde addossa,
un inclito petalo le mani sferza,
mentre il tuo dolor, adunque,
della spinosa corona si cinge la cresta.
ed un altro ancora il polline asperge...
Scandito è il tempo della caduta di un fiore
la cui mesta caducità i sensi percuote,
trasportando e traversando
dei nostri zampillanti destini,
un sol sorso di livida rugiada.
Così la riflessività instaura un tragitto della provocazione
illuminante, rotto e insieme concatenato. Come la verniciatura, essa è
successiva, il suo discorso è discontinuo poiché da un termine
all'altro, procede sempre per salti, per mutamenti, rientra nel genere
della trasposizione, così importante all'interno della significazione
e del godimento. Giacché ogni oggetto di natura può esservi
toccato solo attraverso più oggetti di natura al tempo stesso simili
e diversi; c'è così un principio di transfert, il riflesso
e la metafora metaforizzarsi l'uno nell'altra, fino talvolta ad addizionare
persino le loro virtù per comporre, da riverberazione in comparazione,
da comparazione in associazione, o in opposizione di temi, la linea, sempre
spezzata, di una perfetta successione di senso come nella poesia Farfalle
Notturne II, dove gli artisti vengono equiparati alle farfalle crepuscolari,
e come si sa le farfalle hanno vita breve, ma al momento della loro morte
iniziano a rifulgere più che mai.
Farfalle Notturne II
Volano in caduta libera le farfalle notturne
come al cielo piume sospese,
ed or discendono i pollini alari, lenti e veloci,
in crescendo e maestoso trillo,
ad alta voce, della vita il drammatico senso;
ed ancor affievolisce la saturnide farfalla
dell'eburnee forme di quell'eterno vuoto, la discesa,
mentr'ella al terreno del tempo inchioda l'immortale quiete.
Lacera le ali durante l'impervia caduta
fino a romper di quel crine ogni singola membrana
finché duttile si eleva la ritmica tensione d'uno sbatter d'ali,
che dell'eteriche membra al vento ogni disio concede,
ove furioso s'innalza un trionfo alla pietà del proprio corpo.
Si apprestano le rose invernali ad aprir del loro bocciolo
i neri petali di vellutata avvenenza come fiamme dell'Inferno,
per relegare nell'oblio del proprio gineceo le innocenti colpe
di color che sul filo della morte nessun ricordo addussero.
Esse cadono... precipitano...
come anime maledette in quel focoso e pallido rigurgito
mentre cadon riverse da un cuore di tenebra,
come larve infette mentre acquietan un sol regnante
che di codeste anime immolate i cuori spossa.
Riempe la neve di quei nudi corpi il limbico vuoto
che con leggiadra virtù di arsa sembianza
disgela dell'Inverno le ultime lacrime,
finché una sola lanterna giunga ad illuminar
di quel luogo i sogni policromi che di una vita sospesa
l'ombra e il silenzio tingono di bianco.
«Allo scopo di rendere più allegri i miei concerti, la cui
troppa serietà mi era sempre rimproverata, pensai di improvvisare
su temi proposti dai dilettanti e scelti per acclamazione. Questo modo
d’improvvisare stabilisce fra il pubblico e l’artista più
diretti rapporti. Coloro che hanno proposto temi si sentono fino a un
certo punto impegnati nel loro amor proprio; l’accettazione o il
rifiuto di un motivo diventa un trionfo per l’uno, una delusione
per l’altro, una curiosità per tutti. Ciascuno è desideroso
di sentire che cosa il musicista saprà cavare dall’idea che
gli è stata imposta. Ogni volta che il "donatario" presenta
sotto una forma nuova questo motivo, egli si compiace del buon effetto
come di cosa a cui ha contribuito. In questa specie di opera in comune,
l’artista è come un cesellatore che lavora i gioielli che
gli sono stati affidati.
Franz Liszt
Le Interviste
Qui a seguire, sono riportate alcune domande
e risposte estrapolate da diverse interviste, in modo da ricostruirne
la dimensione specifica dei Trascendentali.
Perché proprio i Trascendentali?
Semplice. I Trascendentali di Liszt mi appassionano, vibrano un forte
colpo all'animo: sono intensi ma ancor di più è ravvisabile
in loro una notevole tecnica interdipendente con l'immagine che evocano.
Ho scelto i Trascendentali per il loro carattere figurativo. Liszt aveva
una particolare ossessione per la poesia che ha riversato nella musica
ed in particolare in molti pezzi ha elaborato delle figurazioni adatte.
Ad esempio nel numero 12, Chasse Neige, si ha l'illusione di una tempesta
di neve - come dimesse ricordanze che meste ed irrequiete, / tra i fiocchi
di neve van giù in melodica cadenza - essa rappresenta forse il
più innovativo degli studi sia per sonorità che per colori.
Non si può dimenticare oltre modo la numero 4, Mazeppa, scritta
sul poema omonimo di Victor Hugo: è la storia di un nobile polacco
condannato a morte e legato ad un cavallo selvaggio che viene frustato
e lasciato libero di galoppare fino ad uccidere la povera vittima. Egli,
però sopravvive e diviene un capitano cosacco in Ucraina. Penso
che questi siano due esempi esaustivi.
Come avviene la stesura di un Trascendentale o di ciò che tu
definisci "Poema armonico"?
Come prima cosa, ascolto più volte il pezzo che mi sono prefissato
fin quando ho chiara nella mia mente la giusta ed appropriata figurazione.
Scrivo solo se ho in mente una sceneggiatura ed il concetto essenziale
che vi sta alla base; senza questi elementi ne uscirebbe soltanto qualcosa
di spoglio e superficiale che segue il ritmo e basta. Non amo il piacere
poietico. Dopo di ché riascolto più volte la musica finché
non butto giù l'intero impianto armonico; normalmente scrivo in
una volta sola quasi il settanta per cento delle strofe, facendomi trasportare
dalla musica. Il brano non si limita a svolgere soltanto una funzione
ispirativa ma detta il ritmo del testo, che seguo nel momento in cui compongo.
È difficile che componga volontariamente sul pezzo, per questo
arrivo ad ascoltarlo anche una trentina di volte fin quando trovo il momento
giusto per lasciare che la mia mano scriva. Pensa che Titanici Accordi
mi ha impegnato circa un mese con un ascolto medio di dieci volte al giorno.
È pur vero comunque, che la composizione non avviene quasi sempre
per mia volontà sul pezzo specifico, vi sono casi in cui compongo
casualmente e nemmeno su brani musicali come accade per le celebrative;
ma ormai, posso dirti con molta tranquillità, che compongo ad orecchio
anche senza l'ausilio del brano di classica, e ciò che sta alla
base della mia poetica, in maniera essenziale e costante, è proprio
la presenza della musica.
Gli impianti tengono già conto delle assonanze, dei chiasmi e di
tutte le diverse figure retoriche e strutture armoniche da impiegare,
non faccio nemmeno più caso alle relazioni foniche tra le diverse
parole, ho abituato il mio orecchio a trovare la giusta soluzione ritmica.
Per me è impensabile scindere la musica dal testo poetico. Alla
fine, dopo aver trascritto il tutto su computer, inizio un sostanzioso
labor lime; essenziale, a mio avviso, per ogni poeta. Sul testo invece
inizio a lavorare sulle dovute indicazioni dinamiche.
Qual è il tuo brano di classica preferito?
Senza ombra di dubbio, i "24 Capricci" di Paganini. La mia profonda
e cosciente trattazione della materia musicale, ha inizio proprio con
la stesura del "Canone onomatopeico in chiave di R+", con il
titolo finale di "Studi sul Moto Perpetuo di Paganini": una
serie di poemi armonici scritti in base all'espressione strumentale del
violino ed allo studio dei Capricci. È da qui che ho iniziato a
prendere in considerazione la stesura secondo regolari chiavi tonali e
l'idea di scrivere un manuale didattico sulla conversione delle strutture
musicali in struttura poetica. Del resto, la storia c'insegna che fu proprio
Paganini grazie al suo 24° Capriccio, col principio delle variazioni,
ad avere influenzato molti dei musicisti come Liszt, in cui divenne preponderante
l'elemento virtuosistico, Schumann ed ancora Rachmaninov.
Quanto c’è di virtuosistico nel tuo stile e nelle tue
poesie?
Bisogna innanzitutto fissare il concetto di virtuosistico. Nelle mie poesie
ce n’è tanto ma non arriva mai a toccare limiti di auto compiacenza.
Il virtuosismo è differente dal piacere poetico che sta alla base
della composizione o dal mero funambolismo. Non mi pongo problemi di adottare
strutture più o meno complesse, se queste mi permettono di elevare
l’opera ad un livello più alto, e come ho anticipato prima,
non scrivo mai se non ho il concetto e il contenuto chiaro: quello non
va mai sacrificato. I testi sono molto chiari ed in essi non traspaiono,
a prima occhiata, elementi di difficoltà tecnica, salvo in qualche
punto della lettura, da questo punto di vista sono molto puliti. L’unica
difficoltà può venire dal mio libero e smaliziato uso del
traslato che considero un grande strumento di condensazione e sintesi
dei referenti. Ogni mia parola ha un suo mondo concettuale a parte che
va aperto con la giusta chiave di lettura. Una tessitura semantica che
trova il suo equilibrio con la comunione delle altre parole. La difficoltà
sta proprio nella chiave di lettura, che a volte è nascosta da
incontrollati riferimenti culturali. L’arte per me è cultura
e senza di essa è impensabile scrivere qualcosa di grande qualità.
(dall'intervista del 9 Maggio 2003 su Società delle Menti a cura
di Emanuele Giordano):
...
11. Quale musicalità include la tua poesia? Credi che sia
"essenziale" la musicalità affinché la poesia
possa esser detta tale o è sufficiente riuscire ad esprimere uno
stato dell'animo con raffinatezza, delicatezza?
Per farti capire bene il concetto di tecnica armonica presente nel mio
stilema, ti cito l'introduzione del manuale "Etudes Poetiques",
in cui viene trattata la trasposizone della grammatica musicale in struttura
poetica. Comunque voglio specificare che ormai seguo il mio orecchio e
il mio animo per comporre, le tecniche vengono poi metabolizzate e basta
chiudere gli occhi e afferrare la penna ed il foglio. "L'adeguamento
a forme auliche che implichino l'uso apparentemente eccessivo dell'artificium
retorico, comporta, come del resto solo per la poesia, soluzioni stilistiche
a volte inconcludenti; è pur vero anche che esso possa costituire
un preciso orientamento estetico di carattere straniante che si discosti
dal linguaggio ordinario o che dir si voglia della lingua parlata (non
meramente intesa come linguaggio narrativo), rendendolo meno sterile del
suo uso canonico.
In questo modo, il linguaggio così prospettato comporterebbe una
sorta d'affinamento e intensificazione degli strumenti acquisiti, che
non necessariamente s'identifica con un semplice irrigidimento o forma
di accademismo; come del resto se si vuole innalzare il testo su un piano
d'eleganza estetica e coerentemente equilibrato con le sue parti, che
non sfoci nel più estremo esibizionismo eccentrico, si dovrà
procedere con un tipo di strategia letteraria che affronti una sorta di
bitematismo testuale; tale processo consiste nel far correre parallelamente,
come distinto livello isotopico, lo stesso piano ornativo: il ritmo, ora
più che mai come in musica, acquista una sua pregnante ipersignificazione
ma soprattutto introduce i temi principali del poema (alla musicalità
del componimento non viene data più un'importanza secondaria).
Il linguaggio, ha in questo tipo di testo a differenza del resto, seppur
una virtuosistica e pirotecnica funzione esornativa (con larghi impieghi
dell'Ornamentum retorico) anche una febbrile funzione sensoriale, impiegando
una larga quantità d'immagini altamente icastiche e di vibratili
contrasti semantici (in quest'ultimo caso è un po' come comporre
alcuni brani con uno strumento accordato -"scordato" di un semitono,
in maniera tale da ottenere sonorità più corpose ed effetti
timbrici stupefacenti). Essi creano, pur in uno spazio contenuto come
la parola (polisemia connotativa) o in zone visive di per sé limitate
come può risultare, un giardino o uno stagno, una nuova realtà
in cui si culla l'identità dello scrittore, una nuova realtà
in cui s'addentra il lettore.
La scelta di questa pseudo realtà immaginifica, dominata dal "canto
delle muse", enfatizza maggiormente quel carattere specifico e originale
dell'opera, individuata dalla sua Aura (nel vero e proprio termine letterario).
Questa singolare e ciclica individualità dell'opera, connessa alla
civiltà in cui vive (il mondo ordinario e l'immaginario collettivo)
e ai modi di fruizione tipici del tempo in cui è sorta, viene omologata
e suggellata dal nuovo linguaggio musicale che rivaluta l'ornamentazione
retorica, divenendone quasi un genere letterario a sé stante.
La scelta d'inversioni sintattiche, di strutturazioni iperboliche, l'abuso
di figure logistiche prese in prestito dall'Elocutio retorica, tendono
a sovvertire le leggi naturali del testo, della semplicistica strutturazione
diegetica, ampliandone così le possibilità dinamiche e al
tempo stesso accrescerne la sensibilità in rapporto all'elemento
irrazionale.
Quindi, il bitematismo di un testo è sottoposto essenzialmente
ad un tipico processo di sottintese variazioni, sia ritmiche sia di concetto,
ma ancor di più di quella divagazione bravuristica dell'elemento
ritmico-melodico che non si cura di una energica produzione ed elaborazione
dei motivi in senso paradigmatico (cioè di interrelazione tra i
diversi elementi del testo).
In sostanza, lo scrittore tratta temi semplici e gestibili dall'immaginario
collettivo che la parte solistica (come in musica) dilata e deforma con
una forte ornamentazione, cosicché le stesse estreme difficoltà
esecutive ed interpretative rendono il tema principale libero da ogni
interpretazione e lo estromettono del tutto da una complessa fase dialettica
(per quanto possa sembrare un paradosso).
In questa maniera, tale fase dialettica espletata dalla tensione tra le
strutture sintattiche, viene diluita e sottomessa al tema ritmico per
eccellenza, acquisendo così oltre ad una funzione prettamente d'accompagnamento,
una lirica funzione evocatrice.
La produzione letteraria, in questo tipo di processo, non concede allo
scrittore di vivere con profonda coscienza i nuclei profondi dei suoi
schemi ideativi, esaltandone soprattutto gli aspetti melodici ora appassionati
e carezzevoli ora patetici e sofferti, divenuti i diretti dispensatori
di ispirazione poetica; il tema musicale ovvero quello ritmico, e di conseguenza
quello ornamentale (poiché esso ne definisce il ritmòs)
diviene somma espressione e linea guida di un nuovo stile letterario:
il testo prende adesso le sembianze di uno spartito musicale (in stretto
rapporto parallelistico con l'ornatus retorico), un vero campo di battaglia
compositiva, in cui le parole stanno alle note come i versi stanno ai
temi principali; un alternarsi ed un imperversare di note e parole concatenate,
distinte da ampi fugati strofici e vigorosi passaggi acrobatici che assecondano
l'intuito espressivo dell'artista.
Il poeta non compone più secondo una classica tripartizione semiotica
delle strutture (sintagmatica - paradigmatica - pragmatica) ma come si
potrebbe esprimere con poche parole, segue il suo istinto "musicale"...
egli diviene un compositore che opera attraverso spartiti testuali, seguendo
non più un flusso di note ma di parole.
(dall'intervista del 4 Febbraio 2004 sulla webzine Kinglear a cura di
Giuseppe Iannozzi)
Interventi ed Articoli
Intervento di Luminamenti sul Mito e sul Fonosimbolismo (apparso
su Kinglear)
Gli Armonici - Ermetici
"Le accezioni e le metafore dell'ordine immaginario particolarmente
ricche di fonosimbolismo hanno un origine remota nella psiche arcaica,
ove l'ideazione di immagini non presuppone un <uso> gratuito dell'imaginario.
Le immagini sono create per una motivazione rituale, e per destinatari
non casuali nel caso del poeta Corselli. La figurazione espressa attraverso
immagini plastiche è legata originariamente ad un pensiero mitico.
Non so quanto ne sia consapevole Corselli, come se le accezioni fonosimboliche
portassero metamorfosi radicali alle formazioni originarie, come ben sapeva
quel genio assolutamente incompreso e travisato di Freud che tanto irritava
Wittgenstein, forse perchè aveva capito di avere di fronte una
mente superiore. Gli archetipi che Corselli usa, fondamentalmente, - quanto
ne sappia non lo so, ma credo che abbia a che fare con tracce mnestiche
sollecitate da stimolazioni sensoriali e acustiche che in qualche modo,
per una combinazione stocastica, lo hanno condotto alla riscoperta, assolutamente
unica nel panorama poetico mondiale, degli armonici ermetici -sono quelli
di corrispondenza e di polarità. Ce ne sono altri cinque, ma non
su questo vorrei soffermarmi. L'identificazione dell'immagine con il prototipo
fonosimbolico del gesto poetico assoluto segna la condizione limite del
linguaggio: dove il suono si trasforma in luce; e viceversa. Ma cos'è
questo prototipo fonosimbolico? La frase biblica: all'inizio fu la Parola
non è un prodotto della cultura avanzata, bensì appartiene
al patrimonio concettuale più arcaico dell'umanità. Perfino
gli Uitoto, che vivono in orde selvagge nella foresta sudamericana, hanno
una tradizione che afferma: all'inizio la Parola diede origine al Padre.
Anche Anandavardhana (secolo nono) nel suo Dhvanyaloka (un trattato indiano
sull'intonazione nella dizione poetica) formulò il pensiero che
il puro suono ha un grado di essenza maggiore della parola detta. Per
questo poeta filosofo il suono (dhvani) è l'anima della poesia.
La frase va pronunciata correttamente e chiaramente, ma essa è
un mezzo per dire qualcosa di più profondo e serve a destare in
noi ciò cui la parola allude. Questo significato più profondo
del suono, che può essere del tutto differente dal senso delle
parole metaforiche, ma dalle metafore trasportato (fonosimbolismo), si
impone solo a poco a poco alla nostra sensibilità, quando è
capace di spogliarsi, quando l'essere si fa cavo e vuoto.
Poichè in sanscritto <suono> si dice svara e <luce>
svar, suono e luce sono sostanzialmente uniti in base alla loro affinità
fonetica (cioè essenziale). Questo è il prototipo fonosimbolico
del gesto, atto poetico assoluto e che Corselli riplasma attingendo ora
dai canoni musicali recuperati alla loro essenza immaginale, cioè
poetica, ora dai canoni figurativi recuperati alla loro essenza sonora,
di nuovo poetica. Così la radice verbale egizia mui significa insieme
<ruggente> e <splendente>. Anche i Chippewa parlano d'un suono
che appare la mattina a oriente. Già Jacob Grimm sottolineò
a questo proposito l'affinità di radici verbali designanti <uscire>
o <guardar fuori> e <risuonare> come anche il doppio senso
della parola svegel che vuol dire <zufolo> e <luce>. Il suono
e l'immagine stanno nella poesia di Corselli l'un l'altro nello stesso
rapporto di parola e conoscenza. Il ritmo sonoro è come il farsi
luce che apre la strada al conoscere. L'identificazione dell'immagine
con il prototipo in Corselli è il principio dell'idolatria, e l'idolo
ha una significante opposto al simulacro (lat. simulacrum; vb.simulo-are,
agg. similis-e). Mentre l'eidolatria discende dalla funzione simbolica
più remota dell'eidos, quando nelle fasi prelinguistiche del Pleistocene
la raffigurazione era il solo il mezzo di comunicazione dei messaggi rituali.
Ma cosa fa Corselli? scopre per altra via, non del tutto chiara nella
sua scoperta, che ciò che noi chiamiamo mito (s'intenda piuttosto
mitopoiesi) è connesso ad una deficienza originaria del linguaggio,
come già questo problema era stato posto da Cassirer. A fronte
di questa carenza paradigmatica, Corselli (già Cassirer l'aveva
prospettato) cerca soccorso nell'etimologia e riscopre il dire originario
come evento rivelante e indaga sul rapporto fra pluralità polisensa
e contenuto numinoso. Il dire originario, come evento rivelante che esorbita
dalla pertinenza comunicativa del linguaggio verbale, ci può rievocare
una dimensione trascendentale qualora la parola venga messa in epoché:
l'epoché della parola comporta un'interdizione del discorso orale
onde ripristinare l'idealizzazione edenica, l'originario sonoro che interroga
l'ineffabile. Il canto delle sirene è ritornato in vita. Quanti
lo capiranno?"
Studi Trascendentali, Notturni e Poesia
(Articolo apparso su Kinglear)
"I Notturni" rappresentano un inno ed un approfondimento sull'ispirazione
artistica, (nello specifico in poesia), in relazione al rapporto tra artista
e produzione immaginifica in un contesto notturno. In questa situazione,
il poeta, al pari di un pianista è occupato a contemplare od immaginare
un fiore, una farfalla, un tramonto, non semplici elementi della natura
come potrebbero sembrare; la visione della Calliope musa, la personificazione
e l'incarnazione dell'ispirazione artistica e poetica, che fa di questo
contesto notturno la sua dimora.
La notte diviene l'allegoria dell'Ispirazione ed il poema, una maledizione,
una dannazione per il poeta e per lo stesso lettore. Quando l'artista
osserva un bocciolo nel suo dischiudersi, vede lo "sbocciare",
il nascere dell'idea, della composizione. La musa che "nasce",
rappresenta la creazione vera e propria, in quanto essa è l'opera
stessa, il concetto assoluto di Opera Artistica.
La notte non viene più vista come momento del giorno ma come dimensione
ispirativa, in cui i silenzi diventano fragorosi, certe volte fanno più
rumore degli stessi suoni. È un momento idillico in cui ognuno
ritrova se stesso, la propria tranquillità. La struttura portante
della poesia modula un contesto figurativo in cui l'uso della contrapposizione
permette di operare maggiormente su uno stato alterato della coscienza;
e proprio in questo stato, la percezione del reale è rarefatta
e luci e ombre adottano soluzioni più connotative che denotative,
in modo da indurre ogni senso verso un particolare vaneggiamento onirico.
I suoni ed i ritmi divengono flebili, impalpabili lasciando il loro posto
di solistica tirannia ad uno schema sintattico crepuscolare in cui le
parole, prelevate da un profondo campo onomasiologico, sono espressione
diretta di un fitto complesso di figurazioni, amplificate da leggiadri
e luminosi silenzi. Ciò che nella notte si amplifica è la
percezione di un altro mondo, in cui ogni artista può fare a meno
della vista, percepibile attraverso il proprio spirito, la propria immaginazione.
All'interno del nostro viaggio nei Notturni Chopeniani e nella fattispecie,
all'interno della Notte come Contesto ispirativo in rapporto alla musicalità
poetica, prenderemo in considerazione l'analisi di due Poesie molto significative,
l'una composta sul Notturno di Ottorino Respighi (manifesto dei Trascendentali
della seconda serie) e l'altra sul Notturno Opus 20 di Chopin (quest'ultima
viene presa in considerazione tra gli Studi Trascendentali per le sue
implicazioni più tecniche a fondamento del contesto notturno).
L'analisi testuale a seguire, renderà più chiari i passaggi
in rapporto all'oggetto della discussione.
Sul Notturno di Respighi
Così palpabile e d'indomita meta,
tanto casta ma di soffusa cresta,
del notturno io silente
l'aere, all'imbrunir, il suo fertile seme
algido dischiude,
come di un tempo immemore
al silenzio il piacer suo... trae.
Il tono esortativo del primo verso, costruito su di una dittologia con
ambedue termini in relazione antitetica (palpabile - indomita), introduce
una più ampia antitesi costruita sull'avversazione del ma, rafforzata
dal forte contrasto fonetico dei termini casta e cresta. Benché
la costruzione iniziale risulti abbastanza ostica, il senso è affidato
alla visione di questa duttile e semplice afferrabilità (riferita
al soggetto più avanti che è aere) ma nello stesso tempo,
inafferrabile perché indomita: una meta sì raggiungibile
ma difficile da padroneggiare. Non è quindi casuale la presenza
in posizione prostetica del termine così, che concede in maniera
affabile quest'illusoria disponibilità dell'arte ad essere percepita
da tutti (poiché questo è il senso di aere; nel dettaglio
si veda più avanti). E non a caso viene adottata la congiunzione
e al posto del ma, giacché l'accesso dell'arte è insito
nella sua stessa natura; il termine "e" sta ad indicare la specifica
forma d'immanenza.
Per procedere con una più perspicua analisi, è doveroso
stabilire il soggetto dei versi a seguire. Il soggetto principale è
aere, inteso come "pneuma", ovvero anima, spirito. Il soggetto
si aggancia a "notturno io silente", in cui il senso finale
dà alla luce la significazione di creatività. Io aderisce
pienamente al termine di ego, quindi di identità, da cui si deduce
l'estro creativo (costruzione: l'aere dell'io; connotazione di tipo spirituale);
notturno e all'imbrunir sono termini di referenza temporale, senza ricoprire
in maniera pressante alcuna funzione deittica: determinazione del momento
ideale in cui l'estro creativo si desta dal suo torpore (silente). A sua
volta silente non è solo un'aggetivazione del contesto notturno,
ma profondamente definisce l'immanenza e quindi la preesistenza dell'attitudine
creativa (poiché l'atto creativo è attitudinale, presente
nell'artista ed è dormiente, pronto per risvegliarsi e poter così
dare adito alla sua piena potenza poietica).
Il terno poetico s'impone per la presenza di una triade aggettivale di
grande carica traslativa: fertile / silente / algido, da cui è
possibile ricondurre un coerente legame con l'aggettivo casta dell'antitesi
precedente. Il termine seme sta ad indicare il nucleo, l'essenza dell'atto
creativo nel suo nascere. Fertile si spiega da solo, in quanto fertilità
creativa; silente abbiamo già esposto sopra il suo significato.
Casta, poiché l'arte è pura, non degenerata, deflorata dalla
contaminatio di tipo massificativo.
Un momento di maggiore riflessione ed attenzione, invece richiede proprio
il termine algido (sottoforma di enallage: scambio funzionale aggettivo
al posto dell'avverbio). In questo caso, il senso di freddezza non è
da intendere come tale, ma traslato in senso più specifico, significa
condizione ideale per l'oggettivazione della percezione. Così come
il dolore e la sofferenza, l'algido "senso" permette di vedere
le cose con maggiore obiettività; esso va inteso come distacco
dal reale in visione di una sublimazione percettiva dell'oggetto d'arte.
E anche qui, il verbo dischiude si carica di forte connotazione, con un
senso così dinamico da abbattere ogni frontiera del tempo, passando
dal seme al prodotto finale, il frutto, (il verbo di contro non s'addice
al seme), ove il prodotto finale in forma parallelistica è sempre
l'oggetto d'arte.
Subito dopo si entra nella parte più complessa a livello morfo-sintattico,
in cui la concentrazione polisemico-concettuale del distico di coda (seppur
non diffratto da uno spazio bianco), costruito a sua volta su di un'ellissi,
assurge a simbolo di eternità dell'arte; questo procedimento è
ottenuto attraverso una strutturazione iperbolica di due piani dinamici
del senso, quello del piacere e quello del suo ciclico riproporsi, attraverso
un loop figurativo. Da notare che la seconda sezione è collegata
fonicamente alla terza attarverso un'assonanza franta che riveste il ruolo
di collante. In origine, la poesia aveva una struttura nettamente tripartita
ABA:
Così palpabile e d'indomita meta,
tanto casta ma di soffusa cresta,
del notturno io silente
l'aere, all'imbrunir, il suo fertile seme
algido dischiude,
come di un tempo immemore
al silenzio il piacer suo... trae.
Per maggiore comprensione, a seguire si espone la giusta costruzione
del distico:
Come il piacere sottrae al suo silenzio (il piacere) di un tempo immemore
Da notare che il verbo trae indica in verità "sottrae",
prospettato attraverso aféresi. Il termine trae, posto in posizione
contemplativa, preceduto dai puntini di sospensione, inchioda ed isola
il senso di privazione, che a se stante dal contesto strofico si eleva
ad universale, caricandosi così di una maggiore valenza metaforica
(principio dell'Unico artistico, il vuoto concettuale che precede la produzione
delle immagini).
Il calembour che ne deriva da quest'isolamento, ma ancor più da
questa manifesta privazione morfologica, suggerisce come il pensiero creativo
possa suggere i propri elementi ispirativi dalla memoria, dai ricordi
che divengono eterni (immemore), simboli dell'attestazione esistenziale
dell'uomo. Contestualmente le difficoltà semantiche del testo di
questo notturno, ci rivelano come proprio il termine tempo sia stato scelto
non a caso, in corrispondenza dell'aferesi del verbo sottrae. Semanticamente,
tempo deriva da tempus - oris, anticamente da tempos, -eses in origine
"divisione (del tempo)" e quindi risalente alla radice TEM "tagliare".
Da qui nasce la piena corrispondenza della dimensione temporale con la
scelta del taglio del verbo; inoltre la sottrazione tende ad escludere
il ricordo, qui inteso come principio creativo, dalla presenza di ogni
fluenza cronale (in questo caso col valore di sottrarre), attestandone
così la sua atemporalità ed immanenza, poiché elemento
preesistente nella mente dell'artista.
Per concludere, le interpretazioni si avviano verso due ben specifiche
direttive, che si espletano in due momenti diversi: una prima dimensione
come fonte ispirativa in cui l'artista sugge ogni suo elemento creativo
dal ricordo (trae); una seconda dimensione in cui l'estro creativo preesiste
e diviene eterno, atemporale (sottrae).
La contaminazione del Poeta (Articolo
apparso su Kinglear)
Il principio universale della contaminazione del poeta, dell'inizio della
sua ciclica sofferenza, è introdotta e strumentalizzata dal termine
esteso "notturno"; esso si sta apprestando ad aprire i suoi
petali per rilasciare "il flusso del male creativo", quella
silloge di ricordi, d'immagini e astrazioni che tortureranno l'artista
nel suo lungo excursus immaginifico durante il contesto notturno.
Pur ritrovandoci a volte in un contesto ancora diurno (il crepuscolo,
individuato dal termine "soffusa cresta"), la realtà
viene straniata dall'introduzione di elementi correlati alla notte o all'oscurità
che lasciano presupporre, di per sé, una zona prettamente notturna.
Il colore oscuro non è addebitato ad un contesto atmosferico, d'intensità
luminosa o altro ma ad una condizione dell'essere, d'illuminazione spirituale.
La dimensione onirica di questa visione degli studi, agisce e si consuma
in due contesti spazio - temporali, riservando al Crepuscolo il confine
tra realtà e sogno, il passaggio dalla condizione reale a quella
totalmente immaginifica. In questo contesto l'artista avverte "l'altro
da sé", non ancora definito. Questa forma indefinita, diviene
unità d'effetto straniante, un punto di contatto con le altre rappresentazioni
di pensiero del poeta, in cui si snodano le diverse tematiche sulla poesia
e sulla contaminazione del conformismo letterario e della massificazione
sociale.
La notte è la situazione per eccellenza per ogni forma ispirativa
e rifugio sicuro dell'artista.
2)
"...S'immagini un'arpa eolia che abbia tutte le gamme sonore, e
la mano d'un artista che vi mescoli ogni sorta di arabeschi fantastici,
in modo però che si oda sempre un suono grave fondamentale e una
morbida nota alta; s'avrà così press'a poco un'immagine
del modo di suonare di Chopin....Finito lo studio si prova l'impressione
di chi si vede sfuggire una beata immagine apparsa in sogno e che, già
mezzo sveglio, vorrebbe ancora intrattenere...ma, a che serve descrivere
con le parole?"
Schumann
Étude Fv21
A Fryderick Chopin
Una morbida nota alta
al nulla si rivolge con abili parole,
mentr'ella il fato avversa,
e della sorte acquieta l'imperituro assenso,
in docile accordo di franta armonia.
Fugge l'immagine estinta
che del solingo pensiero
l'illusione nutre,
mentre la man del pianista
tra i sentieri della notte, fuggevole scorre;
Ne accarezza gl'archi
e le volte di onirica lusinga,
ove corron le note, mute e diatoniche,
tra gl'albini prati d'immaginaria follia
incontrandosi in un sol punto di avversa concordia,
per narrar del crepuscolo le pallide storie
che in comun accordo, liete e d'inconsueto slancio,
danzano senza incliti confini d'alacre disturbo.
Se dal musical oblio, conduce in altre carte,
sott'altre note di notturna enfasi
il compositore illustre l'energico affondo,
allor vi si spenga tra i bianchi scogli di virtù indomita,
il nudo germoglio d'un estro la cui lode
al duplice fato non si nega in armonica sporgenza.
La poliedrica e coerente varietà motivica che deriva dalla scansione
ritmica delle strutture foniche, incornicia gli elementi prosodici del
testo (prosodemi) in una complessa struttura armonica.
In questa maniera, il poeta ha a disposizione una molteplice varietà
di cellule tematiche con le quali poter intrattenere rapporti dialettici
e di lirica tensione con le strutture solistiche, ampliandone così
la figurazione.
Sin dall'inizio della sezione, il tema si snoda in una scala discendente
di assonanze ed ardite difficoltà tecniche che si stemperano nella
consumazione del delicato lirismo descrittivo del verso finale (interrotto
con un drastico saltato fonico: "D'alacre disturbo").
L'Artificio Semantico in appoggio della Figurazione
Notturna
L'artificio semantico è costruito fondamentalmente e legato in
maniera trascendentale alle regole dell'arte retorica. Il suo sviluppo
incatena le parole in un limbo linguistico, al fine di promuovere un'amplificatio
dell'immagine evocata dalla parola stessa. Non più una subordinazione
denotativa che rimanda a se stessa ma che in absentia la renda più
ricettiva alla seduzione del messaggio. Una struttura duale che significa
opposizione di movimento, di dinamica, di colore e di sfumature.
Il contrasto semantico genera, in questa situazione, nuove forme, procedure
di composizione che si arricchiscono con il tema della variazione, forma
traslata destinata ad esaltare l'elemento virtuosistico e decorativo della
melodia e dell'armonia musicale.
La polisemia è forza poetica, che in virtù della sua carica
espressiva fa nascere delle forti emozioni, per poi ricondurle ad una
struttura primigenia, introflessa nel proprio senso comune (aspetto denotativo).
La polisemia intesa come molteplicità accettiva flette la sintassi
del testo ed adotta un nuovo linguaggio che procede per immagini. Le incatena
in silenziose strutture e conferisce loro autonomia, trascendendo le parole
stesse.
Il linguaggio si adegua ad una nuova forma, incita a forgiare un nuovo
mondo isotopico in cui il traslato è sotteso ad una dimensione
non solo estetica del senso, ma anche di natura figurativa. Lo stesso
silenzio, il muto tacere della sintassi, trasposto in una nuova struttura
che le preserva da ogni forma di sterilità creativa, acquista di
per sé una forte connotazione, esprimendo l'inesprimibile...un
dire senza dire!
Il testo diviene così un costrutto poetico, in cui l'uso virtuosistico
non scade in semplice piacere poietico.
(pubblicato sulla Webzine-blog Kinglear da Giuseppe Iannozzi)
La Tecnica Euritmico-Trascendentale e le Dinamiche
degli Studi Trascendentali
(dalla Sezione armonica degli Etudes Poetiques: L’Etude d’exécution
transcendante)
L’Etude d’exécution transcendante, in quanto manifesto
della prima serie dei Trascendentali, offre una doppia sfida anche al
lettore: tecnica e musicale (come del resto tutta la complessa serie dei
trascendentali poetici). Nel cuore dell’opera traspare una profonda
forma d’ispirazione trascendentale che permette ad ogni individuo
che abbia gli strumenti adatti, di portare alla vita uno straordinario
impatto emotivo e figurativo, che grazie anche alle difficoltà
tecniche del testo nasconde, specie in fase recitativa, una sorprendente
ricchezza melodica, armonica e d’atmosfera, ricostruendo così
l’ambiente di quel mondo illusorio che noi chiamiamo «sogno».
Riprendendo il discorso esposto nell’introduzione del manuale, il
poeta non compone più secondo la classica tripartizione delle strutture
ma segue il suo istinto “musicale”… egli diviene il
poliedrico compositore che opera attraverso spartiti testuali.
La conduzione del tema prosegue in una delicata e sottesa tessitura in
cui l’elemento dinamico assurge ad intera chiave fonica. L’introduzione
viene presentata attraverso un prostetico slancio tensivo, appoggiato
e rafforzato da un flebile diminuendo allitterativo fino a designare una
chiara cadenza; con questa trionfale entrata in scena, in cui la linea
melodica viene flessa da continue apofonie, si fa avanti la seconda strofa
che lancia allo sbaraglio una progressione allitterativa a tre voci, individuata
e rilevata dal seguente sviluppo (introdotto dal termine deittico “ove”,
che ne definisce interamente lo spazio nella struttura armonica). La peculiarità
della progressione allitterativa a tre contrasti fonetici, come del resto
peculiarità del tema contrappuntistico in musica, è la presenza
di più voci; in questo caso, il trasposto letterario risolve l’ardua
condizione con l’immissione nei singoli versi di una serie d’omofonie,
simulando in questa maniera l’ascolto di più registri. Le
omofonie sono soprattutto contrastanti con le diverse assonanze o consonanze
presenti, sconfinando nella costruzione di neologismi su misura (ad esempio
il termine flugge che sta per fluisce).
Étude d’exécution transcendante
Diparton in armonica quiete
le eroiche corde d’intrinseca fuga,
e di un semitono vibra la scala silente
donde al nulla si eleva in siffatta direzione.
In suadente ed idillico moto
d’ambrotico verso ed allungo
un preludio di quell’accordo la luce contrasta,
finché serafico e violento, stridente e cheto,
l’aere invoca in notturno volo il placido arpeggio,
ove del passato drammatiche ombre
scrutano e penetrano il cuor di un musicista
come dimesse ricordanze che meste ed irrequiete,
tra i fiocchi di neve van giù in melodica cadenza.
Fluenti i nodi si sciolgono dalla treccia sbiadita
allorché, cheta e smunta una nota si diparte;
involve del suo nucleo la disarmonica essenza,
flugge e contorce della coda l’indomito senso,
ed allor della cromatica vetta la cima, fragile dirompe.
Di leggiadro e rosato pallor, il viso adunque si specchia
in quel lacustre abisso di tonalità dimesse e spaurite
mentr’ella il crine ad una singola corda fulgido tende;
evolve del suo filamento la pudica ed amorfa quiescenza,
finché maestoso e duttile, un fraseggio all’ombra diverge.
Dallo Studio Trascendentale “Acaule Rosa”
(Omoteleuto e Dinamica)
In dinamica Maestosa, l’imponente tema inaugura la conduzione della
figurazione fino ad incrociare la strofa aperta dello sviluppo, che inattesa
interrompe la continuità armonica, svelando così il suo
carattere grave. La quiete di questo sviluppo opera un’improvvisa
rarefazione figurativa, entrando in contrasto con la seguente strofa;
quest’ultima condivide la medesima struttura della prima sezione,
lasciando il quarto periodo ritmico aperto, in modo che la fase espositiva
sia ripresa da una similitudo carica di tensione in quinta strofa (“Come
l’Inverno di una stagione / il tempo si chiude…”). Si
noti a seguire un simil chiasmo che in questo caso non retroverte il verso
ma genera un accordo d’appoggio ai versi successivi. L’ingresso
della seconda sezione è interrotto dal rapporto fonico dell’omoteleuto
“turgido effluvio” che infrange la serafica atmosfera prodotta
dalla seguente similitudine (“come la Luna al Sole / durante un’eclissi
d’immota opalescenza”).
“Si eleva dai nettari di porpora
l’acaule rosa dal viso spaurito,
come rorida brina che del proprio sangue
la castità nuda discioglie,
e della vermiglia cascata il turgido effluvio,
le si para di fronte come la Luna al Sole
durante un’eclissi d’immota opalescenza.”
…
“L’adombrata zona che dalla sua sagoma,
fulgida e percossa, altera si staglia,
inizia a fiorir come carne singulta
che del proprio seme il cammino arresta
ove di adusto ardore i timidi petali
con ambrosia ed assenzio
profusamente alla propria volontà asserve.”
…
“Come l’Inverno di una stagione
il tempo si chiude
ed ancor si dischiude
di un bocciolo la brezza autunnale,
finché quiescenti e caste, perfuse di vellutata linfa
le radici di parvidi alberi,
tra le tue cosce si diparton in aurea chioma…”
Dallo Studio Trascendentale “Farfalle Notturne
II” (Versi Aperti)
La poesia trascendentale “Farfalle Notturne II” è costruita
su una struttura di versi aperti; la prima sezione così come la
seconda figura una semplice e quieta alternanza dal tema morbidissimo
seppur drammatico. Da una sezione con verso aperto, distribuito sulla
seconda strofa, passiamo ad una struttura sognante, ripresa ed amplificata
da un'unica strofa aperta di tre misure. La compattezza della seconda
apertura deriva invece dal virtuosismo arabescato delle inversioni sintattiche
dei fiammeggianti iperbati e dalle introduzioni sistematiche del fino,
finché, che e ove, i quali operano una vibrante risonanza e risposta
ritmica sì di poetico impatto ma anche di eroica violenza (“ove
furioso s’innalza un trionfo alla pietà del proprio corpo.”);
si noti l’inizio in F+ sostenuto da un S+ per poi contrastare con
il finale in R+, cedendo così ad un prometeico finale di drammatico
e descrittivo lirismo.
PRIMA SEZIONE
STROFA APERTA IN SECONDA
“Volano in caduta libera le farfalle notturne
come al cielo piume sospese,
ed or discendono i pollini alari, lenti e veloci,
in crescendo e maestoso trillo,
ad alta voce della vita il drammatico senso,
ed ancor affievolisce la saturnide farfalla
dell’eburnee forme di quell’eterno vuoto, la discesa,
mentr’ella al terreno del tempo inchioda l’immortale quiete.”
…
SECONDA SEZIONE
STROFA CON APERTURA INTERNA
“Lacera le ali durante l’impervia caduta
fino a romper di quel crine ogni singola membrana
finché duttile si eleva la ritmica tensione d’uno sbatter
d’ali,
che dell’eteriche membra al vento ogni disio concede,
ove furioso s’innalza un trionfo alla pietà del proprio corpo.”
Studi Trascendentali II
Paralipomenes
Brevi Accenni
Nella continua evoluzione della tecnica euritmico-trascendentale, gli
Studi raggiungono una apparente stasi, lambendo le rive di quell’armonico
riverbero che si lega alla scoperta dell’uso estremo dell’Ellissi.
Una sintesi figurativa che lirizza e scuote la dimensione ideativo-immaginale
del testo verso un illusorio arenarsi sul più grosso scoglio di
difficoltà ermeneutica. Il connubio tra la forma espressiva e quella
del contenuto in vista del raggiungimento di una infinita densità
testuale. La seconda serie dei Trascendentali asseconda e culla questa
idea di sovradensificazione ideativo-immaginale, riservandosi spazi di
incontrollata poiesi a livello isotopico, una specie di ritorno arcaico
alle origini semantiche laddove codesto nostos linguistico al pari dell’eroe
greco, potrebbe non ricevere il favore divino di rivedere la propria casa,
così l’autore potrebbe non veder riconosciuto il significato
dei suoi testi a causa di un lettore troppo rigido o dominato dalla hybris,
che non si confronta con il suo alter ego di fruitore ideale ma vi si
immedesima così tanto da operare una soppressione degli elementi
necessari ad una perfettibile ricognizione del testo.
Manifesto della seconda Serie è “Sul Notturno di Respighi”,
in cui è possibile scorgere le prime avvisaglie della tecnica ellittica,
appoggiata e corroborata da un forte uso della semantica digressiva fino
alla scoperta del principio primo della parola stessa. Segue il testo
di “Perla Notturna”:
Perla Notturna
Studio Trascendentale IIa Serie
S’aggira come perpetuo affluente
tra le bianche trecce d’armonico vanto
una rorida perla d’equoreo e d’inconsueto slancio,
ancor più reso quiescente e casto, dal semplice volto
d’un amor che le mie dita, mai più un tempo sfiora;
così discende di quella bianca scogliera il muto tasto
l’amor di un pianista errante e solitario,
poiché di lei conoscer non può il suo nome,
ora diffratto ed ancor più taciuto
tra i nudi lidi di quell’ostentato silenzio
ove il proprio ardor si spegne alla deriva
con fugaci note di un lamento notturno.
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