Elisabetta Liguori
130 Centimetri (ancora del far figli)
Una delle prime cose che ho voluto chiarire è
stato: - La mamma racconta le favole –
Perché capisse da subito con chi aveva a che fare. Conosco in maniera
passabile un solo strumento: cominciamo da quello, poi si vedrà.
Ho cominciato ad essere madre dalle favole che ricordavo.
Lei è femmina da quattro anni circa, perché anche se nata
nel 1998, non è stata subito femmina, lo è diventata dopo
un po’ per contrasto e vaga similitudine.
A litigare abbiamo cominciato subito, invece, che neppure si riconosceva
nello specchio. Guardava me ed era lo stesso, specchiata immagine del
cibo e del piacere intiero. Se era inviperita, mia figlia digrignava i
denti, ma se vedeva che rispondevo al fuoco, subito cambiava tattica e
prendeva a gutturare suoni melodiosi a cui non sapevo resistere. Si risvegliava
il mammifero tenuto al guinzaglio che era in me.
Poiché i versi risultavano grandemente ripetitivi e poco ci rassomigliavano,
dopo i primi otto mesi, mia figlia ha preso di mira il vocabolario. Orgoglio
di mamma. Ripeteva i testi di intere pubblicità e cantava canzoni.
All’inizio sembrava una vita facile, poi la sua capacità
di memorizzare e crescere è diventata un dato tangibile e sono
cominciati i guai. Abbiamo preso entrambe a far calcoli.
Mia figlia, non scherzo, ha una memoria da elefante permaloso e ricorda
ogni pulce, così tutte quelle canzoni le sono rimaste in testa.
Le canta ancora oggi, correggendo appena qualche sillaba rispetto al passato.
I regali, per esempio. Sembra che abbia preso appunti sull’argomento.
Ricorda con precisione maniacale ogni invitato delle sue prime cinque
feste di compleanno con candeline crescenti ed, in base al regalo ricevuto
da ciascuno di questi, ha deciso se era opportuno rinnovare l’invito
per il futuro. Rigorosa. Hai voglia a dirle che il regalo non è
dovuto, ma solo un gesto di cortesia e che gli inviti non si fanno per
ricevere dei regali.
- Se la Romy si mangia i panini al prosciutto che hai preparato tu, allora
mi deve fare un regalo, altrimenti vuol dire che è una maleducata.-
Sinallagmatica e rigorosa.
Una settimana fa le ho chiesto che cosa vuole fare da grande e lei, che
ha intuito il mio desiderio inespresso ha detto:
- Io non voglio fare la scrittrice; fa schifo fare la scrittrice, nessuno
lo fa; io voglio fare la giornalaia e pure l’attrice, la mattina
la giornalaia e la sera l’attrice. Si possono fare due cose?Io voglio
fare due cose.-
Dicono che con i figli è fondamentale l’esempio offerto.
Il fatto era che, giorni prima, l’avevo trascinata ad Avellino,
ad uno di quei mille premi letterari in giro per l’Italia. Era stata
buttata per ore come un tappeto, in prossimità del palco della
premiazione, rischiando di buttar giù la tovaglia color oro, gorgheggiante
e sbuffante di coppe e targhe, oltre ai manufatti in ceramica dei bambini
down, perché non riusciva a star ferma con i piedi. Non capiva
perché era lì. Neppure io, per la verità.
Voleva ritornare a casa a vedere l’ultima puntata di Elisa di Rivombrosa
e la mia risultava essere una violenza ben poco letteraria. Uno scontro
tra donne, piuttosto.
Lei non mette le mie scarpe, non usa i miei trucchi, non mette i miei
cappelli, neppure le mie sciarpe. Mi avevano raccontato che sarebbe potuto
accadere tra madre e figlia, invece a noi non è successo.
Il Natale scorso, mi ha detto chiaro e tondo che se non avessi distrutto
l’albero di Natale, che avevo appena edificato, ricavandolo da un
mandarino cinese – un po’ nano e spoglio, lo ammetto - con
fiocchi arancio e piccoli lumini di cera ecologica, e messo al suo posto
in soggiorno un abete sintetico con palle colorate, come quelli che aveva
visto in casa delle sue amichette del cuore, avrebbe cambiato famiglia.
Quella volta ho avuto paura, lo giuro.
Rassomiglia a suo padre, come lui è allergica agli acari ed al
risveglio le sue piccole narici sono un fiume in piena, con cornici di
croste scure ai bordi. Io le sto dietro con un fazzoletto in mano e lei
sbuffa. La detesto quando smoccola. Io le pettino i capelli quasi uguali
ai miei e lei strilla. Io le spalmo il dentifricio sullo spazzolino di
Tigro e lei scappa. In cambio chiede un soldino da 1 euro per ogni dente
che ha in bocca, anche se non è ancora caduto. Questo è
il nostro lunario.
Disegna di continuo. Usa colori invadenti che i tecnici del settore considerano
indicativi di una personalità dominante. Io sono sempre nei suoi
disegni; io e lei, ma io sono gigantesca. Sono molto più grande
sia della figlia che del padre. Quasi sfondo il tetto di casa con la testona.
Lunga e con i capelli di Medusa. Per il compito “una giornata con
la mamma”, mia figlia ha disegnato la nostra cucina abitabile, riproducendo
persino le nature morte alle pareti. Dentro la cucina ha immaginato madre
e figlia che fanno le pulizie con grembiule e straccetto. Fantascienza.
Una circostanza assolutamente irreale, pura fantasia, strazianti aneliti
domestici. La maestra era contenta per fortuna. Un buon voto aiuta sempre.
Allora ho dichiarato guerra agli acari, perché ho un sacro rispetto
per i desideri di mia figlia. Ho pensato: sarò come lei mi vuole
per regalarle ottimismo a piene mani. Un sacrificio onorevole.
Ma la guerra è durata poco. L’ho detto: tutte le guerre sono
inutili. Non ho resistito a lungo. Non mi vergogno della ritirata, anche
perché cambiare idea è un corso di ginnastica che frequento
almeno tre volte alla settimana. Faccio quello che posso. Non è
facile.
Siamo così vicine, e non è solo una questione di metri quadrati.
Cerco di pensare poco e bene, perché lei legge la mente, la mia
almeno. I miei pensieri di oggi, che si traducono in gesti ed espressioni,
sono i suoi di domani, identici e mostruosi. Le vedo fare le mie smorfie
che già odio e per non odiarmi troppo devo tenerla lontano, ma
appena mi allontano un po’, desidero ardentemente esserle di nuovo
vicino. Non abbiamo scampo; da quando viene forato il sacco, non abbiamo
scampo; né madre né figlia. Due ossi sotto lo stesso strato
di pelle che diffonde ogni malanno per metastasi. Condannate a pronunciare
per la vita un oceano di parole inutili, stupide, disoneste, per accorgersi
troppo tardi quanto in realtà siano state dannose o sorprendentemente
sincere.
Di nuovo il tempo tra me e mia figlia, come durante la gravidanza. Un
tempo che va oltre la volontà di ciascuno, che solo molto in là
troverà il senso che adesso non conosco. Certe volte mi rendo conto
che per insegnare qualcosa a qualcuno, questo senso mi dovrebbe essere
noto sin dall’inizio. Ma non è mica il Risiko: le regole
sono troppe per mandarle a memoria. Se sono di buon umore, finisce che
mi convinco che quel che conta alla fine è farsi compagnia.
Sento che la mia vita, ora come ora, è importante, perché
mia figlia è bella. Una responsabilità? Se non lo fosse,
sarebbe peggio.
Invece, mi accorgo ad ogni sguardo di quanto sia bella. I geni sono una
cosa balorda. Quante erano le combinazioni possibili? In questo avrò
avuto pure un ruolo: è certo. A me pare bella, ma non chiedo opinioni
in giro per sicurezza. Perché la bellezza serve e non raccontiamoci
frottole. Non voglio che qualcuno mi dica che mi sbaglio.
Forse, con un figlio maschio sarebbe stato più semplice. Di figli
ne ho voluto un secondo.
Mi hanno rotto con la storia del sesso sin da subito: - Bhe, la coppietta
è un’altra cosa! – per i parenti tutti.
Così ho desiderato che fosse maschio. Chiedete a mio marito.
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