Marco Montanaro
PRIGIONIA IN PRIMA PERSONA

Probabilmente il mio problema è che non riesco ad uscire da quest’incubo della prima persona – questa mia vita, i miei sogni, le mie donne, le mie angosce, il che mi fa sentire terribilmente vicino a Sanremo. Dovrei riuscire ad uccidere il chiaro di luna, forse, o trasferirmi in uno di quei paesini calabresi, al confine con la Basilicata, in cui ci si ubriaca dalla mattina alla sera, vigili inclusi, e fare studi sulla devianza come un semplice Durkheim. Durkheim, perfino lui è più semplice di me.
Mi trovo in un momento di chiaro decadimento fisico e morale. Invece di masturbarsi coi Montaga, il Giorgio Aurispa di D’Annunzio avrebbe potuto abitare il mio corpo e la mia anima. Non ho idee e non ho nulla da dire o da dare, e in più il mio corpo ingrassa e perdo i capelli. Ora, prima che il Sacro Lettore Che Cerca La verità Che Esaurisca Il Reale pensi che questo è un delirio da adolescente, motiverò i miei dissidi corporali. Ho una cisti sul culo che sanguina e mi fa sentire una donna con le mestruazioni –ECCE HOMO!-, una sinusite che cresce come un bel bambino americano figlio di immigrati svedesi –ECCE HOMO!-, e quattro denti del giudizio che a turno spuntano sulla spiaggia come un si bemolle –ECCE HOMO!-. Sanguino come il costato del primo comunista, e appena mi immergerò in una pozzanghera mi rispunterà anche l’otite –ECCE HOMO!- queste autofustigazioni non mi faranno uccidere il chiaro di luna.
Ricordo che quando mio zio stava male pregavo di notte. Pregavo a modo mio, certo, niente fioretti o cose del genere, ma il mio era quasi un ricatto. “Se ci sei non puoi lasciare che mio zio muoia”. Se Dio avesse riso avrei potuto solo dargli ragione. Del resto quando ci siamo incontrati in un pub irlandese, me lo ha candidamente confessato; si, lo facevo sorridere teneramente. Però diceva che mi preferiva all’epoca, candido, ingenuo, però passionale. Ma vaglielo a spiegare che devo uccidere il chiaro di luna. O che ora sono un comunista-pragmatico-materialista-stoico-ateo-storicista-internazionalista-anticlericale-radical chic-vagamente kitsch. Un agglomerato di schifo, direbbe qualcuno.
A un certo punto uno crede che il problema siano le donne. Magari. Il mio cruccio è l’autoproduzione. La distanza che si è creata tra artista e pubblico; il fatto stesso che ci sia un pubblico o un artista, ma dov’è scritto? Non per fare il nostalgico, ma l’uomo ha scoperto l’arte come via d’emancipazione, non come lavoro. E poi dove sta scritto che devi averci un apparato iper-professionale per produrre un album o un libro o un film? Per fortuna le nuove tecnologie sanno essere più umane dei discografici, e ben presto avremo gente che si produce e si scambia musica o scritti prodotti nella propria stanza. E pensare che ormai parlo solo di cazzate, e probabilmente la mia ragazza mi ha lasciato per questo.
Per fortuna c’è Rino Gaetano, che ascoltavo da piccolo e ascolto ancora adesso. Lo trovo attuale, molto più di Bruno Vespa o di Gianni Minà, anche più di Marx o Travaglio. Quando ho letto la sua biografia mi sono immedesimato così tanto che pensavo d’esser morto anch’io. Però è stato allora che ho cominciato a scrivere seriamente.

Signori della giuria,
date le circostanze esposte riguardo all’autoproduzione, riguardo al decadimento fisico e morale dell’oggetto in questione, dichiaro:

-che non ascolterò più musica su disco, eccezion fatta per Rino Gaetano;
-che non scriverò più;
-che vestirò sempre con una tuta rigorosamente felpata;
-che mme devo da fa’ la doccia, e spero che me venga ‘na congestione.

L’UNDICESIMO GIORNO

Madrid, Europa, un giorno di marzo. Dicono che l’esplosivo usato è diverso dal solito. Ma non mi interessa. Tra qualche giorno sarò anch’io in una stazione. Anch’io a guardare persone come me, che camminano e partono, arrivano, si muovono. Dovremmo forse aver paura di respirare? E di muoverci e di camminare? E di raccontare tutto questo?

Lecce, Europa, alcuni giorni dopo. Qualcuno vuole farci paura… Forse quel qualcuno lo abbiamo votato, lo abbiamo finanziato con soldi e credito… Di sicuro quel qualcuno sta più in alto di noi. Ed è questo che ci dovrebbe far restare immobili. Ma dobbiamo continuare a muoverci, a correre, correre più di prima. Inseguire la bellezza, insegnarla a chi è rimasto indietro, a chi ha ancora paura. Dobbiamo creare cose belle, o almeno inseguirle, sognarle, rassegnarci all’esistenza di una bellezza irraggiungibile piuttosto che a quella del male.
Vogliono farci pensare che il male stia tutto da una parte, che sia assoluto; che gli uomini malvagi siano tutti d’un colore, e gli stessi capelli e le stesse unghie; che credano tutti nell’odio, e che noi siamo santi o martiri, ma a noi tutto questo non può più interessare. Chi siamo noi? Noi possiamo crepare d’inverno, noi possiamo essere suicidi, possiamo vestire di bianco o di nero. O possiamo essere liberi e felici. Dalla paura nasce l’odio, dalla bellezza la libertà.

Stazione di Lecce, Stati Uniti, un giorno prima di Roma. Si, domani sarò anch’io in una stazione, sarò anch’io in una metropolitana a guardare con sospetto il tipo di colore che mi sta affianco. Ma chi sono io? Sono falso, parlo di bellezza e libertà, ma io stesso non sono un creatore né dell’una né dell’altra cosa. Non lo sono nel privato e nemmeno in queste mie lacrime, che appunto non invocano bellezza, ma sono solo sfoghi, non servono a nessun uomo. Sono falso, perché forse non sono un artista, o perché queste lacrime sanno solo sforzarsi di essere atemporali. Ma non è questa l’arte, ed io stesso non oso guardarmi allo specchio, non riconosco l’autorità di quel cervello al pezzo di vetro, quindi muoio anch’io all’undicesimo giorno.

Stazione di Lecce, Iraq, sul treno per Roma, Italia, alcuni minuti dopo. Comincia il mal di stomaco. Cominciano i pensieri. Ma forse non andrà male. I prati si presentano verdi e il viaggio caldo. Ma temo ancora per la mia misantropia.

Roma, Italia, un giorno di marzo. Confusione totale, senso di bellezza. Limpidezza. Accetto tutte queste formiche, oppure sono fottuto. Senza paura, non posso, non più.

Roma, Afghanistan, 15-03-2004. Sotto il verde, c’è un gran sole. Le palme formano un rombo di cielo sopra la mia testa. Steso, non chiedo nulla al vento e alle parole che trascina. Steso, guardo le donne, e voi uomini non chiedetemi cosa voglio, non posso desiderare le vostre donne più di quanto non lo facciate voi; voglio solo guardare, per una volta. Solo raccontare, per una volta. Per una volta essere un puntino, non pensare con lo stomaco alla mia vita. Non mi interessa del vento e delle vostre parole che trascina. Non voglio sapere se siete stupidi o acuti, posso solo ascoltare, per una volta. Per una volta smettere di essere vigile, chiudere gli occhi, svanire zitto sotto il vostro stesso suolo.
Tutti i mali della città e delle formiche sono ancora nella mia testa, ma per una volta vanno a farsi benedire. Ma lasciatemi fare, sono qui per guardare, come al tempo che non conosceva dolore; rimanete dove siete, non vi avvicinate, non c’è bisogno, regalate le margherite a qualcun altro, sono qui per guardarmi attorno; eliminate la paura di questi nostri giorni e dell’undicesimo infernale. Per una volta tutto ciò che potrei fare o dire non ha alcuna importanza, e ciò che faccio o dico lontano da qui si sposa con questa moltitudine; per una volta posso applaudire, smettere di essere vigile, chiudere gli occhi, svanire zitto sotto il vostro stesso suolo.

CERTE VOLTE

Posso prenderti sull’erba? Le dissi un giorno di maggio, o di marzo, non ricordo. E lei, la dolce diva dell’estate, avrebbe dovuto rispondermi qualcosa. Invece partirono i prati e le api, e la mia testa e i miei occhi.
Certe volte penso che tu sia un gioiello, che tu possa esserlo, prima o poi, via da qui, via da qui.
Altre volte penso che tu possa essere
semplicemente
merda
Semplicemente come tutto, semplice come tutto.
Posso prenderti sull’erba? Chiesi timidamente, come un bambino alla madre, ad ogni madre, alla diva dell’estate. Non già della primavera.
Certe volte penso che tu possa essere fatta d’aria, leggera più d’ogni vita, più d’ogni vita che emana calore.
Altre volte penso che tu sia fatta di carne, come ogni ragazza in bagno, come ogni verso deforme di questa poesia.
Posso prenderti sull’erba? O almeno essere schiaffeggiato, o almeno calpestato, o almeno… Esci dalla tua indifferenza, seppure divina, seppure trascendentale… Mostrati! Dolce diva dell’estate..
Certe volte penso che tu non abbia nulla da raccontare a questi folletti, altre volte penso tu sia semplicemente un folletto come gli altri, che non meriti questi prati…
E tu non dici e non fai, tu non vuoi esistere, né per me né in me, tu rifiuti, tu mi opprimi, tu mi blocchi, tu vuoi che io ti neghi, tu vuoi che io non sia più qui, io che già temo
di non esserci mai stato.

IL PAZZO NON SA D’ESSER MATTO

Un violino amplificato- ipotesi tumorale- quest’anno desolato, buttato- il futurismo a Lecce- questo mondo immateriale- quel mondo materiale- i dibattiti nell’altra stanza- la scarpa che schiaccia la testa all’uccello- il jazz da bambino- il computer adolescente- la RAI negli anni ‘80- le madri ubriache- le poesie basate su opposizioni- versi nominali- accumulazioni parossistiche in musica- i suoni come colori- le auto abbandonate sui viali- la malattia che forse va via.
Il pazzo non sa d’esser matto.

LA PERSISTENZA DELLA MATERIA

Leggendo d’un meriggiare altrui
rimasi assorto, con l’oppio
che sfiorava le mie narici
I miei occhi che penetravano
il muro e il cemento che mi circondava

Il muro immobile
Le pietre dure
Tutto caldo
Tutto immobile
La persistenza della materia
A non farsi penetrare
Quasi negava la mia esistenza

La persistenza della materia
mi lasciava ammutolito
Gli occhi sbarrati
Quasi un non-luogo
E il muro non era che muro
E le pietre nient’altro che pietre
E il sole solo luce
E il cemento solo
Arido
Cemento

Eppure il mare un tempo mi cercava
Con le onde che venivano a riva
Che venivano a noi

1 GIUGNO, IMMOBILITA’

La stanchezza tipica
della corta stagione barocca;
Il mio pensiero frustrato
dall’arrivo del mare;
I vecchi immobili
su pietre millenarie;
Il sudore triste
su braccia more

Il riposo imposto
dalle onde che arrivano;
Il dolore ghiacciato
dal caldo di persone;
La luna luogo unico
delle notte meno rare;
Il sole costante
della stagione breve

La festa del giorno dopo
ricordata da chi c’era;
La festa del giorno dopo
strappata a chi la merita;
Il mio pensiero immobile
che non sa più danzare

I gerani sul balcone
di chi esce dopo pranzo;
Il sorriso stampato
nella città sola e bianca;
I versi di pochi animali
che scelgono il verde;
I film in bianco e nero
di un’altra Italia

La festa del giorno dopo
ricordata da chi c’era;
La festa del giorno dopo
strappata a chi la merita;
Il mio pensiero immobile
che non sa più danzare

VISIONI

Fasci di parole e suoni
Un quadrato giallo e in mezzo il bianco
E poi il verde
Poesia intramuscolare
Ci metto ciò che vedo
Inevitabilmente
Ciò che sento
Prendi il toro per la coda
Prendi il toro per la coda
Mani sudate e tutto scivola
Mani sudate e pochi ricordi
Tutto trasfigurato
Tutto trasformato

Fasci di parole e suoni
Un quadrato rosso e in mezzo il giallo
E bianco
Una poesia intramuscolare
Rende tutto malinconico
Fasci di parole e suoni
Il poeta ha la voce monotona
Bagna e ignora
Inutili accordi
Il poeta ha un abito bianco
Si strappa le sopracciglia e la barba
Il poeta non esiste

POESIE

Le poesie
giovani e belle
vergini e suicide
Come le galline
Corrono
col collo spezzato
Senza memoria
di alcuna testa

THE END

Lascerò tutto al caso
forse

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