Beatrice Protino
Grave come un la in prima ottava
Innocuo come un uccello impagliato, come pelle di tigre che fa’
tappeto, aveva fumato, immobile, e guardato quella tela per tutta la sera,
ad occhi spenti.
Il timbro di allodole di un pianoforte lasciava ora che l’aria ululasse
le notturne sillabe sconnesse di mistiche finestre spente e di rantolo,
rantolo di quei maledetti gatti, maledetti prostituti d’amore.
Aveva radunato le ultime tre sigarette una accanto all’altra, sul
tavolo, alternate, filtro giù filtro su, giallo bianco, giallo.
Miasma di tabacco e di aria bollata facevano pelle ormai del corpo nero
del suo appartamento, al quinto piano in quel palazzo crepato di cent’anni.
Prese una sigaretta dal tavolo e iniziò a rigirarla lentamente
fra le dita, il suo fare pedante, ogni volta prima di accenderla. La portò
alla bocca e lasciò che quella rimanesse, spenta, appiccicata fra
le labbra, fino a non percepirne più nemmeno la presenza, entrata
ormai nel presepe muto del lento e sottile divenire sottopelle, lupo ostile
di finti disagi, maleodoranti.
Pensò al tempo, capriole lente e pugni e gambe accavallate e draghi
spenti e tela vuota, il fiato corto, l’assenza di vitalità
e rispetto.
Ad ampi tratti sentiva strisciare il filo spinato dello sguardo degli
occhi senza carne eppure indulgenti di lei dentro i suoi, la grazia, la
mafia di quella trama, ragno e tela e vampe, e quel suo crimine: la condanna.
Compiva allora sospettosi passi fra le lagune del suo cuore la fiera dei
trascorsi di occhi lucenti e palpebre umide di riflessi diroccati e tramonti
e narici bramose di apnee – d’acqua.
L’aveva osservata, ascoltata urlare il suo Essere, le sue variazioni
d’accordi senz’anima e poi le era andato accanto, aveva accarezzato
i pori spessi, il suo corpo freddo. Con delicatezza, lei tradita sorrideva
di idee nefaste di morte e di niente e di città vuote di canti
e saltimbanchi, navigando flutti di noia in silenzi, orrendi, era salito
al collo,alito al collo, assassino e dio, l’aveva bagnato, baciato,
stretto, piano, con le mani forti e delicate del pittore, fino a farle
perdere il fiato e la vita..
Adesso, superba la tela, aveva ritrovato finalmente identità e
destino, dipinta di scia rossa continua.
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