Andrea Vincenti
LA CHITARRA
Lenta scorreva la vita a St.George, preparando favorevolmente lo scenario
alla nuova stagione che era oramai alle porte: l’autunno.
Ora potrei dire, per attirare l’attenzione di chi leggerà
queste pagine (se le leggerà)… che sembrava un anno diverso
dal solito, che nell’aria bazzicava un umore nuovo, che c’era
un aria d’attesa… bene amici, ma non era così, quindi
se volete continuare a leggere lo fate a vostro rischio e pericolo. A
voi i deliri di questo vecchio pazzo, intrepidi lettori.
Nella città di St. George viveva un tipo veramente strano, e se
ve lo dice uno come me dovete crederci.
Era un uomo che si avviava verso i sessanta, un piccolo uomo nero, già
il fatto che fosse nato nero e non caffè-latte da una madre bianca
e un padre nero, già la dice lunga sulla sua unicità e stravaganza.
Adam Claiton, questo il suo nome, abitava non proprio in città,
ma a una decina di chilometri da St. George.
La città si trovava proprio sul confine tra Utah, Arizona e Nevada,
la sua casa si trovava quasi precisamente nell’incrocio dei tre
stati.
Quasi a riconfermare, anche per i più scettici, la sua natura predestinata
di diverso e irripetibile.
Il vecchio Adam non aveva una vera e propria casa, ma un assemblaggio
di rottami, messi però in modo piuttosto gradevole e razionale.
Era stato il guardiano di un piccolo cimitero, anch’esso sul confine.
Ora abbandonato, sconsacrato.
Ma lui si riteneva ancora il custode.
E così coltivava il suo piccolo orto in dieci metri quadri presi
in prestito al cimitero, che ora non aveva nemmeno lontanamente l’aria
di esserlo stato.
Da quel posto c’era una vista spettacolare. Lui ne era innamorato,
infatti ogni sera verso il tramonto si sedeva sulla sua sgangherata sedia
a dondolo di vimini e si godeva lo spettacolo. Quella era la sua televisione.
Quello il suo programma preferito.
Lo so che ora vi state già chiedendo come facesse a vivere, dove
racimolava qualche moneta.
Ebbene, il vecchio Adam aveva sì le tasche lucide, forse la parte
meno consumata dei suoi vestiti, non le usava nemmeno per metterci dentro
le sue mani perché troppo grandi; ma tutti i pomeriggi dava lezioni
di chitarra a tutto il paese.
Non è che ci guadagnasse una grande cifra, ma era sufficiente per
comprare semi per la piantagione, a volte anche per la carne.
Poi essendo un formidabile pescatore non aveva bisogno di comprare pesce,
e qualche volta, quando la giornata era buona, lo vendeva al mercato delle
6 di mattina a St. George, facendo concorrenza ai venditori che venivano
da Cedar City.
Il vecchio Adam amava più di ogni altra cosa suonare la chitarra.
Per lui era come fare l’amore con una donna affascinante d’altri
tempi. La sua vecchia Gibson le aveva sempre ricordato la sua maestra
dei primi anni di scuola.
Ne ricordava persino il profumo, mai più risentito in giro.
Insomma trattava la sua chitarra come fosse la sua amante, la sua compagna,
la sua confidente, la migliore amica che avesse mai avuto.
Nei pomeriggi addottrinava al blues quanti più pargoli possibili,
perché per lui era una vera e propria missione. In paese era chiamato
Rev.B., che sta per blues.
Certo gli rideva dietro mezzo paese, ma lui non si curava della gente,
non si era mai preoccupato più di tanto di relazionare con i suoi
concittadini, nemmeno quando per due anni di seguito ebbe la carica di
assessore.
Per il vecchio era così unico e magico carezzare quegli spaghetti
argentati. Era così bello da quelle carezze dar voce alla sua anima,
al suo cuore, che apriva solo e soltanto per la musica, e la sua fedele
Gibson.
Un giorno venne da me. Portandosela dietro.
Io lavoravo allora in un piccolo negozietto nel centro di St.George, dove
valutavo la roba che tutto il paese mi portava. E dovevate vedere cosa
non c’era nel mio magazzino! Cianfrusaglie a non finire, aggeggi
a cui tutt’ora non ho dato una chiara definizione, insomma ci siamo
capiti.
Il vecchio Adam entrò nel negozio e fece quello che non mi sarei
mai aspettato da lui.
Si avvicinò lentamente, indugiando un po’, com’era
il suo fare e accadde più o meno quanto segue:
<< Ciao Jeff >>.
<< Ciao vecchio Adam, dimmi tutto >>
<< Vorrei sapere quanto mi puoi valutare la mia ragazza, –
che sarebbe la chitarra - >>
<< Ma scherzi Adam!? >>
-Certo che no, non ti preoccupare oggi non ho ancora visto nemmeno il
profumo di Daniel’s!
<< Come vuoi…beh vediamo un po’, fammi vedere…mmm…guarda
non sono un esperto di strumenti musicali, ma io ti darei una buona cifra,
diciamo quanto ti basterebbe per comprarti una buona moto che si rispetti
>>
<< Affare fatto! >>
<< Ma sei sicuro? >>
<< O mio dio! Certo che sono sicuro, vuoi che te lo metta per iscritto?
>>
<< Ok…eccoti qua un po’ di gruzzoli >> e gli diedi
quasi tutto quello che avevo nel mio deposito. Diciamo pure che quella
maledetta chitarra era stata la mia rovina. La sua fortuna.
Era il 16 Febbraio, e di lì a poco avrei chiuso bottega per sempre.
Ancora oggi credo che sia stata quella balorda Gibson a rovinarmi la vecchiaia.
Ma torniamo al vecchio Adam.
Lui si comprò veramente una moto!
Non so se lo avesse già deciso o se fosse stato ispirato dal mio
esempio. Quello che è certo è che la comprò veramente.
Credo di ricordare che la prese l’indomani di quel 16 Febbraio.
Alla fine di quel mese partì e da quel giorno non ebbi più
sue notizie, tranne inizialmente due cartoline, che ritraevano paesaggi
del Canada, e nient’altro.
Come potete immaginare in un paese piccolo, come era St.George, almeno
ai miei tempi, la gente si fa costruzioni mentali e fantasie inimagginabili.
Infatti correva già la voce che Adam fosse morto in un incidente
stradale nel Nevada, o che si fosse trasferito in uno chalet tra i boschi
canadesi.
Ma io non davo peso a queste dicerie.
Certo anche io ogni tanto lasciavo le briglie della fantasia e lei subito
mi costruiva nella testa grandi avventure che avevano come protagonista
il mio vecchio amico Adam.
Già, eravamo amici sin da quando avevamo sei anni. Eravamo coetanei,
per questo riuscivo sempre a capire cosa gli frullasse nella testa, eravamo
cresciuti insieme.
A ventanni eravamo inseparabili. E chi se lo scorda più.
Ma lasciamo da parte i sentimentalismi, altrimenti dovrei scrivere un
altro libro.
Adam oramai mancava dal paese da 12 anni, nessuno lo cercava, e forse
a pensarlo ero rimasto solo io. L’unico amico che aveva qui in paese.
Io che avevo avviato un piccolo bar alle porte del paese, cercavo di pensare
ad altro, e un po’ avevo imparato a non pensarci. Tanto che divenne
un’ abitudine. Riuscì a rassegnarmi e a consegnare la sua
immagine e il mio affetto per lui al passato, al ricordo.
E nel paese che si stava ingrandendo sempre più, la vita scorreva
piuttosto tranquilla.
Dovevate vedere i pubs che sorgevano come funghi dal nulla, diamine! Erano
diventati tutti birraioli in quel letamaio di paese?!
A quanto pare sì, io ero forse l’unico ad essere rimasto
fedele al mio vecchio caro wisky.
Ogni sera mi sedevo davanti al caminetto a sorseggiare un bicchiere, leggendo
un buon libro. In quel periodo mi interessavo molto ai classici inglesi,
stavo leggendo infatti scritti di Eliot.
Non so, vado a periodi, allora mi piacevano un sacco, oggi invece non
li sopporto…non so che dire.
E insomma la vita scorreva anche in quella fogna di paese che era diventato
monotono.
Ma io, Jeff Montrey, perché vi avrei scritto tutto questo? Adesso
capirete.
Una sera di inverno, era dicembre inoltrato, accesi come ero solito fare
il mio buon caminetto per riscaldare le mie membra congelate anche se
coperte da vari strati di lana.
Notai una cosa alquanto strana; la vecchia foto che avevo sul caminetto
che ritraeva Adam e me in una estate in cui avremmo avuto massimo venticinque
anni, era capovolta!
- Cristo santo! - dissi tra me e me.
Non riuscivo a capire. Poi pensandoci e volendo dare una spiegazione
razionale al fatto, pensai che forse la sera prima dovevo aver bevuto
qualche bicchiere di troppo, e… mi convinsi della mia spiegazione
ed andai a letto.
Per i tre giorni successivi però involontariamente la mia mente
andava a soffermarsi sull’accaduto perché non aveva trovato
la vera ragione. E si tormentava.
Persino quando ero saturo d’alcool la mia mente riusciva a pensare
fisso a quella cavolo di foto. Era diventata un’ossessione.
Passarono due settimane, e il male lo avevo allontanato, ora almeno riuscivo
a dormire.
E come Adam, anche quel fatto lo consegnai al passato.
Ma fu una mattina – ricordo bene - appena svegliato notai con occhi
ancora di sonno che sul soffitto c’erano strane macchie, come d’umido.
Rimasi sorpreso perché quella casa mi aveva sempre dato problemi
ma mai di quel genere, infatti ispezionai meglio dopo essermi alzato e
vestito.
Dopo una mezz’oretta che cercavo di grattare sull’intonaco
oscurato notai un particolare che mi lasciò piuttosto atterrito,
come forse mai ero stato.
Quelle macchie, con un po’ di fantasia, ritraevano il volto di Adam!
Ma io ero sempre stato un uomo pragmatico, almeno sino ad allora.
Diedi come avevo fatto per i fatti precedenti, la causa a fenomeni naturali.
Ma inspiegabilmente la paura rimaneva, e mi rimase per un mese intero,
tanto che decisi di parlarne con una mia vecchia amica che effettuava
ormai da tempo sedute psicanalitiche, insomma volevo vedere se stavo impazzendo
o no.
Un piovoso mattino di maggio mi recai presso il suo studio. Non distava
molto dalla mia vecchia casa, ma il freddo vento tagliava le mie gote
e le mie mani tanto che quando giunsi nello studio di Simone mi incollai
alla sua gran vecchia stufa di ghisa – per me stare incollati ad
una stufa o davanti ad un camino è uno dei pochi veri piaceri della
vita di un uomo -.
Simone era una donna affascinante, lo era sempre stata, e sembrava che
il tempo accentuasse questa sua caratteristica. Non ci sentivamo per lunghi
periodi, ma anche se ci si vedeva dopo più di un anno c’era
sempre un’intima intesa tra noi due. Forse perché ci conoscevamo
così bene. Perché i nostri caratteri erano simili. O forse
perché eravamo stati insieme per sei anni.
Insomma, aggiornai Simone sui strani fatti che mi eran successi nel giro
di pochi mesi.
Ne parlammo a lungo, come al solito voleva descrizioni puntigliose, e
via dicendo. Era una perfezionista.
Io mi aspettavo mi dicesse che stavo per diventare quasi seminfermo di
mente, invece mi parlò di cose a cui non mi ero mai interessato
e che non conoscevo affatto. Lei mi disse:
<< Caro Jeff, hai mai sentito parlare di paranormale? >>
<< Sì, beh, ma non c’ho mai capito niente! >>
<< Secondo me c’è di mezzo qualcosa che riguardi fenomeni
paranormali…analizzando le tue esperienze mi pare proprio di sì
>>
<< Ma scusa, non mi dirai che credi a quelle buffonate da baraccone?>>
<< Jeff, la psicologia ha fatto passi considerevoli in questi ultimi
tempi, e ti dirò, ha anche preso in seria considerazione questi
fenomeni che prima erano delegati, come dici tu, a maghi e fattucchiere
di paese >>
<< Simone, non capisco, sarà un mio limite, ma non credo
a queste cose>>
<< Jeff ascoltami, non è la prima volta che sento di questi
casi, credimi, non te lo dico per abbuonirti >>
<< Simone avrai ragione, ma non ci credo! >> ero come al solito
il solito parmenideo, senza sapere di esserlo.
<< Ho già trattato due casi prima del tuo, ti ripeto non
sei il primo>>
<< Mmm… >> e fu allora che mi venne in mente Adam.
Collegai quei fatti con la scomparsa di Adam.
Ne parlai per altre due orette piene con Simone e lei mi parlò
di defunti che cercavano un modo per comunicare con i loro cari quando
non avevano avuto il modo per, diciamo così, salutarli, o rivederli
per l'ultima volta prima di lasciare il loro corpo in pasto alla terra.
Quindi era Adam, era lui che cercava di comunicare con me, con l’unico
legame che aveva avuto sulla terra.
Così seguendo i consigli di Simone, prendevo appunti su tutto quello
che mi succedeva, relazionavo tutti gli strani fenomeni che avvenivano
tra le mura della mia casa.
E lo spirito di Adam non era affatto monotono, i fenomeni erano ogni volta
sempre diversi, prima le macchie, poi i quadri spostati, poi luci che
si accendevano e spegnevano senza nessun controllo, strani rumori, che
ora avevano assunto un senso di terrificante minaccia.
Da come potete dedurre da voi miei cari lettori, in quella casa non potevo
più vivere.
Negli ultimi giorni che rimasi lì persino le sedie avevano cominciato
a fluttuare per aria, come sospese da fili invisibii o come prese in un
vortice.
In luglio traslocai, andai in un monolocale, che si trovava di fianco
al mio bar, beh almeno un piccolo vantaggio nell’incubo c’era,
non dovevo svegliarmi presto (quando riuscivo a dormire) per andare dall’altra
parte della città per aprire il bar.
Ma io continuavo a chiedermi il perché di quei fenomeni. Mi ero
ormai convinto che fosse lo spirito del vecchio Adam, ma non mi ero ancora
dato un motivo plausibile.
A distanza di qualche giorno dal trasloco anche nella mia nuova residenza
incominciarono a sentirsi strani rumori, oggetti spostati, e così
via.
Quando credevo di aver allontanato il problema si ripresentò anche
rafforzato, infatti ora non solo volavano le sedie, ma anche il mio letto
era come impazzito, durante il giorno era incredibilmente fermo. La notte
una volta andato a letto, dopo cinque minuti cominciava a traballare,a
tremare, e sfido chiunque a dormire in questo stato!
La mia mente era sempre lì a frullare pensieri e a cercare uno
straccio di motivo che mi chiarisse l’origine di quell’incubo.
Pensate ero arrivato a maledire il vecchio Adam, ora esagerava.
Voi mi chiederete come faccio ad essere così sicuro che fosse lui…bene
amici, è una cosa che ci si sente. E’ come quando ai tempi
della mia gioventù improvvisamente mi balenava nella testa il pensiero
di Simone, ed eccola che dopo tre secondi mi chiamava al telefono. Insomma
ci siamo intesi. Telepatia. Telepatia, perdio. Simone tanto per tranquillizzarmi
mi disse che ero un po’ sensitivo, per questo il Vecchio sperava
che io capissi qualcosa.
Una sera davanti al mio caminetto in cui bruciavano rami d’ulivo,
ragazzi dovete sentire che odore…
Bene, mi venne in mente la soluzione del mio dilemma.
LA CHITARRA!
Ricordai che l’avevo ancora io, e l’avevo portata con me anche
durante il trasloco. Era quella maledetta Gibson di Adam, che non ero
riuscito a rivendere nemmeno al più squattrinato musicista. Era
come stregato quello strumento. Non lo aveva mai voluto nessuno nemmeno
per un cent!!
Bene, ero convinto che era la chitarra la soluzione del mio incubo. Chiesi
come a solito consulenza a Simone, lei mi disse che aveva già assistito
a una roba del genere, diceva che quando un uomo in vita era così
attaccato e affezionato ad un oggetto in particolare, così come
ad una persona, cerca di averla a tutti i costi, e senza volerlo però
manda in panico le persone che sono protagoniste di quei fenomeni strizza
cervelli.
Le chiesi la soluzione, e mi disse che dovevo seppellire la sua chitarra
nel luogo dove aveva sempre mato vivere, solo così potrà
riposare in pace la sua anima ed io pensavo tra me e me che anche la mia
anima e il mio corpo potevano finalmente riposare.
Così fu.
Non fui da allora più protagonista di quegli episodi.
Però ancora oggi, passando per il vecchio cimitero sconsacrato
dove era rimasta indisturbata la baracca del vecchio Adam, verso il tramonto
si può ancora sentire una flebile melodia.
Ancora oggi nei pomeriggi invernali, quando il sole è avaro e regala
i suoi ultimi raggi di calore, riconosco il suono della vecchia Gibson
confondersi col fruscio dei pioppi del cimitero, con le risa e le grida
dei bambini che giocano a baseball sotto la casa del vecchio Adam.
Io so che lui adesso è felice.
Per questo suona la chitarra per chi la vuole ancora sentire.
(22-11-2002)
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