Piergiorgio Leaci
POESIE
tratto da Onde stridule su mare di
gomma – Prospettiva editrice 2001
Senza sigarette, forse sarebbe stato diverso
Una candela al centro del tavolo
illumina e rende trasparente
la birra nel bicchiere.
Un doppio malto dal colore
rosso rubino trattiene
i pensieri.
Pochi sorsi
e la voglia ritorna.
Ritorna sempre
alla fine di ogni sorso.
Questa volta altri bicchieri
non aiutano a dimenticare.
Lei è sempre lì.
A aspettare
che tu ceda e ne accenda un'altra.
Sono un debole.
Un vigliacco della peggiore
generazione.
Quella che si è venduta l'anima
per alcool e tabacco.
Una dopo l'altra,
un sorso dopo l'altro,
un bicchiere dopo l'altro
non la calmano.
La rinvigoriscono,
la nutrono,
la rendono forte,
e tu, sempre meno resistente,
cedi a un nuovo compromesso,
a una nuova bugia:
tanto da domani non fumo più.
È inutile.
È vano.
La mano trema nervosa
e le dita stringono
la prova della debolezza,
della colpevolezza,
che col capo rosso sgargiante
brucia quel poco di buon senso
che è rimasto.
Il sacco a pelo
tra le gambe
e ti chiedi dove
passerai la notte.
La risposta non è tra un tiro e l'altro.
Forse non lo sai.
Non sai nulla.
O forse lo sai e fingi di non sapere.
La verità non t’interessa più.
Una volta non era così.
Era diverso,
più bello.
Continua pure.
Fuma con calma fissando
il bicchiere che trattiene i pensieri.
Un sorso, un tiro,
un sorso, due tiri,
un sorso, tre tiri,
una lacrima.
Finisce così.
Fine di un amore
La primavera era arrivata.
Camminavo per la via principale,
mentre gli uccelli ballavano nel cielo terso,
con i raggi del sole che si riflettevano
sulla mia faccia pallida,
confusa tra gli sguardi in cerca di qualcosa.
Non volevo
che finisse in quel modo.
Eppure era così.
Si era allontanata lentamente,
come aquilone sotto vento di ponente.
Sentivo ancora il suo sapore in bocca,
e lo gustavo come se fosse l’ultimo
sorso di una bottiglia di vino.
Intorno non trovavo
niente con cui placare il dolore,
l’ecchimosi di questo amore
che mi consumava.
Ho indirizzato le mie energie
verso un punto morto.
Arrivai fino alla fine della strada
e non vi trovai nulla.
Non ci sarebbe stato modo
per uscirne senza qualche cicatrice.
Entrai nel primo bar a riflettere.
La poesia è…….
Poesia è treno di fuoco
che corre su binari d’argento.
Poesia è tempesta
che scatena venti di emozioni
su uomini che vaneggiano cose
che non possono fare.
Poesia è creazione, distruzione,
una bottiglia vuota di porto,
un corpo di donna
nudo sull’arena,
il sole a mezzogiorno,
un’erezione al chiaro di luna.
Poesia è tutto
e niente.
Parole messe assieme per dare
ordine all’universo dei pensieri.
La concretezza dell’infinito.
Un calice d’oro che trattiene il senso della vita.
La speranza al poi.
Poesia è sbornia di sentimenti,
di menzogna,
di tracotanza,
di aspidi immortali che addentano il vuoto.
Poesia siamo tu e io,
un’alba di perle su un prato di smeraldo,
un gabbiano in picchiata sui flutti del mare.
Tutto questo è poesia.
Il resto non conta………
Notte pazza notte
Dopo un buon litro di vino tornai come nuovo,
con uno stupido sorriso da un volto gonfio,
con il cuore che batteva contro la cassa toracica,
quasi che volesse uscire.
Pareva dicesse:
“Mi dispiace Cocco! Ne ho avute abbastanza!”
Non sapeva.
Fuori era peggio.
Stappai un’altra bottiglia e misi un CD di Berlioz.
Le note si diffusero nell’aria, lentamente,
frenate dall’aria madida d’angoscia, d’avanzi di speranza,
da promesse mutilate da un sorriso che non significa nulla,
dalla vita senza vita,
dall’intelligenza umana che ha fine alla cintura,
da me, il nulla,
l’ombra di un salice innaffiato a Vodka con radici in fondo a un
lago,
senza voglia di scopare un corpo senza fianchi,
con i seni fiacchi, asciugati,
con il culo che dondola come pendolo senza corda.
Poi entrarono nella sala e si raccolsero al centro,
fiammeggianti, incandescenti, incazzate.
Esplosero in turbinio di colori, di lingue:
giallo, rosso, viola, porpora, magiaro, esperanto, sanscrito, swahili.
Alzarono le gonne,
tirarono giù le mutande e ballarono il CAN CAN
agitando quei giovani corpi vuoti che rinfrescavano l'aria,
senza spazio per sognare,
senza avere nulla da dare,
con zavorre marce nell'anima e tristezza nei volti,
come lucide lapidi di marmo
per il triste cammino delle loro esistenze,
pieno d'ombre, d'incertezze,
di sesso amaro al mascara
e lubrificante per preservativi,
di morte.
Raccolsi una manciata di tette,
adipe colloso lungo fianchi cadenti,
sudore unto misto cipria
e le chiavai.
inedito |