Elisabetta Liguori
TREDICI MILLIMETRI
Lui cresceva.
Tredici millimetri, intendo. Noi ne parlavamo senza serietà alcuna,
come capita quando si insegue con gli occhi un convoglio ferroviario senza
fermate. A pensarci meglio, erano gli altri a parlarne; io rispondevo
alle domande, tipo nome, sesso, segno zodiacale ( perché toro è
meglio che gemelli, non sia mai! ).
Piuttosto mi guardavo i fianchi. Enormi! E mi prendeva l’ansia del
ciclista in discesa; non del professionista alla Coppi, piuttosto del
ciclista domenicale, che prende la Bianchi datata 1973 in una primavera
del 1997; spolvera il sellino e si spara, come il primo colpo in canna,
lungo un sentiero di montagna, senza aver controllato i freni.
Era arrivato con il primo mal di stomaco il momento di riflettere sul
senso di questa allegra gitarella attraverso paesaggi sconosciuti, a velocità
da record. Si sa: l’andatura modifica l’impatto e l’aspetto
del paesaggio.
- Aspettavamo tanto questo momento! – loro: i parenti, tutti, persino
il cane, che adesso trascorreva le sue ore recluso, per ragioni di igiene,
in tre metri quadri di balcone coperto, sfogando la sua ira ed il suo
stupore contro brandelli di vecchi strofinacci da cucina.
Io aspettavo questo momento come un’alternativa. Mi dicevo: forse,
la vita può essere diversa. Accidenti! Avevo avuto un’ idea
durante i primi mesi dell’anno ed adesso avevo l’impressione
di averla ingoiata, facendola precipitare fino in fondo alla mia pancia.
Agiva come una specie di Mastro Lindo dalla forza di cento braccia che
aveva spazzato via, in pochi giorni, umore, papille e fantasie.
Tredici millimetri, intendo. Era stato lui.
Era quella l’idea che andavo a smascherare. E poi che altro era
se non un’idea? Una carica vitale spropositata, compressa, come
una molla, in un’idea.
Mio marito, in effetti, era saltato in aria la mattina in cui gli avevo
parlato. Avevo detto: - Pensaci! Un figlio costa poche lire tutto sommato,
soprattutto all’inizio, e fa anche bene alla salute. – Lui
ci aveva pensato; poi aveva luccicato. “ Ma comunque poi non è
vero che costa poco. “ Già, non mi sbaglio: questa è
un’idea che fa quasi piangere. Per tradizione.
Tredici millimetri è già in sé una sintesi efficace.
Indiscutibile, dopo la prima ecografia. Mi hanno detto che si era messo
in posa per la fotografia, al pulsare di un battito cardiaco impazzito
a causa del debutto televisivo. Io mi contorcevo in un languore da eroina
romantica russa al gusto di paglia e miele, che il popolo chiama nausea,
e lui niente: cellule su cellule dalla volontà prepotente.
Tredici millimetri intendo.
- Funziona così? – mi ripetevo. Si vivono ventinove anni
sciolti come granelli di bicarbonato in un bicchiere d’acqua naturale;
brodo vegetale in cui contano pochi giorni, alcune ore significative,
come rondelle di carota a galla, fino ad un evento principe.
Ci sono circostanze dalla cui volontà non puoi che farti investire.
Riflettevo con lentezza e già questa era una novità.
Decidere è faticoso almeno quanto vivere e se vivere, in fondo
mi piace, decidere di solito no.
Eccomi accontentata. Decidere? Mica ero io a decidere l’umore di
tredici millimetri; quello faceva come gli pareva!
Va bene, dovevo ammetterlo: avevo voluto che accadesse; non ero mica una
mammoletta persa e poi bastava leggere un settimanale con la copertina
lucida per capire come vanno certe cose. Ma adesso che c’era il
feto, non mi era poi così simpatico.
Averlo dentro, averlo accanto, averlo in testa, soprattutto, costringeva
a troppi cambiamenti; a passi che solo in parte potevano dirsi in avanti;
molti di questi rappresentavano delle vere e proprie regressioni. Sì,
quelle da manuale, con tanto di lettino, ciondolo da ipnosi e taccuino
per appunti.
- Guarda che la vita è piena di eventi come questi! – qualche
saggio in visita di cortesia predicava nelle ore di noia da riposo forzato
in un letto matrimoniale sfatto.
Era noia quella, non c’era alcun dubbio. Noia ignorante.
Forse quello che non riuscivo a capire in quel momento, sarebbe stato
colto a pieno dalla mia mente arguta, per quanto pigra, in un momento
successivo, magari dopo tre mesi di recupero in palestra. Unica consolazione
questa, frutto di un residuo di autostima, che forse la depressione post
partum avrebbe cancellato definitivamente.
- Leggi di natura! - in assenza di codici da consultare. Common law nello
stormire delle fronde al ritmo cadenzato delle stagioni.
E mentre le foglie stormivano o qualcosa di simile, lui cresceva, aldilà
di qualsiasi volontà altrui. Un motore da formula uno su un tracciato
facile, facile.
Tredici millimetri, intendo.
Noi non lo sapevamo che gli embrioni erano così caparbi. Se non
lo fermi con lucida determinazione, un embrione di due mesi tira dritto
alla meta senza incertezze, come se conoscesse già il percorso.
Faticavo a credere di essere io la strada. Salvo problemi di manutenzione.
Mio marito, in quei giorni, tra un consiglio, un’iniezione ed una
pasticca, poteva esserne la segnaletica. Mi sembrava perfetto nel suo
ruolo casuale: un cartello azzurro – FAMIGLIA: SETTE MESI E 13 GIORNI,
SEMPRE DRITTO SENZA SVOLTARE –.
Lui, il cui ventre non si riempiva di quesiti ginecologici, si sentiva
fiero e saldo, artista e pioniere, ma curiosamente non piangeva come una
fontana davanti a film da cassetta. Il marito di una gravida, se certo
di essere il padre, al più, fa delle buone imitazioni. E’
un'altra cosa.
Io, invece, mi svegliavo tre volte nel corso di un'unica nottata e il
mio pensiero più angoscioso riguardava la misura del reggiseno
ed il soggiorno prolungato a letto a causa del collo dell’utero
lievemente aperto. Mi pareva di udire correnti d’aria, come di finestre
mal serrate, che facevano tremolare il liquido amniotico come la superficie
di un lago. Era per quello che, a volte, di notte, mi sentivo eroica e
stringevo le gambe per non far passare un filo d’aria che potesse
disturbare il mio segreto.
Tredici millimetri, intendo. Era lui il segreto.
Tutta colpa di certi ginecologi avari di parole. Che diavolo poteva voler
dire che il collo del mio utero era un po’ aperto? Aperto come?
Aperto da chi?
- E’ preferibile la posizione orizzontale a quella verticale. –
quasi come essere un sacco rovesciato. Vivere in orizzontale, come le
parole di una pagina scritta, in mezzo a tutite, camicine, bavaglini fatti
a mano, scarpette di lana con il pom-pom, da riempirne i cassetti e i
cassonetti dopo; a dire “grazie, non dovevi, come sei cara e grazie
ancora”. Sempre in orizzontale, con sorrisi in diagonale.
- Sono i primi tre mesi quelli più difficili! – ma tre mesi
significano novanta giorni interi e, anche a voler escludere i primi trenta
già trascorsi, si tratta pur sempre di sessanta buoni -riposo da
ventiquattro ore ciascuno.
Mi annoiavo ed avevo moti di rabbia incontenibile a causa della mia incapacità
di far fruttare in modo degno quell’enorme patrimonio che credevo
fosse il tempo libero. Il tempo era troppo, ma nonostante ciò non
bastava. Vasca colma di miele che attira le mosche, ma resta immangiabile.
Ecco perché le gravide moderne sono più violente. Non sanno
stare ferme. Il tempo ha spalancato le finestre, le bocche e le cosce.
I libri che non avevo letto: la mia tristezza da sempre. Ma tredici millimetri
non sapeva leggere. Per ora. Io si, ero in grado di leggere, ma, in quei
giorni, i libri restavano all’esterno di una barriera invalicabile:
la nausea. Questa, più che una sensazione, era diventata uno status,
un modo di essere. Ci si identifica nei propri disagi; si sta in loro
compagnia; ci si restringe per far loro spazio.
Il mio non era più solo un disagio; era lo spazio temporale tra
un cambiamento ed un altro; l’unica linea retta che unisce due punti.
Si studia anche a scuola. Era il tempo con l’esatta coscienza di
essere tale. Un appuntamento sull’agenda, l’orario d’arrivo
di un treno. Giorni, ore, minuti.
Ci sono tempi e tempi. Il tempo, per essere davvero libero, deve essere
un tempo buono e consapevole, mentre quello che stavo vivendo era un tempo
muto e floscio come un cappello a falde larghe. Si diventa madri in un
tempo estraneo.
Un figlio arriva, quasi come un ladro di notte, provocando solo qualche
fruscio sospetto. Si muove alieno alla casa che invade. A volte infrange
la cristalleria.
Avevo acceso la luce l’altra notte. Saranno state le tre al massimo.
Mio marito dormiva voltato su un fianco, svettandomi accanto e rifiutando
le coperte; la bocca come una torta di panna con nel mezzo il varco di
una fetta appena tagliata. Ho creduto che quel risveglio sfornasse chissà
quale rivelazione. Tenerezze notturne.
Ma niente. Ho atteso seduta nel mezzo del letto un minuto, due minuti,
risucchiata dalle coperte. Caldo.
- Ci sei, davvero? – senza svegliare mio marito, ho chiesto. A tredici
millimetri, intendo.
Non ha risposto il feto interrogato ed io ci sono rimasta quasi male.
Poi all’improvviso mi è venuta una gran voglia di fare la
pipì. Anche mio marito si è svegliato e, con apprensione,
mi ha chiesto: - Tutto bene? – Gli ho risposto che mi era parso
di sentire i ladri in casa, ma mi è venuto da ridere.
Ci siamo addormentati tardi alla fine, senza parlare. Troppo caldo. Mio
marito ha abbandonato il suo braccio sul mio ventre con una leggerezza
che non conoscevo ed il tempo residuato, fino al mattino, si è
fatto di trama più sottile, finalmente trasparente come garza pulita.
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