Vito Lubelli
STORIA AFONA NON VERA
Salgo sul regionale delle diciannove e cinquantotto,
solo la sua sagoma è puntuale, stagliata quaggiù sugli ultimi
binari, destinazioni di poco conto, carrozze di seconda classe, esclusivamente.
Mi stropiccio le mani infreddolite, ho la fronte umida e le gambe accaldate
per la corsa. Non mi piace lo sguardo della gente sui treni, un tipo dall’aria
dura, ben vestito, con un grosso zaino da viaggio entra subito dopo di
me, arido e scocciato, ben incasellato nel suo stereotipo di giovane violento.
Sospetto di lui.
Una famiglia chiassosa è già nel vagone, le bambine schiamazzano
– in un vernacolo tra il tenero ed il selvaggio – il loro
improvviso amore per la littorina, la madre strilla e richiama Sharon,
nome d’importazione che mi suona troppo buffo mentre sono già
comodo e aspetto che si parta e inizio a sfogliare un malinconico manuale
di procedura amministrativa, palliativo per la mia coscienza in un corpo
da transfuga.
La locomotiva borbotta, le giunture miagolano, pronti a partire, leggo
i caratteri improponibili di un giurista scritti a macchina, espunti da
noiose lezioni di diritto degli anni ’60, il borbottio accelera,
un fischio, le bambine crescono in esagitazione il personaggio alla mia
sinistra in cupa serietà, piano il buio avanza la stazione arretra,
ecco la campagna siamo partiti.
Scorrono stazioni di periferia, qui è tutta periferia,
margine di nulla, sfrigolii che si perdono ai confini, nessuna concitazione
di civiltà, qualche raro salire e scendere.
La bambina Sharon mi spia due volte, sospetto di lei. Infila il muso tra
i sedili alle mie spalle, percepisco il suo tacere trattenuto e la curiosità
riflessa sulle pagine del mio libro opaco, mi volto e si ritrae torno
sul libro e nuovamente si affaccia sospesa col naso tra i sedili, mi volto
ancora di scatto e si ritrae definitivamente. Sorrido, molestato piacevolmente,
le stazioni mi lambiscono nella provincia, il personaggio dalla vacua
fissità tradisce degli accenni di sonnolenza.
La famiglia scende, finalmente pace.
Voci arabe dietro, lontane alle mie spalle.
Il tizio rossastro è sempre più chino sul suo sonno vaporoso,
la testa ondeggia inquieta per gli scossoni.
Ecco, le voci arabe sottili ma continue, il sonno del rossiccio che un
tempo è stato un duro da metropolitana, la quiete irreale del treno
che trapassa.
Entra Marcel Proust, lo riconosco dai lunghi boccoli
nerognoli dal naso affilato dall’aria smarrita, cerca qualcosa,
mi accenna leggermente con la mano sinistra fende lo scompartimento come
un fantasma, un’andatura lenta dettata dalla monotonia dal puro
incanto dell’irrealtà dalla paura del prossimo vagone. Non
faccio in tempo a dirgli che non troverà nulla. Il cupo dormiglione
non s’è accorto di nulla. Passa il controllore, biglietto,
ce l’ho come segnalibro di un manuale che non vuole leggersi tra
caratteri atoni e uno sguardo che mi devia verso il finestrino.
Quello si sveglia malvolentieri, esibisce il suo biglietto, l’ha
fatto! Svanisce l’ultima fragile convinzione che sia un tipo losco,
non potrei mai sospettare, così onesto e assonnato, così
indifeso dall’agguato della sera.
Il controllore è un omino dai tentativi austeri però bonario.
Basso, meridionale, complice della complicità delle carrozze con
il sibilare della notte.
Passa e scompare. Quando riapparirà poco dopo sarà per timbrare
il biglietto a due umbre teatranti appena salite alle mie spalle, attaccando
bottone invischiandole in un dialogo senza capo né coda né
senso, chi gliel’ha chiesto, non voluto appiccicoso di una gentilezza
asfissiante. Ma per allora ormai sarà troppo tardi.
Le signore ossigenate voce ben impostata scendono un paio di fermate dopo,
le voci arabe pacate sono scomparse in un momento imprecisato, del controllore
sono rimasti solo la giacca canonica col distintivo F.S. ed il berretto
appesi affianco al finestrino macchiato d’umido e la valigetta sul
sedile, il rossognolo malpelo apre torbidamente gli occhi incavati colmi
di stanchezza, piccoli e intorpiditi.
Ecco, l’epilogo.
Sale d’improvviso Topolino. È proprio lui scarpe gialle grosse
orecchie nere il consueto abbigliamento coperto da un lungo impermeabile
beige foderato e in bocca una pipa alla Magritte, proprio così,
lo sguardo truce da ispettore l’aria interrogativa le mani profonde
in tasca è basso come sui fumetti e lo scorta un agente di polizia.
Mi domando se sia vero, possibile, Topolino su un regionale mi coglie
di sorpresa che ci sarà venuto a fare qui?
Mi chiede dov’ero tra le venti e le ventuno e trenta, che diavolo!
sul treno ecco dov’ero sono sempre stato qui seduto non mi sono
mosso sono salito alle venti a Lecce e da allora non mi sono spostato,
dove avrei dovuto essere che cosa è successo?
C’è stato un omicidio, esatto un omicidio
hanno ammazzato il controllore mi faccia vedere il biglietto pare che
il movente sia legato ad un biglietto non obliterato.
La faccenda sembra complicarsi ma io ho obliterato esibisco il biglietto
iniziando a riepilogare la storia il controllore è stato qui sino
ad un attimo fa. Le signore umbre forse sanno qualcosa ma ormai sono scese,
loro hanno fatto il biglietto a bordo ma il cadavere, sorry il controllore
non ha fatto pagare loro la penale per eccesso di zelo e adulazione si
era pure tolto il cappello per tremenda riverenza. Era calvo. Non posso
dire a Topolino il serio ispettore Topolino investigante inquirente parlargli
di Marcel Proust non mi crederebbe è un’apparizione troppo
anormale, poi dopo che Marcel è andato via il cadavere, pardon
il controllore era ancora vivo, anche se forse potrebbe averlo accoltellato
in un altro vagone, penso.
Come fa a sapere che è stato accoltellato? Io non gliel’ho
mica detto, mi assedia Topolino, Oh cazzo mi sono tradito senza aver commesso
il crimine penso in preda al panico. Ma come ha potuto Topolino leggermi
nel pensiero? Strana storia allucinante ora mi incrimina con un pensiero
di straforo per un reato non mio.
No signor Topolino non ho commesso nessun omicidio sono sempre stato qui
fermo al mio posto ci sono testimoni, forse la bambina Sharon sa qualcosa
forse le voci arabe, sa, di questi tempi.
Non è possibile sono scese prima che il controllore venisse barbaramente
sgozzato, quindi non possono essere colpevoli né testimoniare,
abbiamo le prove e ora ho anche il movente dell’omicidio!
Topolino mi mette alle strette, piombo in uno stato di terrore come fa
ad avere un movente se sono innocente? Mi legge nel pensiero.
Lei non è innocente! Eccolo, il controllore ha scoperto che il
suo titolo di viaggio è falso o meglio ingannevole perché
lei deve scendere a Monopoli ma ha acquistato un biglietto solo fino alla
precedente stazione di Fasano, risparmiando ben sessantadue centesimi
con grave danno alle Ferrovie! Lei ha assassinato il controllore –
mi stringe Topolino esaltato per aver risolto un altro caso – perché
questi ha scoperto la sua truffa, accoltellandolo con un posacenere approfittando
dell’assenza di passeggeri e del sonno innocente del ragazzo rossiccio
qui affianco!
Ah ha! Per me è finita penso l’agente mi ammanetta sono innocente
urlo, non l’ho ucciso io l’omino controllore guardi signor
Topolino che lui non s’era accorto del fatto che sarei sceso alla
stazione successiva, solo lei sa ispettore Topolino ma si sbaglia non
sono un’omicida, diavolo d’un ratto impiccione!
Il tipo rossastro si sveglia: puff! Topolino scompare
e con lui anche l’agente di polizia e il capo d’imputazione.
Mi rivolge uno sguardo fugace e intenso, io sto per scendere incolume,
il terribile controllore non s’è accorto che sto per scendere
alla fermata successiva a quella del biglietto, ho fregato lo Stato! Ma
dov’è il controllore? Quasi quasi gli frego il cappello,
penso.
Non farlo, mi suggerisce timidamente il tipo dai capelli rossi e dagli
occhi screpolati dal sonno, sperduti nelle orbite, senza aprire bocca.
Cosa? Mi legge nel pensiero? Allora lui ha escogitato Topolino? Lui è
Topolino!
Mi ripassa davanti Marcel Proust e il tipo dalla criniera rossa occhi
rossi e scarpe pure rosse sorride sicuro.
Telepatia! Materializzazione del sogno! Come avrà fatto? Dormendo
per tutto il tragitto ha inventato un caso! Vacillo spaventato.
Tanto è il mio sgomento che la prossima volta farò un biglietto
regolare.
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