Elisabetta Liguori
NON SIAMO COME LE GIAPPONESI

La spesa

La signora Flora ha i capelli bianchi, raccolti, e solo qualche filo sfugge al giogo dopo un’ora dalla prima forcina. Interessa che la signora ha tre figli, ma una sola è femmina tra questi. Il suo nome è Lucia ed ha compiuto quarantadue proprio ieri che non c’era vento per niente, neppure un sussurro, neppure in strada, tra le foglie in trappola nei brevi recinti sotto gli alberi in fila; soldati ai piedi della casa, là dove vivono tutti insieme. Fino a ieri c’era anche la Kimani, pelle d’ebano, ma ha fatto una valigia sottile come un lamento. Dignitosamente ha tirato le cerniere sui lati; ha infilato le scarpe di pelle nera con il tacco tre centimetri ed ha affrontato le scale, infilandosi nel tunnel della dimenticanza come una pallina mancata nel flipper. La signora Flora l’ha osservata mentre andava via. Dopo sette anni. Di sera, con le strisce di luce dei lampioni sui vestiti e subito dopo il buio nel vicolo; è andata. Stavano rinfrescando l’asfalto e si sentivano draghi motorizzati, spruzzi d’acqua e voci alterate di operatori del servizio comunale. Kimani, di certo, si è bagnata le scarpe di mediocre fattura italiana.
Oggi c’è da fare la spesa. Prima se ne occupava la Kimani. Non scriveva la lista che non sapeva scrivere bene: late, buro, ove, parmisiano, pepperoni. Umori in bocca, non parole. Usciva di casa a mani vuote, appendendo alla spalla solo una sporta di rafia colorata per riempirla di cibo come una pancia. Non sbagliava un colpo: il frigo dava sempre una risposta. Martedì cucinava un arrosto magro di coniglio e la famiglia ringraziava gli dei con un rito pagano di giubilo e penniche. Si levava un profumo denso per casa, tanto che il genero lacrimava aprendo la porta d’ingresso verso le quattordici, giusto per quei voraci venti minuti della pausa pranzo. Sfidava temerario il traffico, le chiacchiere del portiere e l’ascensore anni sessanta per soli venti minuti di euforia. L’arrosto di coniglio l’aspettava sotto una crosta ruvida e croccantina, sfinito su un letto d’olio e trafitto dai chiodi di garofano; cinematografico nella sua ultima dimora.
Oggi fa la spesa la signora Flora, con il suo passo da novizia. A settantant’anni. Se ne va sotto il portico fino al fioraio e compra per allegria un mazzo di gerbere gialle destinate al vaso di cristallo che hanno regalato a sua figlia per il matrimonio, quello che la Kimani aveva messo via. Poi se ne va fino in panetteria e, senza dare confidenza alcuna, con il profilo più marmoreo che possiede, chiede quattro pezzi di pizza ai funghi, calda. Domani vedremo, si dice, per oggi pizza. Ci si arrangia.

Nelle tazzine di caffè

Sette anni prima se ne parlava nelle tazzine di caffè. Le filippine erano le più affidabili. Le polacche, invece, no per carità: troppo bionde, troppe tette e troppi fiori sui vestitini. Di quelle di colore, invece, ancora si sapeva poco. Erano le più enigmatiche: una parete di silenzi con iridi liquide e nere come gusci di tartaruga bagnati. Ne parlava Lucia che era l’ultimogenita della signora Flora, quella nata prematura.
Erano arrivati tanti fiori gialli per quella figlia femmina venuta al mondo con urgenza, dopo l’Antonio piccolo e il fratello Luigi. Il marito della signora Flora, tronfio, aveva portato i pasticcini con la granella di zucchero in ospedale e l’ostetrica cicciona, che era ritornata dopo qualche ora dal parto a rivedere la pupa, se ne era andata contenta, con le labbra inzuccherate da far venir gli uccelli a beccare. Un grande giorno davvero, proprio come se lo immagina l’ottimista. E Lucia cresceva rapida, sempre di fretta, come nella corsa dei treni notturni, a tendine serrate e luci spente.

Alla polacca

L’amica di sempre era la bionda caramella d’orzo Marisa. Portava solo autoreggenti siliconate, quelle che lasciano il segno della truffa e del tempo sulla pelle. Aveva studiato con Lucia all’università: combattenti dietro i sacchi di sabbia in trincea. Ad ogni esame della bionda Marisa la gonna si accorciava un po’ sulla coscia ed il rossetto prendeva una sfumatura di rosso più intensa, color di carne ferita. Quando era diventata avvocato, le gonne erano diventate più lunghe ed il lucida labbra color mattone. Aveva in casa una polacca, la bionda Marisa. E ne diceva un gran bene. L’aveva sistemata a dormire in mansarda: letto, sedia, comodino ed un urlo di solitudine rivolto alla finestra, smorzato dal tetto basso. La polacca pesava ottantanove chili e beveva litri e litri di latte freddo. La sera, prima di andare a letto, se ne riempiva una brocca infrangibile e la metteva in punta al comodino, poi, nel corso della notte, dava fondo all’intera scorta, con sorsi vogliosi. Ne beveva anche di mattina, appena sveglia, in piedi, in cucina sull’attenti, davanti al frigorifero; anche per pranzo o per cena; sotto gli occhi della padrona di casa o di nascosto; rapidamente o sorseggiando con piacere. Latte. Così ingrassi diceva ruvida la signora Marisa. La polacca era già grassa, pesante e larga come un ombrellone sbadigliante con la base carica di liquido. Stabilmente piantata sul pavimento, inamovibile. Quello del latte freddo, intero, era un trucco svelato da un’amica della Mauritania. La nera.
Si incontravano al mercato il venerdì alle 12:00, al banco del pesce fresco. Perché il pesce al venerdì. Ogni settimana e spesso non erano in due: sventolavano le bandiere di tutto il quartiere, diviso per squadre. Le mani ghiaiose del mondo sulla buccia della frutta, sulla verdura, sulla stoffa, sulla carta; a scegliere per la tavola dei padroni di casa. Femmine. Quella della Mauritania rivelava usanze antiche. Da loro le donne erano obbligate a bere otto litri di latte al giorno perché, pachidermiche per forza, restassero prigioniere delle loro case. Era sembrata una tradizione da condividere. L'Africa era apparsa vicina. Grazie alle proteine del latte, la voglia di scappare sarebbe stata domata. Grassa, sazia e vigile la polacca avrebbe continuato i suoi lavori in casa della signora.
La signora Marisa non aveva figli e questo faceva differenza. Alla polacca piacevano i bambini, il loro moccio secco al naso da scorticare; quindi, data la situazione, bisognava bere più latte. Appesantirsi ancora un po’ in una forma di resistenza allo stress da casa vuota. Una casa ingombra di ninnoli multietnici, bottino di crociera, su cui il mattino dietro le finestre proiettava aureole e coni d’ombra. C’era il centro tavola degli Uros ad intarsio, composto di canne Totora, quelle utilizzate per costruire i villaggi galleggianti in Perù sul lago Titicaca. Onore agli Incas. Guai a spolverarlo con troppa energia. Macerava lentamente sul tavolo da pranzo. La polacca lo guardava con deferenza: quanta libertà in un oggetto e nessun bambino che lo potesse annientare. Pensava ai viaggi e si sentiva un animale catturato. Pensava alla sua strada, quella in cui giocava da bambina sotto la neve. Lontanissimi.
La polacca e la donna della Mauritania erano diventate amiche: strano fenomeno in una società che si nutriva di somiglianze. Si davano la mano per attraversare la strada, sulle strisce pedonali mezzo cancellate e la gente disattenta: scialba e bionda la prima; colorata ed ombrosa la seconda. Femmine enormi con piccoli piedi taglia 37.

Donne a colori

Allora sette anni prima: Lucia e l’amica Marisa, sedute ad un tavolino rotondo, bevevano il caffè e parlavano di femmine esotiche da far entrare nelle loro case. Gi autobus passavano vuoti sotto cieli incerti: s’intravedeva il paesaggio metaurbano dalla vetrata del bar. Sciamavano dipendenti in giacchetta e cravatta regimental. A volte c'era il sole a volte no: le nuvole inseguivano il ritmo dei semafori. Sbuffava il vapore prima di raggiungere i denti in un brusio di risate garrule, quotidiani stropicciati e tovaglioli di carta sulle labbra. L'ufficio di Lucia era vicino a quello di Marisa. L'asilo nido per i due figli di Lucia un po’ più lontano. Che fatica raggiungerlo nel caos delle quattordici. Sono stanca diceva Lucia e l’amica faceva segno di comprenderla benissimo, lasciandosi andare solidalmente contro lo schienale della sedia.
- Ho bisogno di una donna anch’io. – rincarava Lucia con le briciole del cornetto appiccicate alla bocca - Fissa? – Si, fissa in casa. –
Una donna disposta a girarti attorno come l’ombra smarrita di Peter Pan. La città era piena di queste femmine in viaggio. Contorni instabili, irregolari, come quelli di un neo improvviso sulla pelle.
Due figli, mica noccioline. Due gemelli eterozigoti di sesso diverso che avrebbero cominciato la scuola tra un anno. Lucia da tempo pensava ad un aiuto in casa; da tempo lo diceva a suo marito e lui non faceva difficoltà. D’accordo, se è necessario, diceva, e poi si soffiava il naso, perché quella sua imprecisata allergia agli acari si acuiva se nell'aria c'era qualcosa di sconosciuto.
Lucia si voltò verso la vetrata del bar, talmente di scatto che il collo le fece crock. Si concentrò e per farlo lasciò il pensiero da bar e guardò fuori. Per pensare aveva sempre bisogno di cambiare scenografia e di sorprendersi. L'aria all'esterno si rosicchiava i minuti rimasti alla pausa dal lavoro e non era piacevole. Sole tra i cirri. Cento gambe sul marciapiede. Rumori di martello pneumatico rock sull'asfalto e fischi di vigili in divisa. Rosso, giallo, verde. Si va. Decise così.
- Devo rivolgermi ad un'agenzia, credo - Mi piacciono le donne di colore. –

In volo

Arrivò Kimani. Lucia le pagò il viaggio in aereo dal Marocco. Si fece dare un giorno di ferie per andarla a prenderla all'aereoporto. Vollero venire anche i gemelli: intollerabile il pianto a dirotto di chi viene ingiustamente privato dello sguardo sul mondo, dello strazio dei ciechi e la madre aveva ceduto. Fu costretta a montare i seggiolini sulla macchina grande, nella convinzione che avrebbe dovuto caricare chissà quali bagagli. Spazzò via dal sedile posteriore montagne di molliche, avanzi di krackers e pezzetti molli e neri di bucce di banana. La testa rotta di un guerriero ninjia e un guantino verde spaiato. Seduti, i gemelli facevano bolle di saliva e poi la utilizzavano per segnarsi il viso come i pellerossa.
Ma Kimani non aveva bagagli; solo un cesto di vimini rotondo tra le braccia, simile a quello da cui i fachiri fanno venir fuori serpenti nell'incanto.

Dal Marocco

A Erfoud c'erano pochi alberi. Vicino alle case fatte di sabbia sopra la sabbia. Quasi un trucco per turisti, che la pioggia si portava via in briciole, prima della fine dello spettacolo. A volerselo ricordare viaggiando sull'autostrada che portava nell'abitazione di Lucia.
Così cominciò la faccenda di Kimani. Con l’allontanamento. Si arrotolava veloce l’asfalto e Kimani teneva la bocca lievemente aperta per respirare con più facilità, con le labbra che non si toccavano, dello stesso color thè della pelle. Si era seduta dietro tra i bambini, con le ginocchia strette ed il cesto di vimini sulle gambe. Niente caffettano, così sia. I pantaloni sono più comodi per lavorare, le avevano detto. C’era soltanto da capire, da sentire.
I due bambini l’avevano guardata una volta, per un attimo. Poi, via, lo sguardo altrove, che non sta bene fissare la gente. Ma Kimani aveva sorriso, pur senza volgere l’ovale dalla loro parte, ed aveva cominciato a modulare note stridule tra i denti, continuando a guardare la strada, l’asfalto nero, diverso, come la lingua di una scimmia con la bocca spalancata e una pista di cocaina al centro. Dalle labbra una musica facile, mentre con la punta del piede smuoveva l’aria sotto sotto, per chi voleva guardare. Il maschietto sbirciava e faceva segno alla sorella di fare lo stesso. Sibilo flebile, piede, sibilo, piede.
Il motivetto, la bocca a cuore e lo sguardo accucciato di Kimani diceva così: - Io sono arrivata bambini. Sono a casa vostra, aprite le orecchie. –
Lucia cercava di fare conversazione. Il viaggio in aereo? L’aereo era stato un fiato. Rapido, stretto, insulso: solo nuvole. Aveva guardato il tallieur blu con il fularino a righe rosse e verdi intorno al collo da cicogna delle tre assistenti di volo, i loro capelli lisci e biondi raccolti sulla nuca, tutto quanto avrebbe raccapricciato la madre di Kimani. Ma le scarpe blu, strette come un fiammifero, e dentro piedi piccoli da giapponesi, erano bellissime. Non piedi a pianta larghi e piani come quelli delle donne che camminano sulla roccia rossa, nei deserti callosi dell’estate. Aveva desiderato avere i piedi piccoli come le giapponesi che camminano veloci; che già a pochi mesi, subito dopo la nascita, hanno le estremità educate al lavoro che le aspetta. Non era stato un viaggio difficile, a parte la lingua. Merito delle oneste indicazioni da una lontana cugina, che aveva fatto lo stesso percorso anni prima e che adesso lavorava in Italia ed aveva sposato un italiano che vendeva sigarette, caramelle all’anice, calze di filanca, che nascondevano i peli, e penne a biro in un negozietto che lei chiamava cartoleria. Vendeva anche la carta infatti. Quando sua cugina era arrivata in Italia Kimani era ancora in Marocco, ma già meditava di cambiare il tempo e pettinatura.
Veniva da un villaggio berbero. Era nata lì. In mezzo a sette tra fratelli e sorelle. Aveva lavorato in un albergo a Marrakesch. Soltanto lì poteva ricevere qualche telefonata, anche dalla cugina in Italia. Cadeva la linea al telefono e rimanevano nell’aria parole a brani, balbetii che presagivano eventi scazonti, profezie da Corano e lingue mozzate.

La stanza n.12

Prima di allora, Kimani faceva le pulizie nelle stanze all’ultimo piano dell’albergo, affacciate sulla grande piazza. Raccoglieva ragni imbrattati di terra rossa dagli angoli tra le pareti, sotto al letto, sollevando appena le lenzuola. Sentiva nella radiolina a pile musica araba e, riproducendola con la gola, muoveva i fianchi che sembrava un cammello. Suonavano le mille chiavi che aveva nelle tasche. Più vicina alle orecchie con una mano la radiolina; l’altra nel lavandino sotto l’acqua calda. Dopo le stanze, le cucine. Gli odori, il vapore caldo e le cipolle appese. La cannella nel recipiente come cipria per gran dame. La piazza sempre sotto le finestre che cosa era? Era la tovaglia sul tavolo dopo il pasto. La legna che prendeva fuoco dopo le preghiere. Peccato mortale turarsi il naso.
Il cuoco aveva i baffi ed i capelli crespi. Le diceva vai a lavorare in Italia. Poteva farle avere i contatti giusti. Per questo aveva comprato un paio di pantaloni e li aveva provati di nascosto nella stanza n.12, che era vuota da mesi. Era entrata ed aperto le tende, gravi, ed indossato il nuovo acquisto sotto la gonna, vincendo novità di luce e polvere. Le stavano. Bella la cerniera invece dei bottoni. Ci vogliono i pantaloni per lavorare, aveva detto il cuoco con i baffi.

La famiglia

La casa di Lucia aveva il parquet persino nei bagni. Scricchiolava ed ogni passo aveva un suono. Come si lava il parquet? Con quale detersivo? Con quale odore? Gli odori sono tutto, sia chiaro. Con il legno si fanno i mobili, non i pavimenti. Se hai piedi piccoli e leggeri, però, camminando su quel fondo puoi essere un fantasma. Le giapponesi non fanno rumore.
La prima sera il marito di Lucia parcheggiò nel giardino, friggendo la brecciolina, e dalla finestra della camera che le era stata destinata Kimani lo vide: uno sconosciuto con la cravatta.
Si dissero buonasera, perché stava calando il buio nei triangoli di cielo sopra le teste e Kimani preparò il thè. Le dita erano fredde: non si doveva perdere l’abitudine, l’uso al rito. L’uomo disse grazie e si passò la mano sopra al ciuffo inamidato che gli pendeva sugli occhi. Il thè era troppo dolce, disgustava e per di più bruciò il palato dei presenti. La signora Flora rimase in poltrona con le pantofole di lana e la testa inclinata a destra per osservare meglio i dettagli. Anche lei come Kimani. Non una sola mosca intorno ai nasi, neppure in cucina. Che strano: niente mosche in Italia.
Sul tardi Lucia portò i bambini a letto. Promise che Kimani avrebbe raccontato una storia. Lei cominciò. Non le piaceva la favola che le usciva dalla testa come sotto ipnosi, ma era l’unica che conosceva. Lei sapeva fare il thè, ma non raccontare le favole. Avrebbe imparato a breve quella dei sette capretti, del lupo furbo e dell’orologio a pendolo. Ogni notte, poi, il marito serrava l'ingresso. C’era del ferro massiccio intorno alla porta che l’imbracava come un paracadute. Ultimo gesto prima del sonno, per non far scappare i prigionieri. Dalla sua finestra la straniera si affacciò in strada, con i gomiti aguzzi infilati nelle crepe del davanzale di marmo bianco. Faceva freddo, anche dentro i pantaloni. C’erano ombre lunghe di ragazzi. Due tipi agitavano il corpo come una frusta e uno mescolava le mani nell’incavo del braccio dell’altro, tirando su le maniche, ma era buio e si accavallavano le ombre nelle bolle d’umido. Si intuiva una sagoma di uomo con il cappuccio della felpa in testa. Cercava un muro, un palo della luce a cui appoggiarsi. Anguille bastonate. Molli frammenti di energia che schiumavano in superficie e poi si placavano. Gesti magri e indeterminati come micce bagnate. Qualche voce si sollevava sulle altre. Poco più avanti: la campagna e piccole stelle di fari d’auto in eremitaggio. Alla fine della strada passeggiava una donna bianca guardandosi i piedi e sussultando con le spalle al passaggio di ogni automobile.
La notte era innaturale, improvvisa; ricordava il taglio di una forbice, lo strappo filamentoso tra due momenti. Sembrava di sentirla la lacerazione della stoffa e dopo il silenzio. Le altre notti dopo quella Kimani si sforzò di dormire.

Il lavoro

Lucia in banca era un tritasassi. Anche il direttore della filiale le aveva detto che, con una donna in casa, sarebbe stato tutto diverso. Il collega della stanza accanto, separato da due anni, allargava la faccia a tagli e parlava di assegni per alimenti. “Con la schiava è più facile.” Commentava, invece, la collega anziana dei piani alti con la sua amichetta con le gambe lunghe, bevendo Bitter rosso. Lucia ostentava in più occasioni quel suo rossore come sotto sforzo. Una stizza acerba che sorgeva sotto la pianta del piede destro, quello del primo passo, e poi serpeggiava timidamente fino alla fronte, regalandole un passo elettrico. Calma in pubblico. In genere si fermava lì, a qualche foglio rovesciato in terra, le dita tra i capelli. Si perdeva in quel cliente era mio, in chi ha toccato le mie pratiche?, in non mi sono spiegata bene, c’è stato un equivoco; nello schermo opaco de il caffè alla macchinetta fa schifo.Frasi così.
Ancora qualche mese di pudore e poi rovesciò tutto all’esterno, perché una donna è veramente libera quando si adira così come viene, con l’impeto di un mestruo. Si dice così. In sette anni Lucia divenne libera. Ricordava ancora la signora Flora da giovane che, gonfia più di una rana, rimaneva con in mano i piatti sporchi dell'ora di pranzo, pronta a far fuoco. Pronta, prontissima, allontanatevi voi tutti, al riparo che esplodo, ci siamo, ecco i frantumi, ma niente: ferma, immobile. I piatti, lentamente, perdevano i sensi nel percorso lento dal tremito delle mani al lavello, fino all'ordine maniacale della credenza. La curva dell'elettrocardiogramma recuperava routine e s'ammosciava la palpebra. La dolce Flora.
Lucia cambiò regime. Si svegliò una mattina con un mostro dentro. Suo marito lo vide il mostro riflesso nello specchio del bagno; lo riconobbe mentre si lavava il viso cisposo accanto a sua moglie, come ogni mattina alle sette. Fece finta di niente ed il mostro si fece coraggio. Sette anni. Lucia metteva in moto l'auto che era già un guerriero e nel traffico accelerava se intuiva il giallo all'incrocio, sfidando con lo sguardo il vigile che trainava sulle strisce i ragazzi ridazzanti che entravano a scuola. Prima mai una multa; dopo, con la complicità del mostro, una ogni due mesi circa. Non diceva buongiorno se non ne aveva davvero voglia. Sette anni: mandò in frantumi piatti, bicchieri e vasi di rose con dentro le rose ancora fresche di taglio. Una furia i cui occhi rabbiosi e liberi supplicavano controllo.
In banca si diceva che era cambiata, ma, quando qualcuno lo diceva, abbassava il tono della voce come davanti ad una trasformazione divina. Con vago rispetto.
Con i bambini il mostro aveva il singhiozzo. A volte compariva nel primo pomeriggio delle domeniche più concave, per sciogliersi sul più bello come un’armatura di cera ; sulla poltrona dello stravacco dinanzi al pianto dei gemelli forsennati, davanti al suono delle loro ossa molli che cozzavano l'una contro l'altra, al ritmo sincopato dei pizzichi e delle tirate su di nasi costipati, tra fettine di prosciutto cotto spiaccicate sulle pareti. Il mostro esplodeva inatteso spezzando la nenia del capriccio. Enorme lo schiamazzo del mostro per esistere. Poi il quotidiano senso di colpa ed il suo mal di testa.
Un pomeriggio Lucia vide dalla terrazza allontanarsi la Kimani ed i gemelli verso il parco giochi. Era successo un putiferio poco prima. La Kimani aveva rinunciato al suo giorno di riposo e si era offerta di portare i bimbi al parco. Meglio così. Si allontanavano e sembravano diventare sempre più grandi, piuttosto che rimpicciolire. La Kimani non era bella, così bassa e larga; era solo giovane, lucida. Vista da dietro, una mano ad un gemello ed una all'altro; un po’ piegata a destra un po’ a sinistra, pareva una bilancia.

A capo coperto

C’era un posto per le matite ed uno per i pastelli a cera. Kimani non sbagliava più. Era un fatto di rigore e di salute. La domenica si tratteneva al giardino, sulle panchine sbrinate come surgelati fuori dal frizeer. Parlava ore con il suo cellulare nuovo, che in casa aveva vergogna. All’ufficio postale si andava solo per spedire lettere o soldi, ma l’ufficio era vicino al giardino e così, andando, si vedevano sempre le stesse facce, a leggere piccoli fogli di carta a quadretti. C’erano pure uomini che non si volevano sposare, ma erano pochi rispetto agli altri che cercavano una donna, e se parlavano arabo avevano in gola il suono di una corda pizzicata o di un mitra. Si parlava delle donne bionde, come miraggi. Nessun fidanzato la domenica. Si faceva gruppo per provenienza, per lingua, ci si scambiava gli indirizzi. Le famiglie abitavano nella parte vecchia della città, in stanze a piano terra con le lampadine appese al filo troppo in alto. A volte le donne mettevano il velo islamico e sulle spalle il piumino grasso e duro dell’inverno. Come Rabi’a, l’anziana ai giardini, che, se poteva, faceva musica sui tamburi a gambe incrociate su un vecchio tappeto blu, nel centro di accoglienza del comune, appena fuori città, in una stanza con un finestrone screpolato e largo. A piedi calzettoni di lana a strisce e il capo coperto di stoffa, diverse dalle icone. Prima c’erano le cucine, adesso, nello stesso posto, gli stranieri potevano fare musica, in cerchi, soprattutto quando si gelava. A sorpresa ci passava la polizia: faceva domande ed alla fine del giro guardava in fondo alla gola dei cessi.
Un volta al mese, il sabato era bello, perché dopo il bagnetto ai gemelli, Kimani tagliava i capelli all’uomo di casa, così come aveva imparato a fare a suo padre ed ai suoi fratelli. Cadevano in briciole sull’asciugamano poggiato sulle spalle, che poi Kimani lo scuoteva energica. Solo dopo spruzzava il dopo barba, mentre ancora qualche pelo mozzato planava sul pavimento. Il padrone ogni volta la ringraziava torcendo il busto, rimanendo a guardarsi a lungo nello specchio.
Aveva piantato in giardino un limone. Ogni anno fioriva, ma neppure un frutto. Ogni anno lo stesso bruco ne mangiava le foglie. L’aveva trapiantato in vaso, con i rami in croce, così come aveva voluto la signora Flora. Ogni anno cresceva un po’, ma non era facile capire quanto, per colpa di quelle macchie gialle sulla punta delle foglie. Diventavano come carta per cioccolatini, crepitando al vento, ma senza cadere.
In più aveva perso due denti, ma non sapeva se fossero già malati prima del suo ingresso in Italia. Era stata dal dentista di famiglia, tutto pagato, per due cicli di sedute durante le quali non era le sfuggita una sola sillaba e, solo al momento di andar via, l’infermiera aveva detto, aprendole la porta: saluti la signora. Due denti non sono poi così importanti.
Era diventata dura, scura cioccolata fondente, avvolgente e lenta. Ma si faceva sentire, se era il caso. Aveva imparato dalla padrona. Fiato ai polmoni. Urlava anche lei. Una specie di preghiera. Si apriva una voragine sotto quegli occhi liquidi, che risucchiava ogni distonia. Pareva la sirena dell’autoambulanza, con le “i” e le “e” slogate fino all’inverosimile. Le parole italiane non la soccorrevano; si nascondevano nel cervello come sotto una coperta pelosa. I gemelli tacevano e si turavano le orecchie. Era come steccare. Non sapeva si potesse fare così bene. Spezzare il tono. Distogliere. Riordinare, goffrando l’arcata sopraccigliare ed alterando la forma del collo e delle proprie mani nell’aria. Poi tutto accadeva.
Una notte: silenziosa più di un insetto, aveva visto la luce accesa nella camera dei gemelli. Si era avvicinata. Erano seduti in terra tra i due lettini: la madre con i figli sulle spalle. Quella sera in tavola c’erano stati gli spinaci cotti nel burro, con un pizzico di noce moscata. I piccoli non avrebbero voluto mangiare la verdura, ma lei li aveva costretti a farlo, ed ecco qui. Il pianto dei pargoli era acido come il trillo della sveglia al mattino. La madre si aggrappava al tappeto sotto il peso dei figli.
Il giorno dopo, con i soldi della spesa, comprò tre, quattro etti di caramelle gommose alla frutta. Doveva fare in fretta se voleva che gli anni trascorressero altrettanto velocemente.

Lucia

“ Domani la mando via. Ancora non so se avrò bisogno di una scusa. Chiudo il caso della società Italmaid, ne relaziono in ufficio, e rimetto mano a questo sfascio. Lo dico a tutti che la mando via. A maggior ragione, dopo tanti anni, non sembrerà una truffa, piuttosto una scelta. Ha riempito tutti gli spazi e mi fa girare le scatole averla sempre addosso, con le sue fotografie del deserto. E’ stato proprio troppo, l’ultima goccia, quel giorno che mio figlio ha scritto sul tema d’italiano che sarebbe andato a lavorare in Marocco. Si, come no, a raccogliere datteri! Qui diamo i numeri. Quella sta perdendo i confini, ed anche io i miei. Bella conquista! Non sa più da dove viene, sta mescolando le carte e non me l’aspettavo. Moderna un cazzo! L’altra sera nel giardino condominiale saranno stati più di venti; l’invasione di certi ometti piccoli coi baffi e di poche donne, alcune con i capelli tinti male, centurioni in abito da sera. Sotto il mio portone, in arabo, pronunciavano incomprensibili sconcezze collettive. Poi quando siamo passati hanno detto soltanto buonanotte tintinnando. Marziani bombaroli. M’innervosisce non capire fino in fondo. E poi i soldi non bastano più.”

Kimani

“ Domani vado via. Non tira buona aria, ma non posso tornare a casa. Posso accettare il lavoro della signora di ottant’anni che cerca compagnia. L’ha detto alla segretaria del centro “Città Accoglie”.
Peccato che vive lontano da qui, però è vicino al mare. So come si lavora vicino al mare: ho visto d’estate quel filippino con la sua vecchia. Non si vendevano pesci vivi vicino al mare. Ho visto: lei si sdraiava sotto l’ombra e lui rimaneva fermo, sudato sotto al cornicione. In piedi con le scarpe nella sabbia. Una faccia gommosa, in maschera: gli occhi a persiana chiusi per ¾ e la pelle tesa, senza buchi. Le comprava il giornale o la bottiglia della minerale; non doveva parlare per forza. L’importante era che la vecchia non bagnava i capelli.
Quella di ottant’anni forse pure vuole qualcuno che la porti in spiaggia d’estate per mettere i piedi nell’acqua, tenere l’asciugamano e poi asciugare. Vuole qualcuno che le faccia i numeri di telefono sul cellulare, che porti dentro casa le confezioni di acqua minerale. Una fidata. Non albanesi che sono tutti delinquenti. Io so fare. Ho avuto due gemelli io. Conosco l’italiano.
Ho fatto solo una domanda. Potevo fare una domanda? Ho chiesto perché. La signora Lucia ha guardato nella mia bocca senza denti e mi ha spiegato che ha deciso di lavorare di meno e stare di più con la famiglia. Bello lavorare di meno. Il padrone mi ha salutato gentile e se avesse avuto in testa un cappello lo avrebbe tolto per me.

Sottovoce

Nella stanza di Kimani, Lucia adesso vuole far sistemare una libreria a muro, una di quelle su misura in legno massiccio. Adesso che si risparmia sull’aiuto in casa, ci si potrà fare pure dei regali. Libri da leggere, investire in cultura. Magari sul pavimento anche un bel persiano caldo.
Alla finestra sta facendo buio e viene voglia di parlare sottovoce. Nessuno strilla adesso.
Come mai non c’è uno specchio in camera? La mano le viaggia sul viso, cerca una strada, ma trova uno zigomo modificabile quanto un rivolo di panna e la mano si stranisce; due dita si uniscono sotto il naso e si fermano. Lucia ha trovato la sua faccia.
Guarda oltre i vetri, dove sembra essersi alzato il vento. Sul ciglio della strada una tipa in mini stretch, forse non la stessa di sette anni fa, inizia il turno. Lucia non l’aveva mai notata. Si muove come una trottola che perde energia ad ogni giro. Sembra stanca di camminare.
I gemelli sono fuori da amici, stanno poco in casa, chissà se hanno fatto i compiti prima di uscire. Lucia domani ritroverà sulla scrivania la pratica della Italmaid ancora da chiudere. E’una questione grossa, lo sa; il presidente è uno tignoso e per lui ci vuole qualcuno con le palle. E’ un problema che si può risolvere, anche senza innervosirsi. Ha la certezza di saper fare. E’ diventata eroica e scalda il motore; tira dentro l’adipe del ventre e sputa fuori un sospiro rumoroso. Addominali muffiti, straziati. Domani è giovedì: da sempre giornata sportiva. Gira la testa altrove ed i capelli gonfiano un onda di lacca spray per lo sforzo di memoria. Certi ricordi hanno lo zucchero in cima. Si rivede schiacciata dal traffico e dagli zaini, ferma ad un semaforo rosso, mentre i suoi figli, ancora piccolissimi, si scapricciano con un uovo di cioccolato con sorpresa smembrabile in particelle d’atomo; sono diretti in piscina; sa che dovrà svestirli, strato dopo strato come cipolle di Tropea, cinguettanti, li sciacquerà, ne asciugherà i capelli, quasi con il fiato per far prima, li rivestirà e poi di nuovo in macchina. Infinite volte molti anni fa. Certi ricordi riescono a farti fesso con suggestioni menzognere. Lucia quasi non ricorda che sudava come un mulo e cercava di stornare propositi suicidi. Non ricorda l’odore tra le ascelle. E’ in quel momento che scende dai tacchi e toglie le scarpe a punta che fanno male, accavallando le dita dei piedi con una smorfia di piacere. Kimani non c’è. Neppure il suo esotico palmeto.
Giovedì i ragazzi fanno ancora sport, ma Lucia non ricorda a che ora. Anche lei va in palestra. C’è tutta quella pizza fredda ingurgitata in fretta da smaltire. No, alla palestra proprio non si può rinunciare.

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