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Roberto Lucchi
UN GIORNO PERFETTO
I
Le parole mi confondono.
II
Un treno liquido sotto il sole, fermo in stazione scendo soppesando i
passi con cautela nella folla.
Sta per addormentarmi il ronzìo della parola, dell’immagine,
dell’inutile moto, mentre distinguo la mia forma lontano.Dalla folla.
Il fiume scivola via,il fiume alle mie spalle, cola in insidioso rombo
protettivo, mammone, dai denti ingialliti e i capelli unti come ora questa
notte crepita sulle spalle. Ora. Le luci in strada pencolano nel loro
pallido cono finito, prestandosi ad una fantasticheria spettacolare in
costume e il volto in risata, ed echi sghembi :sudo, senza coscienza del
mio andare voglioso d’aride vie, e i miei sguardi protesi a spazi
vuoti, eppure continuo ad osservare turbato ma in fretta.
Nei nostri tempi dell’andare manchiamo di una solida teoria evolutiva,
come di una formazione estetica degna di alzare il mento contro cattedrali
del futuro dallo squallido, noioso ordine.Decidere di discendere da eoni
bestiali è un modo come un altro per chinarsi ad allacciare le
stringhe e riprendere a vivere, così come una dubbiosa fede è
una escrescenza dermica allargatasi sul collo: infastidisce nello svilupparsi
endemico di sostanze ma puoi tranquillamente conviverci, una volta ingravidata
dalla vita fuori.
Anche con minima dose di pazienza potrei sopportarne il battito, le pulsazioni
del giorno, della notte e del giorno e della notte in infinite sequenze
sublimate in una mia costante alterità sociale.E’ ciò
che voglio ?
Talvolta riesco ad ascoltare il tempo, origliarne l’orgasmo strisciante
ed indovinarne l’ansare fra le pieghe di una morbida porta, il ciabattare
per la stanza buia, stanco, il whisky che affoga la lingua e la doccia
fredda come fosse sul mio, di corpo.
Mi chiedo se è davvero ciò che voglio.
Ti rendi conto di come la tua voce risulti un fastidioso falsetto in un
coro eccessivamente lineare, e semplice, di cui non riuscirai mai a sentirti
parte. Assolutamente. Preferirei essere trascinato per lunghi viali fascinosi
e crepuscolari in una feroce cerimonia funebre, perdere il mio decoro
strofinando il mio corpo sul cemento o l’asfalto crudo e ricominciare
dalla mia estirpazione fino a riformulare un orgoglio atono che incancrenisce
già, dietro paraventi, fra anime in formaldeide.
Forse.
D’altronde....d’altronde cos’altro puoi fare? O pensare
? Per poterti affrancare dalla zuppa fredda di banalità, corpi
e metafisica, da un televisore e centinaia di volti e voci, dall’ultima
notizia giù fino al ghetto delle opinioni scontate o al sentimento,
gli abbracci i baci le lacrime gli applausi, e più giù fino
a me stesso.
C’è ancora qualcun altro qui in profondo con me ad osservare
dal basso le proprie pene ? Splendesse nel cielo il Verbo, al di sopra
di grate e tombini e croci e uncini,non illuminerebbe che se stesso.
Le parole mi confondono.
III
Ed anche una tela di ragno penzolante di noia da un angolo della stanza,
si allarga a comprendere il mio volto, la strana coincidenza che la mia
mano sia mano-che-stringe-pistola, e non la stessa pistola o me, sdraiato
sudato in un vorticoso letto infuocato ma lindo. Forse .
FORSE
Il ragno divaga per soggettive geometrie, strafottente e impudico: osservo
i suoi gesti secchi senz’anima capovolti nell’alto, sudando,ogni
gesto, d’ogni sua zampa satura d’agilità, ma lentamente
mirato a creare il grande arazzo del suo pensiero.....abbasso gli occhi.Continuo
a sudare, scivolando dal mio volto fra le mani e sul petto.Incandescente
situazione nottambula, blasfema.
forse FORSE
In definitiva rispondi FORSE ad un altro specchio confezionato per le
tue paure e ignoranze, rispondi FORSE per non sbavare il rimmell della
tua puttana nascosta in qualche motel, in camera da letto a curarsi le
unghie dietro tende rosa, rispondi FORSE perchè non hai voglia
di nient’altro.
Eppure credo sia la forma meno maltrattata d’anarchia, una sincera
consapevolezza più che altro rassegnata di una nausea così
ingombrante da risultarti completamente indifferente. FORSE decontestualizza
il tuo stato di assoluto perdente della razza, si allontana da se stesso
e diviene un inno, un tributo animalesco all’incoscienza, potrebbe
essere la nostra unica fede.
FORSE
Piangere: per un giorno perfetto, come questo, per poter poi dimenticarmi
e gettarmi via.
IV
Non esisto. Solo, il mio essere accade nel tempo e il vuoto...
Solo un accadimento.
Avanzare nella notte di corridoi e stanze come un coro glorioso, una marcetta
altera cadenzante sempre più in fondo a voci rotte dalla tristezza,
e forse il peccato.Ed eccitarti per ogni gemito materno avvinghiato al
tuo prosaico divino padre, sempre più caldi dalla stanza lontana,
più lontana di tutto il tempo che impieghiamo per riflettere il
nostro volto su lucidi piani.
Troppo lontana per poter mai offrire una chiara pulsione, una spudorata
passione per carni penetranti umide e venefiche.
Ho ripreso a sudare.
Il Viaggio percorrerà se stesso,ma l’agonia e il desiderio
torneranno ancora e ancora a basculare provocatorie su questi gemiti soffocati,
queste grida sussurrate e le urla ritmiche del piacere echeggianti.Tutti
noi, soli e volitivi, negli angoli più bui ad indovinare le forme,
a godere solitari e frustrati un dolore, l’ultimo rapimento del
nostro inconscio, un continuo ritorno della memoria, e sesso vigliacco.
Fra il sudore e luminose lacrime continuo ad eccitare la mia infanzia,
avvicinandomi al sacro, inviolabile campo, ai due corpi aggrappati alle
nostre dense paura, e sparo con amore sul padre come fiotti di sperma
sul dorso.La foga compagnona di noi tre astanti al banchetto pruriginoso
della noia, e voi ancora nascosti negli angoli a sgranare le labbra tumide
e secche di vizi non contenuti, si stempera in uno sconveniente silenzio,
complice.
Scalcio la sacralità del padre dall’enorme letto, liberando
i seni il furore del ventre e lo sguardo stupefatto della genitrice ancora
in pose piacevolmente sconce ma stranamente patetica nella sua atterrita
immobilità.
Scivolano fra le mie mani le sue ginocchia, con le mie mani sulle sue
cosce, fissandola attraverso rivoli di sudore, screziando il suo volto
sulle mie gote.Poggio con violenza le mani sul suo ventre e i suoi seni,
scuotendo ora il suo piacere che riprende a gonfiare la stanza, e i suoi
occhi hanno qualcosa in più del celebrato peccato: sono strettamente
eccitato dalla diversa ambiguità della morte.
Ma non ha senso profanare i ricordi.
Né soffrire:Le sparo sul petto così da non distruggere il
mio passato, ma pressioni onanistiche mi soffocano e nell’attenuare
la loro morsa sgravo il mio sesso sul suo corpo.Continuo a sudare, allontanandomi
danzante dio, o almeno credo, dal crepuscolo delle fatalità.Baldanzoso
e ormai marchiato, barcollando fra le pareti sfuggenti del caso, ciondolando
dalla forca del mio corpo, calpestando il capo a sguscianti squamose serpi
distese o pendenti come drappi dal cielo.Le sembianze aracnoidi mi osservano
dal loro microcosmo, ed è poesia da salvare il mio oltraggio nel
delitto, poesia la tela nell’angolo, poesia la mia anima che chiede
di salvare la poesia, la preghiera di un giorno perfetto.
Dovrei dire qualcosa, buttandomi via ora ?
Qualcosa da dire.....Proprio come una preghiera:
FORSE.
V
Un.....treno.....liquido.....sotto.....il....sole....
Ho bisogno di sillabare il mio tempo, respirare ogni neurone e cellula:
rallentare, rallentare, rallentare fino a coincidere con il mio assassinio
fermo sporco al sole, e non dover più agonizzare nel rimorso, non
dover più soffrire per la mia mano stesa sul cielo.
FINII
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