Città dell'alfabeto

> romanzo di Peter Patti

Tonio Rasputin - "Fiat Umbra & Altro"

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Peter Patti, conosciuto anche come "franc'O'brain", ha pubblicato e pubblica per diversi periodici, tra gli altri, 'Addictions' e 'Il Foglio Clandestino'. I suoi racconti sono stati più volte antologizzati. 'Links', rivista di letteratura e cultura tedesca, ha citato il suo romanzo "I Canachi" - rigorosamente online - in un articolo sugli stranieri in Germania. Nato nel 1957 a Palermo, Peter vive in Baviera dal 1980. E' corresponsabile della piccola casa editrice Eloy Edictions, con sede ad Augsburg (Augusta).

Città dell’Alfabeto, di Frank'O'Brain… o della Tecno-Apocalisse!

Forse dovremmo farci l’abitudine a pensare l’orizzonte degli eventi che riguardano la vita sul pianeta Terra, sotto la spada di Damocle dell’Apocalisse, una categoria che riduce a zero l’evenienza del nostro Futuro. E sinceramente sembra che nulla di buono possa accadere da qui a breve, soprattutto se riflettiamo sui possibili ed eventuali percorsi di ricerca che spaziano dalle nanotecnologie, alla bioingegneria, alla robotica. Un domani non sarebbe poi così improbabile poter guidare dei mobile-suite come i famigerati Gundam che ingaggiano battaglie interplanetarie per il dominio sull’Universo, o come poter escludere la possibilità di cruente lotte tra cyborg e gli ultimi superstiti umani tra rovine, miasmi tossici e mortali, o ancora ipotizzare la scomparsa del genere umano al quale succedono nuove forme di vita nate da una clonazione selvaggia e senza scrupoli, in lotta per il dominio su nuove risorse energetiche, che vivono nel sottosuolo, che copulano come animali, disposti anche a divorarsi l’uno con l’altra. In verità potrebbero anche accadere tutte queste cose messe in insieme per tratteggiare definitivamente la scomparsa di qualsiasi sentimento che possa definirsi degno di una civiltà. Ma l’Apocalisse, accoglie per giunta anche una multivettorialità di conduzione della Storia, che in un pluriverso dato, genera condizioni similari a narrazioni rientranti nella nostra storia della Letteratura Contemporanea Internazionale, vedasi ad esempio l’esordio del romanzo di Robert Harris, Fatherland : “Cosa sarebbe successo se Hitler avesse vinto il secondo conflitto mondiale?”. Pensiamoci su! La riflessione su ciò che è e che ancora deve essere, non è una banale perdita di tempo,una reverie, ma un’assunzione di responsabilità che ciascuno di noi deve prendere sulle proprie spalle, e deve farlo perché così deve essere, giusto per non rischiare un giorno di guardarsi attorno, e nella desolazione ripetersi “non potevo immaginarlo!”. Il romanzo che in questa sede presentiamo, di Peter Patti (in rete noto anche come frank'O’Brain) dal titolo “Città dell’Alfabeto”, è un invito ad assumersi una responsabilità di tal sorta! Un romanzo che sulle prime pare respingente per l’essenzialità dello stile e della resa immaginativa nella descrizione dei contesti e nella strutturazione dei dialoghi, ma via via che si scorrono le pagine, coinvolge e travolge spingendo il lettore a volerne sapere di più. Le ipotesi di esistenza precedentemente illustrate vengono toccate un po’ tutte, volendo leggere tra le righe, e in più trovano posto futuribili riscritture di una geopolitica non troppo lontana da una realtà che potrebbe rivelarsi anche così: pensiamo ai Lumpen-edonisti; ad un nuovo Reich(?); al biocapitalismo e non per ultimo ad una Aryan Nation. In questo romanzo non mancano i riferimenti colti ( che fanno cool) come gli espressamente citati Milton e Borges, non mancano quelli strettamente stilistico-sintagmatici come occhi di bragia di dantesca memoria. Inoltre non disturbano le scelte semantiche proprie di un modo personalissimo di slangare come smottamento interno e immerdarsi, anche se per tutto lo sviluppo della vicenda narrata che ha come protagonista Alvo corrispondente della cyber-underground rivoluzionaria web-zine Ombre Contro, non troviamo alcuna aderenza, per crudezza di immagini stilistiche, al pulp, o al trash. O meglio… se questo romanzo di Peter Patti, venisse reso cinematograficamente ad es. da una Troma co., quella che ha prodotto l’Uomo Tossico per intenderci, sarebbe il pù grande tecno-trash del mondo. E per dovizia di particolari in “Città dell’Alfabeto” troverete riferimenti, per un elenco asimmetrico e disordinato in diversi ambiti della produzione culturale (dal cinema, all’editoria, ai giochi di ruolo), a WarHammer, Natural City, Blade Runner, Marvel Super-Heroes, Io Robot, di Isaac Asimov. Un romanzo questo da leggere e da tener in mente come manuale di sopravivenza per il futuro! Sulla questione del perché il romanzo si chiami la Città dell’Alfabeto, scopritelo da voi!

[Stefano Donno]

 
"Città dell'Alfabeto" è un romanzo che originariamente doveva essere scritto in inglese, con il titolo "Alphabet City" e con la supervisione dello scrittore americano Alex Volenski. Volenski si era detto entusiasta della mia idea. Correva l'anno 1995 o giù di lì... Poi, per vari motivi, del progetto non se ne fece nulla e io stilai - in italiano - una prima stesura breve ("Versione Web", visibile qui: http://it.geocities.com/francobrain/xa.htm) a firma "franc'O'brain". Il mio alter ego è però conosciuto primariamente per un tipo di letteratura "usa e getta" che si può far rientrare nei generi avant pop e
horror/cyberhorror (http://sborror.splinder.com) e io invece "sentivo" che l'idea meritava di essere approfondita e sviluppata. L'ho lasciata riposare per circa dieci anni (un torno di tempo in cui sono nati
racconti come "Dossier Qonk" e la serie sul cyberdetective Smoke) finché, nel 2005, non mi son sentito pronto a scrivere il romanzo vero e proprio.

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Mi svegliai con una fitta alla spalla sinistra. Era l’alba dopo un nuovo massacro e io giacevo sotto un marciapiede, immerso per metà nel rivolo della cloaca. Qualcuno stava chino su di me. Aveva una voce come di raspa. “E’ solo questione di tempo, ormai” mi diceva. “Cosa...?” Sbattei le palpebre, contraendo i muscoli della spalla con una smorfia di dolore. “La fine del mondo. La fine del mondo, ratello” perseverò il tizio. L’alito gli puzzava maledettamente, e dal petto gli penzolava una croce che mi solleticava il naso. “Non hai sentito quello che è successo a Tokio?” Mi tirai a sedere e lo fissai. Aveva due occhi scuri, spalancati su un abisso che solo lui vedeva. Il volto era coperto dal tatuaggio di una ragnatela. Tokio? Certo che avevo sentito.


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