John Keats
Ode to a Nightingale. (1819- John Keats)
traduzione e nota a cura di
Taddeo Roccasalda


È forse l’ode più famosa di Keats, dalle reminiscenze classiche (Orazio), considerata quale esemplificazione dell’eroe/poeta romantico in conflitto con la realtà, che tenta (invano) di identificarsi con la natura, per sfuggire da un mondo troppo doloroso da sopportare. Per molti anni, lo stesso Keats è stato identificato col poeta romantico per antonomasia: un ragazzo sentimentale, dal grande talento, ma troppo debole e permaloso, incapace di affrontare le critiche e le difficoltà terrene. Un poeta “escapista”…
Qui, invece, Keats affronta il problema del fare poesia nei tempi moderni, nel periodo della crescente industrializzazione. La poesia, in una società sempre più individualista e materialista, rischia di diventare unicamente un modo per sfuggire alla realtà (ed egli lo sperimenta su di sé, facendo autocritica); poesia come droga, quindi, ebbrezza, oblio (vedi la presenza della cicuta, del vino, dell’oscurità).
Il poema è stato tradizionalmente considerato quale confessione di un alienato; in realtà è una visione oggettiva (Keats adopera il metodo shakespeariano dell’empatia) e scettica, non priva di una sottile ironia di fondo, della stessa funzione del poeta e della poesia nella società moderna.


My heart aches, and a drowsy numbness pains
My sense, as though of hemlock I had drunk,
Or emptied some dull opiate to the drains
One minute past, and Lethe-wards had sunk:
‘Tis not through envy of thy happy lot,
But being too happy in thine happiness,-
That thou, light-winged Dryad of the trees,
In some melodious plot
Of beechen green, and shadows numberless,
Singest of summer in full-throated ease. O, for a draught of vintage! That hath been
Cool’d a long age in the deep-delved earth,
Tasting of Flora and the country green,
Dance, and Provençal song, and sunburnt mirth!
O for a beaker full of the warm South,
Full of the true, the blushful Hippocrene,
With beaded bubbles winking at the brim,
And purple stained mouth;
That I might drink, and leave the world unseen,
And with thee fade away into the forest dim:Fade far away, dissolve, and quite forget
What though among the leaves hast never known,
The weariness, the fever, and the fret
Here, where men sit and hear each other groan;
Where palsy shakes a few, sad, last gray hairs,
Where youth grows pale, and spectre-thin, and dies;
Where but to think is to be full of sorrow
And leaden-eyed despairs,
Where Beauty cannot keep her lustrous eyes,
Or new Love pine at them beyond to-morrow.Away! Away! for I will fly to thee,
Not charioted by Bacchus and his pards,
But on the viewless wings of Poesy,
Though the dull brain perplexes and retards:
Already with thee! tender is the night,
And haply the Queen-Moon is on her throne,
Cluster’d around by all her starry Fays;
But here there is no light,
Save what from heaven is with the breezes blown
Through verdurous glooms and winding mossy ways.I cannot see what flowers are at my feet,
Nor what soft incense hangs upon the boughs,
But, in embalmed darkness, guess each sweet
Wherewith the seasonable month endows
The grass, the thicket, and the fruit-tree wild;
White hawthorne, and the pastoral eglantine;
Fast fading violets cover’d up in leaves;
And mid-May’s eldest child,
The coming musk-rose, full of dewy wine,
The murmurous haunt of flies on summer eves.
Darkling I listen; and, for many a time
I have been half in love with easeful Death,
Call’d him soft names in many a mused rhyme,
To take into the air my quiet breath;
Now more than ever seems it rich to die,
To cease upon the midnight with no pain,
While thou art pouring forth thy soul abroad
In such an ecstasy!
Still wouldst thou sing, and I have ears in vain-
To thy high requiem become a sod.
Thou wast not born for death, immortal Bird!
No hungry generations tread thee down;
The voice I hear this passing night was heard
In ancient days by emperor and clown:
Perhaps the self-same song that found a path
Through the sad heart of Ruth, when, sick for home,
She stood in tears amid the alien corn;
The same that oft-time hath
Charm’d magic casements, opening on the foam
Of perilous seas, in faery lands forlorn.Forlorn! the very world is like a bell
To toll me back from thee to my sole self!
Adieu! The fancy cannot cheat so well
As she is famed to do, deceiving elf.
Adieu! Adieu! thy plaintive anthem fades
Past the near meadows, over the still stream,
Up the hill-side; and now ‘tis buried deep
In the next valley-glades:
Was it a vision, or a waking dream?
Fled is that music: -Do I wake or sleep?

Ho il cuore a pezzi, e una lenta indolenza
tormenta i miei sensi, quasi avessi bevuto cicuta,
o scolato un sonnifero torpente
poco fa, annegando nel Lete:
non è per invidia del tuo destino felice
- anzi, son troppo felice per la tua felicità -
che tu, Driade boschiva dalle agili ali,
in un melodïoso intreccio
di verdi faggi e innumerevoli ombre,
l’estate canti a gran voce e in tranquillità. Oh, che darei per un sorso di vino!
rinfrescato a lungo nel suolo scavato a fondo,
che sa di Flora e di verdi campi,
di balli e provenzali canti, e di risa scottate al sole!
Oh, per un calice colmo di caldo Sud!
O d’Ippocrene, che non mente e i volti avvampa,
con bolle perlate ch’ammiccano all’orlo,
e labbra tinte di viola;
da poter bere, e inosservato lasciare il mondo,
e con te svanir nell’oscurità del bosco:Lontano svanir, dileguar, e oblïare del tutto
ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto,
la fatica, la malattia e l’angoscia,
qui, dove l’uomo seduto, ascolta le pene altrui;
e la paralisi fa tremar quei pochi capelli rimasti, grigi e mesti,
dove i giovani sbiadiscono e come spettri scarniscono, morendo;
dove il solo pensare vuol dir riempirsi di dolore
e gli occhi gravar dalla disperazione,
dove la Bellezza, degli occhi non può serbar lo splendore,
né rammaricarsene in eterno il nuovo Amore. Via! Via! Me ne volerò da te,
non lasciando che Bacco mi trascini coi suoi felini,
ma sulle cieche ali della Poesia,
benché la mente, lenta, ne dubiti, esitando;
Ed eccomi a te! Dolce è la notte,
e fòrse la Luna siede sovrana sul trono,
coi suoi astri fatati riunitisi attorno;
mentre qui non c’è luce,
se non quella che le brezze sospingon dal cielo
nell’oscurità dei boschi e nei muscosi sentieri contorti.Non riesco a veder quali siano i fiori ai miei piedi,
e nemmeno il delicato incenso che sui rami è sospeso,
ma provo a indovinar, nel profumo dell’oscurità, le delizie
che il mese propizio concede
ai prati, ai boschetti e ai selvaggi alberi da frutto;
i biancospini, e le rustiche rose canine;
la violetta, ch’appassisce in fretta, tra le foglie nascosta;
e la figlia maggiore di metà Maggio,
la futura rosa muschiata, ricca di nettare di rugiada,
il mormorante rifugio d’insetti nelle sere d’estate.Nelle tenebre ascolto, e così tante volte
ho quasi amato la morte indolore,
dandole nomi delicati in tanti versi ricercati
perché nell’aria recasse con sé il mio lieve respiro;
Òra, più che mai, sembra opportuno morire
a mezzanotte cessar senza soffrire,
mentre tu la tua anima attorno riversi,
dall’estasi rapito!
Tu continueresti a cantare, ed io, ad aver orecchie senza senso-
divenuto terra oramai, per il tuo requiem intenso.Non sei venuto al mondo per morire, tu, uccello eterno!
Le generazioni affamate non ti schiacciano mica;
la voce ch’ascolto in questa notte fuggente,
l’udirono in passato contadini e imperatori:
lo stesso canto che forse s’insinuò
nel cuore straziato di Ruth, quando in preda alla nostalgia,
restò in lacrime tra i campi di grano lontani;
lo stesso canto che così spesso
ha incantato finestre fatate, sui mari spumosi
e insidiosi spalancate, nelle magiche terre oramai dimenticate.Dimènticàto! La sòla paròla è com’ùna campàna
che a mòrto rintòcca e da tè mi ripòrta alla mìa solitùdine.
Addio! La fantasia non può più ingannar così bene,
com’è solita far, il folletto illusore.
Addio! Per sempre! Il tuo verso lagnoso si spegne
oltrepassando i vicini prati, sorvolando l’immoto ruscello,
risalendo la china del colle; ed ora è a fondo sepolto
nelle vicine radure della valle:
E’ stata una visione o un sogno ad occhi aperti?
Quel suono è ormai disperso: - Sogno o son desto?

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